martedì 20 giugno 2017

Qual piuma al vento. Esercizi

ph. Édouard Boubat


























La differenza tra il lato comico
delle cose e il loro lato cosmico
dipende da una sibilante
Vladimir Vladimirovič Nabokov

neologissimi
Bardotto: s. m. Caffè letterario
Mongolfiera: s.f. Orgogliosa donna dell’Asia centrale
by Franco Chirico
Acquedottolo: s. m. Rabdomante nano
Citare: v. tr. e intr. [dal giunglese Cheetare] Fare Cheeta

#fatespazio
José sarà mago
A Caporetto a capo retto
Valentina va lentina
Pol POTUS = Pol Pot US
augellin a ugellin











maccheronismi maliziosi
Tam pax certa melior quam sperata victoria’s secret

anagrammi
Rifletto trivio = Vittorio Feltri
Animal vestito = (politicante neofascista con la felpa)
Rammenti lupa = Melania Trump
Inutil petologia  = Giuliano Poletti
Bolzano-Bozen = Bonze al bonzo
Topolino genial = Paolo Gentiloni
Libran antisenni = Nanni Balestrini
Scanni illusione = Jannis Kounellis (per omofonie)
L’impervio = Primo Levi

recensioni sorrentine: The Young Pope
Elegante polpettone veterotestamentario ispirato alla religione nei limiti della semplice superstizione, con riflessi psicologi da tre soldi.

dubbi in cariola
Qual è il nome del cugino in salute di Pallade Atena?
Pallade Lardo

briciole novelle
L’alfiera marchesana di Monferrato:
- Polli, sempre polli, fortissimamente polli!
Decameron, Prima giornata, novella V
  
Pensava padre Pirrone:
Lanza, Lampedusa o Alliata
purché si magni la cassata.

In Firenze lasciata alle spalle via dello Sprone, si percorre via del Pavone, girando a sinistra per via dei Vellutini che inevitabilmente giunge in Piazza della Passera.

La rosa avventurosa per la morosa tenebrosa che fu ombrosa sposa ritrosa, ascosa in ben pietrosa prosa.

questione omerica
Ricordo con gratitudine del prof. Tullio De Mauro le sue lezioni su Saussure e la sua grande statura di studioso e intellettuale. Comprensibile il cordoglio unanime, tanto da non stupire di nessuna, proprio nessuna, testimonianza d’affetto









versicoli
epèntesi eluardiana col fiocco (6/7)
Novella fantolina or qui dimora
Scritta «Su ogni sbuffo dell’aurora»

trobar clus
Fiorivano gl’indizi
del tempo tra le righe,
ne colse Toni A. Brizi
sbrillanti gemme e spighe.

Or che tutti ha sedotto,
nel suo bel dì d’aurora,
quel gioco galeotto
pavesi la sua prora


exit
Oh Valentino di rosso vestito
ti sia lieve la terra di maggio
il tempo lieto ormai è fuggito
ci resta il torto ed un fiore randagio


venerdì 26 maggio 2017

AveTar


















Il 24 maggio, una data ora e sempre fatale, del corrente anno, il Tar del Lazio
ha annullato la nomina di cinque direttori di importanti musei italiani, perché i
detti nominati erano «non italiani».


Era ora! Finalmente la Ragione, in toga e tocco circonfusa, dà indiretta e ritorsiva conferma, con sentenza tonitruante munita di sigilli, che esiste eccome, in faccia ai debosciati felloni della patria nostra italiona bella, che esiste, insomma, sì esiste e va difesa ad ogni costo, quella che un manipolo di studiosi finissimi, il 26 luglio 1938, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, sfidando smidollati e increduli, proclamò quale inappellabile evidenza: «Esiste ormai una pura razza italiana».
Ergo la cura del nostro patrimonio artistico ha qual tutela suprema solo la carne, il sangue e lo sperma di detta pura razza preclara, ché il Piave già presago aveva mormorato, si capisce inascoltato, ogni nefandezza dei foresti barbari avvezzi a nutrirsi ancor solo di ghiande e di altre bacche, o di radici e vermi disgustosi, grufolanti parole da balbuzie cavernicola, intenti a ravanar pudenda infra il bracone in tela grezza, quando non in pelle di selvaggina giurassica manco ben conciata. E se lo dice un Giudicante togato, minchia, ogni replica è vano e insulso vilipendio, poi ch’egli eroicamente al mero lume d’un provvidenziale moccolo di cera, tra le ombre polverose della sua notte insonne, dopo scrupoloso scrutinio con meritoria acribia giureconsultica, nel garbuglio, infine, azzeccò la leggina insepolta, il comma offeso, la norma vindice.
Del resto, importa né punto né poco che nella compagine della pura razza son parte - bensì Santi aureolati da nimbi di fogge strabilianti, Poeti che il lauro gli fuoriesce perfino dalle froge e Navigatori navigatissimi - ma pur anche «biscazzeruzzi dalle tre carte su l’ombrello ne’ chiassetti reconditi, cartomanti con la tigna, tosacani dilettanti a ora persa, (...) contrabbandieri di dadi di pollo avariati, prestatori di pene a vecchie femmine remuneranti» (C. E. Gadda).
Qui il punto è altro, il giudicante in toga su pulpitante scranno statuì una circostanza che nemmeno i più aspri spregiatori delle virtù italiche possono denegare ai membri della sua pura razza, ossia «d’aver un culo, sotto il quale si potesse collocare una seggiola» (C. E. Gadda). E dunque via, fuori, raus: le terga forestiere tornino oltralpe e oltremare a poggiare su acconci nudi rami o su cavi tronchi alla deriva, onde non sia mai che le nostrane profumatissime seggiole siano offese da miasmi barbarici di selvatiche scoregge, dacché notoriamente solo le natiche di quelli della pura razza, nonché callipigie, son debitamente nette d’ogni oltraggioso tanfo.
Amen

lunedì 1 maggio 2017

Kitsch c'è e kitsch non c'è

Sulla nuova Collezione "Masters" di LV & JK
(immagini omesse per dispetto, disponibili qui)
















Nutrendo una incrollabile certezza sulla inutilità sociale dell’indignazione, e dovendo riservare un malmostoso e risentito rancore a vicende di ben altro scandalo, ci tocca di destinare, al rimanente vasto squallore che incombe, un divertito disprezzo, una distratta disistima, un indifferente biasimo.
S’era tutti, nevvero, in febbricitante e spasmodica attesa delle novità straordinarie che avrebbe generato l’annunciata collaborazione del più grande artista di tutti i tempi, JK, già marito dell'onorevole Ilona Staller, con LV, il marchio del lusso più prestigioso dell’universo. Perfino nell’Olimpo gli dèi s’erano accalcati senza ritegno, tra spintoni e gomitate tutt’altro che commendevoli, pur di stare in prima fila per meglio ammirare l’imminente collezione strabiliante.
E che ti cavano quelli dal cilindro? Quattro borse con su stampati particolari di immortali capolavori di Leonardo, Tiziano, Rubens, Fragonard e Van Gogh. Basiti per l’incredibile trovata creativa, mentre il rovello ancora oscilla incerto tra meco e stica, dovendo del resto tacere daltre estasi per pudore e convenienza, sorge nondimanco spontanea una domanda. Ma come hanno fatto ad ottenere il consenso di quel pazzo di Vincent, o di quell’altro burbero e incazzoso di Leonardo? Ah, ecco, già sono morti Vincent e gli altri, né hanno eredi con stuoli d’avvocati per tutelarne i diritti. Pare una sorta di contrappasso, per interposta persona: il povero, si fa per dire, LV riprodotto da falsari in ogni angolo del mondo, che si fa falsario a sua volta, sfruttando a gratis e senza consenso, l’opera dell’ingegno altrui.
Ogni scrupolo morale o bottegaio potrebbe tuttavia sospendersi, innanzi alleventuale valore simbolico della cosa in sé, sempre che se ne rinvenisse alcuno. Poiché, di contro, pare difficile negare che il grandissimo artista, complice e ispiratore della trovata, con quest’ultima prodezza voglia ribadire l'assoluta centralità della transustanziazione della paccottiglia, il trionfo del kitsch che s'invera nel lucroso vertice del patacca-style. Se poi le stampate borsette implicassero una immonda reificazione mercantile di opere dello spirito, chi se ne fotte. Volete mettere il piacere e l’innegabile buon gusto di trasformare in inconsapevoli e ambulanti testimoni d’arte, strafighe ancheggianti in luxury hotel a Dubai, o isteriche mogli di commercialisti in shopping compulsivo tra San Babila e via Bigli?
Del resto, è il lusso, bellezza! Come dubitare che i vizi privati di Odette de Crecy, per eterogenesi dei fini, non siano, con ogni evidenza, preclare e  pubbliche virtù? Avrà pensato l’artista, mentre sbirciava compiaciuto l’ultimo estratto conto ricevuto dalla sua banca.

martedì 21 marzo 2017

Sguardi

Ph. Egor Shapovalov


























Luci intrecciammo improvvisamente
tra fumi di scontento e disincanto,
sul limitare di vicoli dinganno.

Farandola e follia evanescente,
faville alate, cieche nellincanto,
che del tumulto dicono e non sanno.




giovedì 9 febbraio 2017

Chiamami adesso


Anagrammi in versicoli a

Paolo Conte

Brassaï, Fille de joie, Rue Quincampoix, 1931

























Tono epocal,
lento opaco,
o con petalo
o capo lento,
poeta col no
e palco tonò!






domenica 5 febbraio 2017

Rime tempestose

Giorgio de Chirico, Cavallo bianco in riva al mare, 1940 ca.
























Sorge il sole, canta il gallo,
donald trump monta a cavallo,
ma l’imbizzarrito equino
scuote il duce leonino
prima in aria e poi in terra.
«Basta, basta sia la guerra!
Questo pony è messicano
e forsanche musulmano:
metto al bando questo e quello
e li sfido pure a duello.
E tu brutto grugno equino
porgi al duce un bell’inchino
e di nuovo immantinente
offri il dorso penitente
ché mi aspettano le folle
per plaudirmi ormai satolle
del portento che io sono
sia che bercio, twitto o tuono,
circondato da strafighe
che trascinan le mie bighe.
Trepidante attende il mondo
le mie gesta a tuttotondo:
immigrati e poveracci?
Via, cacciati come stracci.
Donne, infermi e altri sfigati?
Affanculo e bastonati.
Il mio gran messaggio è chiaro:
«o sei ricco oppur ti sparo».
«Baro, baro, baro, baro
- or proruppe il fiero equino -
mai e mai sulle mie spalle
porterommi un contaballe,
sarò io ben un cavallo
ma tu sei uno sciacallo,
di nequizie vil stendardo
turpe, rozzo e gran bastardo.»








martedì 24 gennaio 2017

Cupidigia e brividi

Anagrammi in versicoli
a Camillo Sbarbaro

Brassaï, Juan-les-Pins, Folies-Bergère, c. 1932





































Lambirà lo scabro
rosa, calmi labbro
ma rabbia scrollò
morsa, bolla, braci.
Lombra libra caos,
là sbarca il rombo:
là bramò, lì sbarcò.




lunedì 2 gennaio 2017

Ragne tenaci di sguardi




Le finestre serrano misteri e tradiscono segreti destinati a deflagrare nell’evidenza. Di volta in volta, e talora contemporaneamente, esse servono per guardare e per essere guardati, limite tra il dentro e il fuori che insieme unisce e separa. Luoghi d’attesa e silenzio o di svelamento e rumore. Soglie dell’interiorità e, parimenti, soglie dell’esteriorità. Fuggitivi passaggi provvidenziali e furtivi accessi d’amanti. Segni di prigionia e varchi di libertà. Tabernacoli di serenate e suicidi.
Marcel Proust aveva foderato di sughero la sua camera da letto per far tacere il rumore del mondo, eppure vi doveva essere una finestra in quella camera, se un mattino vi penetrano dalla strada i gridi degli ambulanti di Parigi, artigiani e venditori, intrecciando una «ouverture per un giorno di festa» che propizia il pastiche forse più vertiginoso della Recherche, nel quale, come in un arabesco, le cantilene popolari dei cris si sovrappongono ai recitativi del Boris Godunov, o ai motivi musicali dell'abbandono nel Pelléas di Debussy che ricordano Rameau, in un’orgia di doppi sensi erotici che alzano il velo sulla incombente e ineluttabile Gomorra (La Prigioniera, III, 508). Del resto, è da una finestra socchiusa a Montjouvain ch’egli, nascosto dietro un cespuglio, assiste all’incontro d’amore saffico di Mademoiselle Vinteuil con l’amica del cuore (Dalla parte di Swann, I, 194), che si fissa quale scena primaria, in qualche modo fondativa del suo tormento d’amante, riaffiorando tanto tempo dopo, al culmine della sua disperazione, nelle ultime pagine di Sodoma e Gomorra II, per rivelargli pienamente il sapere angoscioso del vizio che minaccia Albertine, ossia il suo mondo amoroso.
Sebbene in chiave metaforica, che le finestre fossero fatali, era già noto a Petrarca:
Io avrò sempre in odio la fenestra
onde Amor m’aventò già mille strali,
perch’alquanti di lor non fur mortali
ch’è bel morir mentre la vita è destra
(LXXXVI)
E tuttavia, questo proteiforme oggetto linguistico, prende una ancor più inquietante rotta se il nocchiero è Camillo Sbarbaro, che in Fuochi fatui ne coglie, per via aforistica, un’ulteriore pertinenza metaforica:
«Per due finestre è abitabile il presente, la finestra del passato e la finestra del futuro: l’una finta, l’altra cieca.»
Ma Camillo Sbarbaro, in verità, assegnava un ben più grande valore per nulla astratto alle finestre, tanto da comporne un elogio appassionato, intessuto d’una flagrante concretezza, direttamente attinta al comune vissuto, così marcatamente materiale da diventare, come tutti i suoi testi più sensuali, senz’altro esemplare.
Ecco le distillatissime parole di un suo Truciolo mirabile, cari tre lettori, qui proposte a guisa di ricompensa della benevola pazienza che usate verso le mie inutili scritture, del resto erratiche molto e di poco momento.


«Finestre, ricchezza dei poveri.
Rimediano i poveri all’angustia degli interni, annettendovi ciò che dalla finestra si vede; fan posto in casa, per essa, ai due beni più grandi, il sole e la strada.
Alla finestra vivono. Non paghi d’accorrervi ad ogni respiro che lascia il lavoro, nel suo vano, potendo, recano anche questo; e l’uomo del deschetto o le donne che agucchiano, a rallegrarsi e a dolersi, sulle mani sole asservite levano i volti in libertà.
Alla finestra fan l’amore. Da casa a casa e dalla villa alla strada, fili di sguardi tesson ragne tenaci; e non v’è occhiata che impegni, o lasci pensoso chi passa, più di quella che sfreccia, socchiudendo la persiana, la fanciulla che si ritrae.
Vi viene col cannocchiale l’uomo che in terraferma ormai traballa come su coperta; illuso di riconoscere nel guscio che passa al largo la petroliera della gioventù. Dell’oggi lo consola, col passato che gli resuscita, lo spettacolo delle navi che vanno sempre per il mare.
Per la finestra s’informa del mondo la vecchia che vi attende la fine: saluta le conoscenze, prende parte ai giuochi dei ragazzi. Grazie alla finestra, ha qualche cosa anche lei da raccontarsi la sera, una curiosità da levarsi il dì dopo.
Fortunati! Per gli occhi escon di sé; coi casi degli altri variano il grigio dei loro; nella vita di tutti scordan la propria.
E se poco mondo scopre il povero dalla finestra, quanto meno tanto più evocatore. Il mare non è mai grande come dove di lui parla solo la battima che non raggiunge la barca; l’estate non è mai così intensa come quando la compendia una cicala, una frasca che sopravvanza una cinta...
Tanto che qualche volta a qualcuno, nell’attimo che si affranca, la casa alle spalle si mura, blocco di inimicizia; ma ancora potrà volgersi ad essa e senza rancore guardarla, se, nell’attimo, davvero il suo cuore sarà scattato oltre la strettoia dei tetti col grido della rondine; salpato, con la barca che varano, chi sa per dove sul mare...» *


 *Camillo Sbarbaro, Trucioli (1930-1940) in L’opera in versi e in prosa, Milano, 2001, pp. 335-336
Le citazioni di Marcel Proust sono tratte dall’edizione Mondadori-Meridiani di Alla ricerca del tempo perduto

lunedì 26 dicembre 2016

La musa frugale

Jan Vermeer, 1657 ca.





























Si riparano istanti.
Chicchi di grandine notturna,
gusci d’attesa, lampi perplessi
e insonni barlumi
alle finestre socchiuse
in ascolto di sirene senza voce.

Si riparano istanti.
Barbagli sortiti da fessure
cariate che sospirano
antiche trafitture,
rivoli che mormorano sommessi
l’inganno dei rimpianti smessi.

Si riparano solamente istanti,
non giorni oppure ore
svaniti nell’errore,
solo attimi esitanti
su transiti chimerici e tramonti,
solo fugaci istanti;

davvero poca cosa:
non può guarir la musa
più pene di una rosa.





Tratto da Alla svolta del vento