domenica 10 settembre 2017

L’alto platano e gli agnocasti

Palamede di Antonio Canova


























In riva al Simeto, sul finire dellestate, in attesa della sera, immerso nellincantevole trionfo della natura che già disponeva la tavolozza dei colori del cielo e della terra per l'imminente occaso, Querty Uiopè meditava pensieri inquieti circa un recente spettacolo di Alessandro Baricco su Palamede. Allombra di un platano frondoso egli intanto ammirava il lontano Mongibello, poderoso e fumante, e il vicino fiume impetuoso dacque turchine, altro che quel rigagnolo dellIlisso, senza offesa per Fedro, si capisce. Tra gli agnocasti fioriti che profumavano fino allo stordimento, Querty Uiopè ancor gustava un sigaro squisito arrotolato senzaltro da abilissime mani di lascive sigaraie creole quando scorse un uomo in età, di rosso vestito, che passeggiava altero lungo il sentiero che veniva a interrompersi proprio nella radura presso il platano sotto il quale egli oziava. Sorse dimpeto, Qwerty, e si precipitò trafelato sul vegliardo a passeggio.


Qwerty Uiopè – O Gorgia, carissimo maestro, che fortuna incontrarla, mi dica, ha saputo del Palamede di Baricco?
Gorgia – Carissimo a chi! Non ho il piacere di conoscerla, né tampoco il minimo desiderio. Non mi par di rammentare alcuna sua discepolanza. Del resto, se fosse stato mio allievo, mai avrebbe osato una siffatta dimestichezza al mio cospetto. Or dunque, immantinente, mi risparmi le sue moleste proposte e circoli via, aria, sparisca, raus.
Qwerty Uiopè – Via maestro non s’adiri, lungi da me qualunque insolente confidenza. Nutro un profondo rispetto per il suo chiarissimo e smisurato ingegno. Desideravo solo conoscere la sua alta opinione sul Palamede di Baricco.
Gorgia – Opinione? Ma come si permette, miserabile barbaro farfugliante! Gorgia non esprime opinioni. Qualunque mio pensiero è sapienza veridica inconfutabile, immarcescibile, adamantina saggezza dianoetica. E ora smammi prima di subito, torni nelle spelonche, brutto troglodita escrementizio.
Qwerty Uiopè – Maestro, si calmi, la prego. Dicevo opinione, ma intendevo giudizio, saggia valutazione.
Gorgia – Dunque, lei dice in un modo e pensa in un altro? Presto, mi liberi della sua confusa e pestifera presenza, si disperda nel vuoto, corra via e via e via e non si fermi prima d’aver percorso la distanza di Filippide, e una volta giunto presso i suoi simili, tra inospitali grotte infestate di finocchi selvatici, proclami alla stregua dell’ateniese: «Abbiamo minto» fuor dal pitale, nevvero. Sparisca!
Qwerty Uiopè – Maestro, suvvia, anzi sommo maestro, mi conceda la sua attenzione, un po’ del suo tempo.
Gorgia – Eh eh... il tempo è denaro, benché temo le sfugga ancora il significato della parola denaro, piccolo barbaro ancor dedito al baratto.
Qwerty Uiopè – Suvvia un po’ del suo tempo...
Gorgia – Cento mine. Cacci cento sonanti mine e avrà la mia attenzione per il tempo di una clessidra.
Qwerty Uiopè – Fanno mille euro?
Gorgia – Oh no, dollari, solo dollari, per l’esattezza milleduecento e settantatre centesimi, ma tenga pure il resto, gli spiccioli mi danno ai nervi.
Qwerty Uiopè – ...millecentosettanta, millecentottanta, millecentonovanta e milleduecento, ecco fatto.
Gorgia – Tutte banconote di piccolo taglio... forse commercia al minuto stupefacenti sostanze? Oh caro il mio Qwerty Uiopè, si celia. Ora può interrogarmi senza indugio su qualunque argomento, le darò la risposta più saggia e sapiente.
Qwerty Uiopè – Maestro sommo, ora ci provo, il tempo di liberarmi da questa strana sensazione di leggerezza, che mi coglie d’improvviso.
Gorgia – Oh la capisco. Si sente come alleggerito della somma ignominia d’avermi incontrato con tanto ritardo, ma del resto eccitato per l'apprendimento fondamentale che trarrà dalle mie lezioni indimenticabili, grazie alle quali potrà diventare un perito oratore, pronto ad espugnare ogni assemblea.
Qwerty Uiopè – Beh sì e no. Sa, non amo tanto la folla, amo solo una donna, Inés Itrè, una poetessa maltusiana, assai virtuosa bensì ma molto irascibile perché prende tutto di petto, ciò che la rende assai vendicativa, sicché ogni tanto per gelosia mi tradisce con Manfredi, un poetastro inetto, un cicisbeo senz’altro, ma astuto e ruffianissimo, peste lo colga.
Gorgia – Eh, discepolo diletto, le fanciulle profumano di rose solo pria di divenire spose. Stia lontano dalle donne ond’evitar in fronte alte colonne ...appuntite, ahahahahah!
Qwerty Uiopè – Suvvia maestro, non esageri con codeste triti e sciocche ciance. Non rinuncerei a Inés Itrè, ed alle altre fanciulle, beh sì lo ammetto, per tutto loro del mondo. Ma torniamo al Palamede di Baricco.
Gorgia – E che vorrà sapere di Palamede? Quel mio celebre discorso è il vertice assoluto della retorica e della sofistica d’ogni tempo. L’esercizio sommo dell’arte dialettica. Ancora li vedo i più illustri degli ateniesi, Socrate, Agatone, Alcibiade, Tucidide e tanti altri uomini di gran fama, con gli occhi sbarrati e le orecchie tese mentre lo ascoltavano per la prima volta. Mai mortale aveva argomentato meglio, con più stringente logica, con catene d’argomenti d’incontrovertibile valore probatorio. E con quale stile fiorito, come meglio non avrebbe potuto un vero poeta. Fu un trionfo memorabile. E per non far mancare nulla alla mia perfida sfida, tenni quel leggendario discorso contro Ulisse, l’astuto eroe che tutti gli elleni amavano sopra ogni altro eroe.
Qwerty Uiopè – Già con l’Encomio di Elena s’era divertito non poco, maestro, lo ammetta.
Gorgia – E come no! Sì, certo, Elena, colei che nell’opinione d’ogni greco era la buttanazza da additare quale causa d’ogni infamia e sciagura, da me infine redenta, e ora tornata pura sì come un angelo incolpevole, una mammoletta ingiustamente oltraggiata. Che gusto c’è, del resto, nel facile trionfo? Le uniche battaglie degne d’esser combattute son solo quelle più ardue, contro il più valente dei nemici e sul terreno a lui più propizio. Sol così rifulge il più alto valore. Sarebbe stato degno di memoria, forse, se avessi celebrato una qualunque donna già amata dal mio uditorio? Per segnare indelebilmente il mio nome nella mente dei mie ascoltatori, dovevo riuscir nell’impresa di confutare quanto di più sacro v’era nelle loro idee, vincendo, con la semplice parola, ogni più strenua resistenza radicata nella loro tradizione più tenace e veneranda.
Qwerty Uiopè – Caro maestro, non vorrei contraddirla, però è ben vero che Elena era da tutti additata come una signora di facili costumi, ricettacolo d'ogni nequizia morale e perenne minaccia del focolare, ma del resto tutti i greci segretamente l’amavano, sprecandosi in lodi sperticate della sua bellezza.
Gorgia – Oh io lo sapevo bene, conosco l’animo umano. Ma loro no. Così li ho inchiodati a dover riconoscere nella pubblica piazza ciò che prima non sarebbero mai stati disposti ad ammettere.
Qwerty Uiopè – Per Palamede questo celato vantaggio non c’era. Certo non erano mancate le voci di poeti in sua difesa, ma poca roba.
Gorgia – E come no? Nessun greco si sarebbe mai schierato in suo favore e contro Ulisse, il loro mito indiscusso, prima della mia Apologia di Palamede.
Qwerty Uiopè – Che ardimento, maestro.
Gorgia – Ebbene sì. E sapevo che non sarebbe bastata un’eloquenza solo sublime di facondia pur straordinaria. Eh no! Serviva altro. Serviva un’argomentazione razionale inconfutabile, un metodo nuovo, una tecnica dialettica di nessi incatenati in modo ferreo. Così ho inventato l'apagòge. Un delirio logico mirabile che riduceva il contraddittore in sembianze ridicole, travolto da paradossi asfissianti. Sappia che perfino quel culo di pietra di Aristotele, si capisce senza citarmi per invidia, ha dovuto catalogare siffatta invenzione nei Primi Analitici e non certo nelle Confutazioni Sofistiche.
Qwerty Uiopè – Cattivi rapporti accademici?
Gorgia – Oh certo, erano tutti invidiosi della mia intelligenza e del mio clamoroso successo, non meno che della mia immensa ricchezza. Ogni sera sedevo al magnifico desco di Gualtiero Marchesi, degustando Risotto Oro e Zafferano o Dripping di Pesce ed altre fantasmagoriche prelibatezze, mentre loro per andare da Cracco una volta ogni morte di papa, d’ordinario mangiavano fave bollite e olive secche da olio lampante. Poveracci. Quello sporco comunista di Platone poi, mi odiava. Che uomo! Disposto a compromettersi con i peggiori tiranni, perfino i siracusani, miei turpi vicini, pur di assicurarsi una gloria che con le sue opere non riusciva a cogliere.
Qwerty Uiopè – Maestro, non dica così. Platone è il padre di tutti noi...
Gorgia – E allora siete tutti figli di madre ignota, ah ah ah ah!
Qwerty Uiopè – Ma maestro, non scherzi, Platone è il più noto e studiato dei filosofi.
Gorgia – Non me ne può calere una mazza. Forse che la mera fama dimostri un qualche valore? Un tale musico, Gigi D’Alessio, mi dicono che sia amatissimo e popolarissimo, ma qualcuno può forse credere che la sua opera omnia valga tre note del grandissimo Claudio Monteverdi?
Qwerty Uiopè – Ma del Palamede di Baricco che mi dice, infine.
Gorgia – Ma chi è questo Baricco? E che c’entra con Palamede.
Qwerty Uiopè – Suvvia, maestro, Baricco è un celeberrimo scrittore e tante altre cose, un uomo di gran fascino, sa raccontare storie come pochi, e recentemente ha realizzato uno spettacolo davvero molto bello su Palamede, usando con gran dovizia e arte la sua Apologia.
Gorgia – Dice davvero? E i miei diritti d’autore?
Qwerty Uiopè – Prescritti.
Gorgia – Ma almeno costui ha esposto a cubitali caratteri il mio nome?
Qwerty Uiopè – Beh, non proprio, ma il suo nome è nei titoli di coda.
Gorgia – Nei titoli di coda? O santo il vulcano che di lava lo sommergerà, riducendolo in nera cenere dove mingeranno grufolanti i più laidi cinghiali dei Nebrodi, così da destare il disgusto dei passanti inorriditi per gli intollerabili miasmi. Che gente! Che gente di bronzeo sembiante! Ma chi avrà potuto credere che quello straordinario argomentare sia farina del suo dozzinale sacco di grezza telaccia?
Qwerty Uiopè – Maestro non dica così, lo spettacolo è davvero ben riuscito. E le sue immortali parole vi splendono come lame affilate. Lo prenda come un tacito tributo al suo ingegno sublime.
Gorgia – Ma chi, in questo puerile inganno, è potuto cadere? Bruti e sprovveduti e altri imbecilli ottusi?
Qwerty Uiopè – E quando mai, maestro? Adesso non si contraddica. Prima e meglio di chiunque altro, con una massima divenuta proverbiale, lei stesso ha proclamato che a teatro è più saggio chi si lascia ingannare.
Gorgia – E sia, lo concedo. Nondimanco, mi sfugge l’uso ch’egli ha potuto fare del mio Palamede. Forse che Gorgia è un Erodoto qualunque? Nessuna minuta notizia reca la mia opera immortale, o fatti o detti o accadimenti di quel disgraziato eroe. Gorgia è inesauribile fonte di sapienza e non già fonte di storie del cazzo.
Qwerty Uiopè – Eppure, sapesse che figurone fanno quelle sue parole e quei suoi argomenti. Ulisse ridotto ad un sicofante qualsiasi e la schierata aristocrazia omerica umiliata a prestar fede ad una ripugnante menzogna che prostituiva la giustizia ad una atroce vendetta.
Gorgia – Oh non mi sorprende, l’Apologia è una macchina dialettica perfetta. Quanto mi sono divertito a scriverla e poi a cantargliela. Un trastullo immenso. Ma di essa nella memoria dei mortali sopravvivere doveva quel che in essenza contava, ossia la forma, la struttura, il metodo. Il contenuto era irrilevante e parimenti la vicenda di Palamede, del quale nulla sapevo più di quanto si raccontava nei simposi e nei teatri.
Qwerty Uiopè – Quel poco oggi è tanto, tuttavia, o almeno è qualcosa.
Gorgia – Ora m’avvedo che nella clessidra gli ultimi granelli del cono superiore si precipitano verso il riposo del sottostante cumulo. Il tempo è finito, caro mio. Mi cerchi ancora, la incontrerò volentieri, previo compenso, si capisce. Lei è un promettente discepolo. Ma se vuole vivere cent'anni come me, lasci perdere le donne. Salvo Elena. Ristudi con più sagacia l’Encomio. Rilegga le ultime parole e mediti. Mediti. Mediti.
Qwerty Uiopè – «Elénes men enkòmion, emòn dé paìgnion», maestro le so a memoria... e dunque?
Gorgia – Eh eh fuoco-fuoco... divampante fuoco... emòn dé paìgnion, per l’appunto, ah ah ah ah. Addio.

La meditazione di Qwerty Uiopè durò a lungo senza conseguire esito alcuno, finché egli non giunse a leggere, per caso, un bel saggio dal titolo «Il logos è un potente signore» di Ugo Volli che, celato in una nota a piè di pagina, recava lo svelamento delle misteriose allusioni di Gorgia. Ne riporto in calce il testo provvidenziale, a beneficio dei tre lettori, e a futura memoria della corriva insipienza di... Qwerty Uiopè.
«[«Elénes men enkòmion, emòn dé paìgnion», «per Elena encomio, per me gioco dialettico»] così traduce Giannantoni; Moreschini (nella sua edizione dei Frammenti di Gorgia, Boringhieri, Torino, 1959) più bruscamente suggerisce «elogio di Elena e passatempo per me». Nella traduzione inglese di Brian Donovan e quasi sempre in inglese “plaything”, “gioco” o “giocattolo”. La parola usata è paignion, termine che sarà usato dai neoteroi e da Callimaco per indicare il puro esercizio letterario (cfr. R. Hunter, The reputation of Callimacus in D. Obbink e R. Ruthford, Culture in pieces, Oxford University Press, Oxford 2011) – ma sarebbe probabilmente improprio antedatare quest’uso al V secolo. Per una discussione sull’uso di Gorgia, cfr. D. Boyarin, Socrates and the fat rabbis, University of Chicago Press, Chicago 200, p. 99. Dal punto di vista dizionariale, la parola viene definita “trastullo, sollazzo, giocattolo, balocco, gioco, passatempo” ma anche “scherzo”, come conferma il legame col verbo paizo, che significa fondamentalmente sia giocare che prendersi gioco. cfr. L. Rocci, Vocabolario greco–italiano, Società editrice Dante Alighieri, Milano 1967 ad loc. In un brano delle Leggi (797b) Platone usa paignon (tradotto in genere qui come “gioco”) come un genere di paidia (tradotto spesso come "divertimento"); è interessante notare come Platone nel Fedro e Gorgia qui mettano entrambi in relazione la scrittura l’uno con paidia, l’altro con paignon: accostamento certamente casuale, ma rivelativo.»




lunedì 24 luglio 2017

Sul ciglio di luglio

Vincent Van Gogh Sera d’estate ad Arles, 1888





















Omoteleuti (con tutte le vocali)


Sotto un tiglio, vaglio meglio l’imbroglio di luglio.


Sul ciglio di luglio veglio un barbaglio d’orgoglio.




Giuseppe Arcimboldo – L’estate 1573






















Versicoli

che garbuglio è questo luglio
un intruglio in rima_sugli_o
consonanti in gran subbuglio
e vocali in tafferuglio
corriam via sott’un cespuglio
via da questo guazzabuglio


sabato 22 luglio 2017

Tre epèntesi

Giorgio Kienerk, Le printemps de la vie



















* * *

Giorgio Kienerk
Enigma Umano, Il Dolore






È l’araba fenice d'oggidì
Rigonfio spande luce notte e dì

(Soluzione 4/5) 







. . .

Giorgio Kienerk
Enigma Umano, Il Silenzio





Sebben si vieti, ognor è disputato
Giammai si disse duno sciagurato

(Soluzione 5/6)





. . .

Giorgio Kienerk
Enigma Umano, Il piacere






Non c’è né prima né subito dopo
La causa addita e pur anco lo scopo



(Soluzione 6/7)











martedì 20 giugno 2017

Qual piuma al vento. Esercizi

ph. Édouard Boubat


























La differenza tra il lato comico
delle cose e il loro lato cosmico
dipende da una sibilante
Vladimir Vladimirovič Nabokov

neologissimi
Bardotto: s. m. Caffè letterario
Mongolfiera: s.f. Orgogliosa donna dell’Asia centrale
by Franco Chirico
Acquedottolo: s. m. Rabdomante nano
Citare: v. tr. e intr. [dal giunglese Cheetare] Fare Cheeta

#fatespazio
José sarà mago
A Caporetto a capo retto
Valentina va lentina
Pol POTUS = Pol Pot US
augellin a ugellin











maccheronismi maliziosi
Tam pax certa melior quam sperata victoria’s secret

anagrammi
Rifletto trivio = Vittorio Feltri
Animal vestito = (politicante neofascista con la felpa)
Rammenti lupa = Melania Trump
Inutil petologia  = Giuliano Poletti
Bolzano-Bozen = Bonze al bonzo
Topolino genial = Paolo Gentiloni
Libran antisenni = Nanni Balestrini
Scanni illusione = Jannis Kounellis (per omofonie)
L’impervio = Primo Levi

recensioni sorrentine: The Young Pope
Elegante polpettone veterotestamentario ispirato alla religione nei limiti della semplice superstizione, con riflessi psicologi da tre soldi.

dubbi in cariola
Qual è il nome del cugino in salute di Pallade Atena?
Pallade Lardo

briciole novelle
L’alfiera marchesana di Monferrato:
- Polli, sempre polli, fortissimamente polli!
Decameron, Prima giornata, novella V
  
Pensava padre Pirrone:
Lanza, Lampedusa o Alliata
purché si magni la cassata.

In Firenze lasciata alle spalle via dello Sprone, si percorre via del Pavone, girando a sinistra per via dei Vellutini che inevitabilmente giunge in Piazza della Passera.

La rosa avventurosa per la morosa tenebrosa che fu ombrosa sposa ritrosa, ascosa in ben pietrosa prosa.

questione omerica
Ricordo con gratitudine del prof. Tullio De Mauro le sue lezioni su Saussure e la sua grande statura di studioso e intellettuale. Comprensibile il cordoglio unanime, tanto da non stupire di nessuna, proprio nessuna, testimonianza d’affetto









versicoli
epèntesi eluardiana col fiocco (6/7)
Novella fantolina or qui dimora
Scritta «Su ogni sbuffo dell’aurora»

trobar clus
Fiorivano gl’indizi
del tempo tra le righe,
ne colse Toni A. Brizi
sbrillanti gemme e spighe.

Or che tutti ha sedotto,
nel suo bel dì d’aurora,
quel gioco galeotto
pavesi la sua prora


exit
Oh Valentino di rosso vestito
ti sia lieve la terra di maggio
il tempo lieto ormai è fuggito
ci resta il torto ed un fiore randagio


venerdì 26 maggio 2017

AveTar


















Il 24 maggio, una data ora e sempre fatale, del corrente anno, il Tar del Lazio
ha annullato la nomina di cinque direttori di importanti musei italiani, perché i
detti nominati erano «non italiani».


Era ora! Finalmente la Ragione, in toga e tocco circonfusa, dà indiretta e ritorsiva conferma, con sentenza tonitruante munita di sigilli, che esiste eccome, in faccia ai debosciati felloni della patria nostra italiona bella, che esiste, insomma, sì esiste e va difesa ad ogni costo, quella che un manipolo di studiosi finissimi, il 26 luglio 1938, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, sfidando smidollati e increduli, proclamò quale inappellabile evidenza: «Esiste ormai una pura razza italiana».
Ergo la cura del nostro patrimonio artistico ha qual tutela suprema solo la carne, il sangue e lo sperma di detta pura razza preclara, ché il Piave già presago aveva mormorato, si capisce inascoltato, ogni nefandezza dei foresti barbari avvezzi a nutrirsi ancor solo di ghiande e di altre bacche, o di radici e vermi disgustosi, grufolanti parole da balbuzie cavernicola, intenti a ravanar pudenda infra il bracone in tela grezza, quando non in pelle di selvaggina giurassica manco ben conciata. E se lo dice un Giudicante togato, minchia, ogni replica è vano e insulso vilipendio, poi ch’egli eroicamente al mero lume d’un provvidenziale moccolo di cera, tra le ombre polverose della sua notte insonne, dopo scrupoloso scrutinio con meritoria acribia giureconsultica, nel garbuglio, infine, azzeccò la leggina insepolta, il comma offeso, la norma vindice.
Del resto, importa né punto né poco che nella compagine della pura razza son parte - bensì Santi aureolati da nimbi di fogge strabilianti, Poeti che il lauro gli fuoriesce perfino dalle froge e Navigatori navigatissimi - ma pur anche «biscazzeruzzi dalle tre carte su l’ombrello ne’ chiassetti reconditi, cartomanti con la tigna, tosacani dilettanti a ora persa, (...) contrabbandieri di dadi di pollo avariati, prestatori di pene a vecchie femmine remuneranti» (C. E. Gadda).
Qui il punto è altro, il giudicante in toga su pulpitante scranno statuì una circostanza che nemmeno i più aspri spregiatori delle virtù italiche possono denegare ai membri della sua pura razza, ossia «d’aver un culo, sotto il quale si potesse collocare una seggiola» (C. E. Gadda). E dunque via, fuori, raus: le terga forestiere tornino oltralpe e oltremare a poggiare su acconci nudi rami o su cavi tronchi alla deriva, onde non sia mai che le nostrane profumatissime seggiole siano offese da miasmi barbarici di selvatiche scoregge, dacché notoriamente solo le natiche di quelli della pura razza, nonché callipigie, son debitamente nette d’ogni oltraggioso tanfo.
Amen

lunedì 1 maggio 2017

Kitsch c'è e kitsch non c'è

Sulla nuova Collezione "Masters" di LV & JK
(immagini omesse per dispetto, disponibili qui)
















Nutrendo una incrollabile certezza sulla inutilità sociale dell’indignazione, e dovendo riservare un malmostoso e risentito rancore a vicende di ben altro scandalo, ci tocca di destinare, al rimanente vasto squallore che incombe, un divertito disprezzo, una distratta disistima, un indifferente biasimo.
S’era tutti, nevvero, in febbricitante e spasmodica attesa delle novità straordinarie che avrebbe generato l’annunciata collaborazione del più grande artista di tutti i tempi, JK, già marito dell'onorevole Ilona Staller, con LV, il marchio del lusso più prestigioso dell’universo. Perfino nell’Olimpo gli dèi s’erano accalcati senza ritegno, tra spintoni e gomitate tutt’altro che commendevoli, pur di stare in prima fila per meglio ammirare l’imminente collezione strabiliante.
E che ti cavano quelli dal cilindro? Quattro borse con su stampati particolari di immortali capolavori di Leonardo, Tiziano, Rubens, Fragonard e Van Gogh. Basiti per l’incredibile trovata creativa, mentre il rovello ancora oscilla incerto tra meco e stica, dovendo del resto tacere daltre estasi per pudore e convenienza, sorge nondimanco spontanea una domanda. Ma come hanno fatto ad ottenere il consenso di quel pazzo di Vincent, o di quell’altro burbero e incazzoso di Leonardo? Ah, ecco, già sono morti Vincent e gli altri, né hanno eredi con stuoli d’avvocati per tutelarne i diritti. Pare una sorta di contrappasso, per interposta persona: il povero, si fa per dire, LV riprodotto da falsari in ogni angolo del mondo, che si fa falsario a sua volta, sfruttando a gratis e senza consenso, l’opera dell’ingegno altrui.
Ogni scrupolo morale o bottegaio potrebbe tuttavia sospendersi, innanzi alleventuale valore simbolico della cosa in sé, sempre che se ne rinvenisse alcuno. Poiché, di contro, pare difficile negare che il grandissimo artista, complice e ispiratore della trovata, con quest’ultima prodezza voglia ribadire l'assoluta centralità della transustanziazione della paccottiglia, il trionfo del kitsch che s'invera nel lucroso vertice del patacca-style. Se poi le stampate borsette implicassero una immonda reificazione mercantile di opere dello spirito, chi se ne fotte. Volete mettere il piacere e l’innegabile buon gusto di trasformare in inconsapevoli e ambulanti testimoni d’arte, strafighe ancheggianti in luxury hotel a Dubai, o isteriche mogli di commercialisti in shopping compulsivo tra San Babila e via Bigli?
Del resto, è il lusso, bellezza! Come dubitare che i vizi privati di Odette de Crecy, per eterogenesi dei fini, non siano, con ogni evidenza, preclare e  pubbliche virtù? Avrà pensato l’artista, mentre sbirciava compiaciuto l’ultimo estratto conto ricevuto dalla sua banca.

martedì 21 marzo 2017

Sguardi

Ph. Egor Shapovalov


























Luci intrecciammo improvvisamente
tra fumi di scontento e disincanto,
sul limitare di vicoli dinganno.

Farandola e follia evanescente,
faville alate, cieche nellincanto,
che del tumulto dicono e non sanno.