lunedì 16 giugno 2014

Cronache di pestiferi amanti

Atto unico

Ispirato dal certame #Ceraunavoltaunre, per istigazione incolpevole delle #scritturebrevi di Francesca Chiusaroli




Personaggi

FC: Franco Chirico, deus ex machina

LS: Luigi Scebba, testimone e confidente degli amanti

Qwerty Uiopè: furfante e amante di Ines Ytrè

Ines Ytrè: amante, dal gran fascino palindromico, di Qwerty Uiopè




LS

C'era una volta stellata sopra di me
E un trono di spine con assiso un re
Ma un paggio malvagio ben altro raccontò



FC

C'era una volta un Re-ietto
Che solea profilarsi Qwerty Uiopè
Ma non era affatto un re



LS

Ricevo da Qwerty Uiopè e malvolentieri riferisco:

Son Reietto ed impostore
Ma con Ines Itrè io fo l'amore



FC

Vanta abiti da Re e s’atteggia a Don Giovanni
Ma è solo un infido malestruo,

Un malnato in lordi panni



LS

Da Ines Ytrè:

La tua bell’invettiva è pura verità
Ed ogni suo panneggio val quanto uno s.



LS

E Lui rispose ohimè:

Oh non rammenti più
Quando sul canapè
Implorasti quartier
Al valoroso Qwerty Uiopè?



LS

Ma Lei replicò:

O Effeci non credergli giammai.
Ei fu briccone ignobile,
E a letto, un soprammobile!



FC

Ah ah ah perciò di priapesco avea
sol la rigidità da bomboniera,
più che il batocchio ciuchesco a bandoliera.



LS

Che triste spettacolo, ahimè.
Oh che vergogna, adesso volano schiaffi e frottole e rime e calci.
Eppure, eppur perdutamente s'amano,
onde possiamo ben alzare i calici.


sabato 17 maggio 2014

Mal d'estro

Cesti di mesti gesti rimesti, 
mentre ridesti celesti incesti 
come lesti anapesti. 
Onesti testi e funesti pretesti:
Sia che presti agresti resti,
Sia che innesti codesti a questi.

sabato 5 aprile 2014

Altre rive





Quale possente man trasse nel vento
quell’astro notturno e distante,
caduto ora nelle pozzanghere
inargentate e sordide?
Sul ciglio dell’abisso il suo giaciglio ormai vuoto
rende ancor più immoto quel silenzio remoto,
mentre nelle macchie di luce dell’acqua stagnante,
la luna freme agli avidi sorsi rubati
del cane furioso e del gatto furtivo,
con riflessi ritrosi e interrotti,
lungo una scia d’ombre sbilenche come una folle fuga
di fragili vissuti immaginari.
E nel grembo della notte,
l’eco del sorriso di un dio bambino
che intreccia chimere e illusioni
sulla riva dei nostri sogni.


lunedì 24 marzo 2014

Una nube sulle ventitré. Esercizi


Una lieta malfidenza, il piacere della canzonatura
sono segni della salute: ogni assolutezza è patologia.
Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male

Tmesi e altre stravaganze

Blaise Pascalembour

Avvitamenti innatisti: Bullonato, Bullo nato

In delirio per Khatia Buniatishvili, pianista:
Or Georgia, Orge orgia

La bella morte: De cesso fallico


Stupefacentidioletti
Permettimi di dissentire, questa volta ha ragione Lucia Annunziata: l'apparenza in canna

Renzi vuole tagliare le tasse: dura protesta dei tassi


Metasemanticoemetàno
Vendesi collezione di autoritratti apocrifi di capre parlanti del celebre pittore làpone El Kan Kan

Finisce patta e patta. Una salamonica soluzione genitale?

Rauschwitz. Crasi anomala e rivelatrice: ogni Witz (storia spiritosa) era Raus (fuori) dal cieco e ottuso orrore di Auschwitz

A Macerata, ama cerata, a ma' c'è rata


Effimere passioni geolocalizzate
«Finché Orte non ci separi»


Letargie
Giuro sul pleroma di Plotino che tra Anima mundi e
Anima letti, solo la seconda ho adorato

Curioso Cupido, cuspidi con curiale cupidigia curi?


Caccia&Pesca in doppia lettura.
L’amo recondito
L’amo relatore
L’amo relegato
L’amo reticola.


Dantismi striscianti
Ver me si va stracco e collabente
Ver me si va ne l'etterno afrore
Ver me si va tra la sentina e il niente


Gnome gnocchea
Fimmina casta
intra 'na grasta.
Cantanti e vaviusi
rumpici l'ossa
e tinili 'nchiusi.




Biblioteca apocrifa renziana

I dolori del giovane Inwerther di Johann Matteo Goethe

La figlia del saputino Matteo Renzeevič Puškin

Il matteone rampante di Cosimo Piovasco di Renzì

Manoscritto trovato a Saràcozza di Jan Renziocki

Vavìa col vento di Margaretto Renzitchell

Egos e Priapo di Carlo Emiliomatteo Gaddaland

Molto fotte, incredibilmente micino
(Extremely fuck and Incredibly kitty)
di Jonathan Safran Renzoer

La vita inferiore di Alberto Matteo Moravavia

La marcia di Renzetzky di Joseph Rottho

Mordy Dick di Herman Renzville
(made in ‏@Ninninedda - Franco Chirico),
bello sì, ma che cognizione del dolore.

La Canzone di Re Enzi di G. Matteo Pascoli:
Ed ora i pigri bovi bianchi a terra
Mentre le pal colui a tutti serra



Anagrammi

“Virginia” è «vani giri»
ma "dearest Virginia" vale «rivesti randagie»

“Stephen Daedalus”, «Ha pena del sud est?»

Il Fatto del “Padellaro”: «Ardo palle»

"Perec au Moulin d'Andé": «Deducano lane impure»

"Enrico Letta": «Coli nettare» o «Lieto carnet»

"Alessia Marcuzzi", «Si sa, carezza muli»

L'ignobile “Arbeit macht frei”, «Brama rettifiche»:
ora e sempre.


Oh signora mia, che giornata di «madre»

Anagrammi a scarto di «Pagai»
Gaia + P
Pagi + A (circoscrizioni rurali romane)
A Pia + G
Agip + A
Paga + I


A Francesca Chiusaroli
colei che non teme mete

Era una notte buia e tempestosa
Ma con Francesca qual tua stella fissa
Sopr’ogni rotta vola odor di rosa

#Scritturebrevi
Son brezze lievi
Non son l’avere
Di quel che siete
Ma solo l’essere
Che mai avrete
Sol un aroma
Di sparsa chioma

venerdì 21 marzo 2014

Voci



Camminavo lungo le ferite
del Cretto di Burri a Gibellina,
in compagnia di voci belle sapienti e delicate.
Che giocavano a nascondersi,
fingendo di dileguarsi
per presto ritornare schiuse in un sorriso.
Ora con le vostre si confondono.


L’invisibile Thea

di Qwerty Uiopè


V’arrivai nella prima giovinezza
Nel via vai di un giorno di mercato
Delle donne era vaga la fierezza:
Bianchi denti e lo sguardo colorato.
Fu il deserto poi a dirmi sussurrando
Che la via si apre camminando

sabato 15 marzo 2014

A Qwerty Uiopè dalla sua donna

Madrigale* di Ines Ytrè


Colui che per sollazzo
Vago delira attorcigliati versi,
Ch’egli tien belli come cieli tersi,
Pare talora pazzo,
Talaltra scassa solamente il c.


*Maltusiano

martedì 11 marzo 2014

#lettocongusto di Alessandro Manzone

Adelchi, Atto III, Coro

1
Dai lardi mucosi, dai porri tra i denti,
Dai lombi, dell'arse fucine olezzanti,
Dai solchi bagnati di rosso licor,
Un volgo repente trangugia la pasta;
Infilza l'abbacchio dorato di crosta,
Per l’osso fin mostra crescente furor

2
Dai lardi succosi, che rollan involti,
Qual raggio di sole di brufoli folti,
Tralucon gli spiedi di fiera virtù;
Con code vaccine che destan li morti
Si pasce scordando i dolori degli orti
Le misere erbacce del tempo che fu.

3
S'aduna voglioso, ora al desco fumante,
di tordi e pernici, con passo vagante,
Fra tema e desire, rivuole magnar;
E adocchia e rimira rigonfia e confusa
La gran faraona di crapule musa
L’afferra coi brandi, laonde spanciar.

4
Ansanti li vedi, quai trepide fere,
Irsuti e satolli con pance di pere,
Cercare nel covo novel barbecue
E quivi, scoperta l'amata salsiccia,
Superbo turgore che al fuoco s'arriccia,
S’avventan bramosi con labbia a cucù.

5
Il forte ora mesce altro vino al nemico;
Compar di bagordi e adipico amico
L'un l’altro si reggon per non crollar giù.
Ricantan sollazzi tra lepidi lazzi,
Ma poi loro cul si fe’ lanciarazzi
Che come portento disperse lassù.

martedì 4 marzo 2014

Quattrotre

Ci sono tante onde
Quanti del tempo battiti,
Tra aspre e nude sponde
D’incanti e disincanti
Di sfatti e stanchi palpiti.

Ed io ancora divento,
Scossa randagia vana,
Un’ancora di vento
Che sosta e sviando vaga,
Poi vaga e sviando sosta.


Metro: settenari. Da una cellula lirica di Tommaso Landolfi,
La morte del re di Francia: «Ci sono tante onde per quanti sono i battiti del tempo».

venerdì 28 febbraio 2014

Samira e i satiri

Frammento podalico de Il sogno delle nuvole e il croco,
post del sedici settembre duemilatredici

«Quale desiderio di sentirla, carissimo. Volevo in realtà venirla a trovare. Ma gli impegni, sa? rubo questa breve pausa al lavoro e telefono all'amico carissimo, mi son detto, altrimenti per un motivo o per l'altro, finisco per mettere sempre tempo in mezzo e di giorno in giorno arriviamo alla fine dei giorni.» Che metafora ardita, che puntualità criminale. Ma come, proprio ora? per dio sdrucito e spettinato. Niente. Prima il timbro, ora il molestatore al telefono, in questa orrenda galera non si può nemmeno sognare.
«Ma che voce grossa e impastata, stava dormendo? Scherzo. So bene che lei è fin troppo serio.»
«Mi dica, mi dica. C'è qualche problema urgente per il quale posso esserle utile?»
«Ma no, ma no, è per il puro piacere di sentirla, nessun problema.»
Ma guarda un po', "per il puro piacere di sentirla", e io che pensavo che c’entrasse solo il sadismo gratuito?
«Puro piacere.»
Ma non ti coglie il dubbio che il tuo puro piacere per me sia un tedio, una calamità, un tifone, un martirio, un buco nero di paranoia, un farmaco letale, un’acuminata cuspide che mi atterra e mi ferisce?
«Certo avrei gradito che mi chiamasse lei, eh fa il prezioso, dimentica gli amici, mai una telefonata. Da quanto tempo non mi viene a trovare? Aspetti, glie lo dico io. Sì, ora ricordo quella magnifica conversazione sull'arte dell'uncinetto nella quale eccelle mia moglie. Eh ricordo ancora distintamente l'acutezza delle sue osservazioni, il suo desiderio invero di tagliare la corda, beninteso perché altri impegni l'attendevano, ma pur nella fretta, le sue osservazioni illuminanti, in capo a due ore di discussione, mi hanno dischiuso un universo del tutto nuovo sulle magnifiche virtù praticate magistralmente da mia moglie.»
Si ricordo, eccome. Eccome. Il trauma inestinguibile di quella tortura infinita mi ha marchiato indelebilmente. A causa del centrino così delicato e bello e sublime, fui costretto
 a dettare e compitare in una sola discussione spaventosi tomi immaginari: Il Trattato di tombolo comparato, L'estetica del punto a giorno, La fenomenologia della catenella. San Sebastiano martire mi sia testimone del ricordo preciso, dettagliato e inestinguibile di quell'umiliazione sorda, inflittami per penitenza di tutti i miei abominevoli peccati. Sto ancora a tentar di lenire le piaghe abrase riportate da quella indimenticabile conversazione.
«Ma sa gli impegni.»
Ancora piango solo a pensare al rischio corso di finire tumulato vivo nel tombolo, io che amo la nuda terra o almeno gli aerei colombari. Anche perché dopo la teoria pura, non fu possibile evitare l’indagine meticolosa dei riflessi psicologici e sentimentali della nobile arte donnesca, onde altri agghiaccianti tomi furono delirati: Va dove ti porta il pizzo, Seta, Via con la catenella. E le mani preziose della sua cara moglie. E l’ingiustizia di giudicare arte minore quei pregevoli manufatti. E che cos'era la Gioconda a confronto dell’ultimo centrino floreale arabescato, che la perversa consorte aveva copiato da Tuttuncinetto. La vivezza delle foglioline, la fantasmagoria del rabesco, il rutilante piumaggio, la sapienza della catenella a contrappunto. E poi l’intuizione lirica del traforato, la perizia simbolica dei putti collocati in angiolesca postura di benvenuto agli angoli estremi. E le bifore e le trifore. Il verde acqua che sfumava nell’écru guarnito di nastrini violetti, anzi d’un più delicato viola pallido, anzi pallidino.
«Un violino», abbozzai disperatamente per ridere. Ma lui non se ne intese per nulla e ancor più convinto e come posseduto in uno stordimento ottuso che coglie di fronte ad una rivelazione che mondi possa aprire, ribadì serissimo: «Proprio così, è la parola giusta, ben detto, è proprio un violino.»
Cominciai a dubitare sul valore dei saggi, dei filosofi, dei santi nonché della mia stessa mente. Non la Prima, né la Seconda, né la Terza Critica avrebbe dovuto scrivere Immanuel Kant. Infatti. Quale inestimabile servizio all'umanità egli avrebbe reso se piuttosto avesse scritto una sola e semplice, benefica e definitiva Critica della Ragion Dura?
L’interesse del seccatore al telefono però non era affatto quello di celebrare l’indimenticabile simposio uncinettesco, perché tendeva a tagliar corto, contro le sue più note abitudini di rallentare ogni movimento, pertinacemente incline a fare ristagnare ogni passaggio, fino a rendere vischioso ogni contatto con il mondo esterno.
Eh no. Aveva dell’altro in mente. Solo che bisognava capire il giro lungo ed estenuante dell’approccio che la sua sadica mente aveva istintivamente prescelto, per provare a ridurre i tempi di avvicinamento ed entrare nel merito di ciò che voleva sapere, così da cavarsi il dente e poterlo congedare.
«Che strano tempo, ha notato? Pioggia, nuvole, lampi e saette. L’altra notte, mi alzo per andare a urinare e d’improvviso m’investe la folgore.»
« Il bagliore?»
«Ma sì, certo il bagliore. Che strana sensazione. Mi sembrò di non avere più palpebre. Che vita di sofferenze per quell'essere che non avesse palpebre. Costretto a vedere tutto quello che gli accade intorno, senza mai il riposo del buio e della notte. Benché, talvolta la notte sia tutt'altro che un riposo grato. Eh sì la notte è proprio inquietante, talvolta.»
Oh sì. Ma certo, ho capito. Ha fatto un brutto sogno e vuole raccontarmelo. Oh no, il sogno no, ti prego. Anche la tua balbuzie onirica, i peti incoscienti, le polluzioni di una torpida mente che già di giorno farnetica. Non sono la cloaca dei tuoi miserabili e sgangherati e sibilanti effluvi interiori. Come puoi immaginare che il mio tempo sia tanto inutile da poterlo straziare con le tue ributtanti metafore.
«Vede io non sogno mai, o forse non ricordo i miei sogni, e così dormo bene, riposo in pace.»
E quando riposerai in pace con definitivo e cosmico sollievo dell'umanità?
«Beh sì, capita a tutti: qualche volta si sogna, qualche volta non si sogna. Niente di male»
«Per niente! Caro amico lei non può nemmeno immaginare il sogno spaventoso che mi ha sconvolto l’altra notte.»
Così, dopo questo temibile esordio, quale roboante tuono che annuncia un temporale inevitabile, rotto ogni indugio, cominciò inesorabilmente il racconto torrenziale del suo spaventoso sogno dell’altra notte.
Già ateo, ma infine non del tutto indisponibile ad accettare l’esistenza di dèi minori e meno esagerati, di fronte alla letale minaccia che incombeva sul mio capo, m’indussi a coinvolgere nella più blasfema negazione di ogni verità ed esistenza tali mie residue credenze divine. Per l’ira di ritrovarmi le orecchie stracolme delle trame incongrue e dei simulacri sciocchi partoriti dal mostro all’altro capo del telefono, giunsi a concludere che se proprio qualche suina divinità fosse sopravvissuta alla mia condanna, certo era momentaneamente scappata negli intermundi elisi della boscosa regione del
Waffanculo. Il racconto, in una parola, si fa per dire, fu completato in quarantasette minuti di fitto parlare e di afflitto ascoltare.
Eccone un rapido resoconto. Era una giornata di sole a picco sulla vita e sulla morte. Non si distingueva più nulla nella canicola fiammeggiante di lingue di luce. Nel cuore di questa atmosfera sospesa e immobile il sognatore si trova perduto e immemore in un luogo sconosciuto, così, preso dallo sconforto e da un torpore invincibile, cade in un sonno profondo. «Mi addormentai senz'altro, più della paura poté l’abbraccio di Morfeo», chiosò compiaciuto. Indi poiché l’abbraccio ahimè non fu mortale, cominciò a sognare. Ora egli saliva per una ripida e solitaria stradina «con ciglioni aguzzi e ferrigni», finché come dal nulla gli si staglia innanzi «un gran tocco di femmina».
«Bella, bona. Ma proprio bona e mezza nuda». E certo sul ciglio della strada chi vuoi trovare, sesquipedale cretino, beghine che recitano il rosario?
«Altro che via agra, quella era la rampa del paradiso.» Alla semplice vista «quasi non potei più camminare», per le note difficoltà di deambulazione dei tripodi: «Che durlindana chiodata, amico!», ghignava. Dopo un'indispensabile digressione sul suo penoso difetto erettile dovuto ad iperspadismo asinino tale da costringere al suicidio qualunque rivale e finanche il quadrupede più prestante, racconta che rigonfio di tanto marmoreo bene si appropinquò alla fanciulla «desnuda». Più si avvicinava, lentamente si capisce, più gli si squadernavano le sublimi grazie muliebri della giovane venere discinta. Senza alcuna esitazione, al colmo di un’eccitazione parossistica, decise di sedurla a tutti i costi. Per attaccare bottone velocemente, allora, cambiò passo, prese l’andatura spedita e disinvolta del passante. Raggiunta la donna sul ciglio della strada, con consumata virtù di satiro sciupafemmine, dopo averle rivolto uno strabuzzato e dolcissimo sguardo assassino, le domanda: «Come ti chiami?».
Ebbene sì. Proprio così. Un approccio palesemente irresistibile, un abbordaggio degno del più rapace seduttore, l’unghiata mortale di un predatore invincibile. Pare che non siano seguite dispute teologiche particolarmente memorabili, perché subito si passò ai fatti con efferata e disinibita concretezza.
«Due globi da orbi, amico mio, ma che dico? un altare imbandito di grazie celesti. Tutta la sua via della vita divenne la pista delle mie scorribande suggenti, e le due nuvole sue errabonde, e il croco dei suoi capezzoli». Tali prolegomeni orali e salivari furono seguiti da plurime e furiose copule di una durata incerta tra qualche minuto e l’eternità, interpretate nelle più acrobatiche posture e secondo ritmi bensì alternati, ondulati, tambureggiati, a martello, ma sempre concluse secondo il tempo solenne e marziale dell’esordio della Quinta di Beethoven: «Ta ta ta taaa», puntualizzava il satiresco e orrido tenore.
«Samira fu dolce e appassionata, insaziabile e sottomessa, aprì un solco di vertigine nel mio animo. Sembrava che il suo desiderio fosse sempre ricominciato, cosi nutriva il mio desiderio che nutriva il suo desiderio che nutriva il mio desiderio».
Oh no. Samira. Come può questo mostro stuprare l’unico mio raggio di luce diurno e notturno?
Samira. Samira. Samira. Fuoco dei miei lombi, sale e miele delle mie ferite, luce e tenebra della mia vita, iridescente volto di ogni primavera.
No, Samira, no! L'orrore del tradimento mi divora. Ma poi. Poi.
«Penso agli uri e agli angeli, al segreto dei pigmenti duraturi, ai sonetti profetici, al rifugio dell'arte. E questa è la sola immortalità che tu e io possiamo condividere», mia Samira. E dunque solo l'amara benda insanguinata di Humbert Humbert, infine, ci resta.

sabato 25 gennaio 2014

Specchio delle mie trame

L’epèntesi (s.f.) è definita dal dizionario Treccani un «gioco enigmistico consistente nell’indovinare, attraverso una definizione enigmatica in versi, due parole di cui la seconda ha una lettera interna più della prima (per es. cane-carne)».
Tra i ludi enigmistici, l’Epentesi, pur non essendo affatto priva di grazia e intelligenza, è una sorta di delicata sorellina meno fortunata: ha fratelli troppo famosi e ingombranti per non restarne inevitabilmente oscurata. Infatti, non ha il mistero della Crittografia o il successo dei Rebus, l’universalità del Cruciverba o la brillantezza dell’Anagramma. In un blog di Parerga una simile Cenerentola, ahimè privata degli incantesimi della fata madrina, si trova ben a suo agio.
Delle otto epentesi che si propongono al rovello dei tre lettori, si osserva che l’Ep. 1 è anomala perché la seconda parola della soluzione aumenta di una lettera esterna; un’altra Ep. di cui non si dà il numero per non facilitare la soluzione, al secondo membro cita un verso bellissimo di Cesare Pavese. Le prime sette epentesi sono state già giocate sanguinosamente su Twitter con solutori formidabili dotati di qualità dianoetiche tracimanti. L’Ep. 7 è stata concepita come una sfida alla tremendissima solutrice Ardnas Inilozzum, preclara tra i cecchini che all'istante abbatteva senza scampo ogni volante enigma.
Ho curato che i versi definitori, ancorché ardui, fossero debitamente rigorosi e pertinenti: nel gioco a nascondere, in fondo, l’attimo più esaltante non è forse quello della scoperta? Ossia il ritrovarsi festoso tra schiamazzi di consolante sorpresa? Non avete conosciuto l’inquietudine di temere che il vostro nascondiglio fosse talmente segreto e inaccessibile da non poter essere scoperto, trasformandosi in una stupida e noiosa trappola?
È sadicamente bello far penare il compagno di gioco, sfidarne l’intelligenza, costringerlo a delirare congetture brancolanti, ma guai a scoraggiarne l’istinto a cercare.
L’enigma raggiunge la perfezione nella sua scoperta, come la potenza nell'atto, perciò, cari tre lettori, se non scoprirete le soluzioni, forse la causa è solo la rozza trama dell'enigma stesso.
Però. Non sempre. Non necessariamente.


Ep. 1

Muove battendo onde

Il corpo al gelo o al timor mi si confonde

 

Ep. 2

Dogmatico a contrappunto o letterario

Rifugio usato del bimbo e del sicario.

 

Ep. 3

Vergine è l’aere e l’acqua specchio pare

Tra estasi e amorazzi in riva al mare

 

Ep. 4

Or liete or dolenti distese a coorte

E le piante e le vigne, eran nitide e morte

 

Ep. 5

Batton et ornan acque e pur altari

Celesti e variopinte eppur volgari

 

Ep. 6

Tremendo gonfia sin dal suo profondo

Guerrier eppur amante a tuttotondo

 

Ep. 7

Val questa e quella e a caso regge nessi

Letto di tempestosi e lieti amplessi

 

Ep. 8

Turbina a catena quella più rude

Talor s'ascolta e talaltra invece illude

lunedì 20 gennaio 2014

Apriti cielo!

Venerdì 17 gennaio alle ore 18.00, al Liceo Magrini di Gemona, Sandra Muzzolini ha tenuto una lezione intitolata «Apriti cielo! Anagrammi, palindromi e altri giochi con parole tra arte, scienza e letteratura». Siccome l’ho saputo colpevolmente in ritardo, non ho potuto porgerle i doverosi auguri. Quale tardiva ricompensa plaudente, le dedico un ignobile e oscuro carme giocato sul suo titolo “Apriti cielo” di cui ogni verso è un anagramma, mentre le lettere iniziali dei versi ne formano l’acrostico, secondo lo stile di un tale Stefano che Lei di certo molto ammira.

 

Apriti Liceo!

Poteri laici,

Ripeto, laici;

Il pio citare

Ti cela i pori,

Ipocrite ali.

 

Citar poi lei:

I tropi celia,

E a colpi irti

Li recita poi:

O laceri tipi.

domenica 29 dicembre 2013

Specchio delle mie brame

1
Che anno quel che ora corre via:
tra enigmi ardui e giochi di favella,
un uom ch’è scrigno vero d’alchimia
sorse d’un tratto nella vita mia.
O Muse, voi dall’Eliconie cime
grazia e vigor spirate a le mie rime.

2
Ei pria conobbi tra mentite spoglie,
qual Ninninedda di parol virtuoso;
ma tra stupore ver fin alle doglie
fui tosto vinto da segno imperioso
ch’ei tratto avean da mia madre stessa,
tal era simiglianza vasta e spessa.

3
Non perviamente vissi l’agnizione
ché l’amor proprio agogna l’eccezione.
E tuttavia ampliandone nozione
cresceva a dismisura suspicione
d’una medesimezza mera e fiera
che al vento garriva come una bandiera.

4
Mi colse poi crudel melanconia
per tema ch’ei al par di me soffrisse
l’istessa accidia, la misantropia
de l’ironia dell’aspra Apocalisse
ch’è tutto vano fuor che l’oro puro.
Ma l’oro puro poi è a tutti oscuro.

5
(…)

6
Poscia dubbi e timor fugò allegrezza
ché folleggiar per testi rilucenti
tra spume di parol fin all’ebrezza
volando l’onde e pure le correnti,
Ben molce l’alma e nutrica la mente,
Se duce Franco Chirico, sapiente.

giovedì 26 dicembre 2013

Happy Birthday alle #scritturebrevi di Francesca Chiusaroli


Nel genetliaco di scritture brevi,
Francesca Chiusaroli nostra diva,
Di noi sbandati, agognata riva,
Orniam di mille fiori lieti e lievi.

Lei ci raccolse or d’eterne nevi
Or da contrada callida o cattiva,
Con largo cuor e mente sì affettiva,
Sì con carezze che mai furon grevi.

Degl’estri multiformi vaghi e vari
S’ha da estrapolar la parte netta,
Sicché è virtù maggior l’esser avari


Ché sorte ben il bel da cruda accetta.
Per non tradir or quei precetti chiari,
Sol devesi brindar all’etichetta.



*Or ch'essa ha valicato monti e mari,
con segni e spazi e insuperabil Conte,
del second'anno festeggiam del pari

con un serto fiorito sulla fronte
di chi nel dì di bagordi nefasto
quel bel cancel cavò dall'orizzonte.


*(26 dicembre 2014, coda per la seconda candelina)

martedì 24 dicembre 2013

Si dolce è 'l tormento


Un bel dì rovistando cantate barocche, trovo un'Aria* che subito abbaglia come diamante iridescente, e nondimeno per qualità misteriose e rare. Dopo aver deplorato la mia crassa ignoranza che finora mi aveva privato di una simile indispensabile opera di catastematica bellezza, ne comincio ascolti molteplici, delibando il testo, nonché gli autori.
Del sommo Claudio Monteverdi (Cremona, 15 maggio 1567 - Venezia 29 novembre 1643) il genio è a tal punto noto, che nulla v’è da aggiungersi, ma più incerta è la fama dell’autore del testo, tale Carlo Milanuzzi da Santa Natoglia (Esanatoglia 1590/92 - 1647 ca.) compositore, organista e, dio ne scampi, sacerdote.
Chi vuol saperne quel poco di più che se ne sa, può compulsare Carlo Milanuzzi sul Dizionario Enciclopedico degli Italiani.
L'Aria è Si dolce è 'l tormento, pubblicata nel Quarto scherzo delle ariose vaghezze (Venezia 1624), una composizione di quattro strofe, ciascuna di 10 versi senari con schema metrico ababccbddb, dove b è un senario tronco, che ne assicura un ritmo scandito di patetica cadenza. La curiosità s’infiamma allorché scopro, con un provvidenziale colpo deretaneo, che il bellissimo incipit Si dolce è 'l tormento, Carlo Milanuzzi non l’inventa, ma lo riprende genialmente dalla canzone Sdegnasi il tristo cor talor, s’avviene di Baldassarre Castiglione, (Casatico, 6 dicembre 1478 - Toledo, 8 febbraio 1529) che l’autore del Cortegiano aveva ben celato in un endecasillabo:
E bench’io arda, si dolce è ‘l tormento,
che de le pene mie sol piacer sento.
Nella tradizione poetica le citazioni e i prestiti sono merce corrente, ma qui Milanuzzi con una destrezza degna di Arsène Lupin, mediante l’effrazione dell’endecasillabo a minore, ne ricava per refurtiva il diamante del secondo emistichio, compiendo un atto maieutico radicalmente creativo perché porta alla luce il senario nella sua naturale e finora ignota autonomia formale.
Poi Monteverdi con mirabile intuizione distende la melodia dei versi di Milanuzzi in una linea armonica continua, dilatata e rarefatta che mitiga le cesure dei troncamenti del testo, mantenendone appena l’eco, così da ottenere la sintesi sublimata di un delirio d’amore dolente e sommesso, sospeso tra speranza e tormento, come incandescente passione imprigionata nel ghiaccio.
Tra le interpretazioni disponibili, molte son belle, degna di menzione è senz'altro quella di Philippe Jaroussky, ma il vertice insuperabile è attinto da Anne Sofie von Otter che fonde in un unico registro emotivo testo, melodia e armonia, raggiungendo, com’è consuetudine per Anne Sofie, vette semplicemente sublimi, ciò di cui può rendere chiarissime testimonianze il valoroso pianista Dino C. da Brescia, uomo eccellente, ancorché mio sodale di passo.
Senonché lo stupore non cessa ancora, poiché Si dolce è 'l tormento finisce tra le mani sapienti e sensibili di Paolo Fresu e Uri Caine, che nell'obliquo chiarore delle stelle del jazz reinterpretano la delicata gemma, distillandone per rarefazione screziati bagliori ulteriori, così da ribadirne la misteriosa e prodigiosa fecondità intertestuale, ad ogni evidenza, inesauribile.
Ma bando a queste mie involute ciance più vaghe del vento, volgar guiderdone d’un tardivo cimento; ecco le musiche e il testo, che risarciranno i mie tre lettori per la smisurata pazienza che han dimostrato. Leggendomi.


*Un colto e attento lettore, a me noto solo come Simo Ing, mi ha provvidenzialmente informato che confondere una Cantata con un'Aria costituisce una fatale castroneria. Ho posto mano immantinente alle due indispensabili correzioni del testo, nella vana speranza d'essere risparmiato dagli strali di Monteverdi, nonché dal tormento tutt'altro che dolce per la riprovevole imprecisione. Chiedo la clemenza della corte dei tre lettori, e da ultimo, ringrazio Simo Ing, senz'altro.


Anne Sofie von Otter









Paolo Fresu e Uri Caine 







Testo
(versione attendibile ma non verificata sul codice originario)

Si dolce è 'l tormento
Ch'in seno mi sta,
Ch'io vivo contento
Per cruda beltà.
Nel ciel di bellezza
S'accreschi fierezza
Et manchi pietà:
Che sempre qual scoglio
All'onda d'orgoglio
Mia fede sarà.

La speme fallace
Rivolgam' il piè.
Diletto né pace
Non scendano a me.
E l'empia ch'adoro
Mi nieghi ristoro
Di buona mercé:
Tra doglia infinita,
Tra speme tradita
Vivrà la mia fè.

Per foco e per gelo
Riposo non hò.
Nel porto del Cielo
Riposo haverò.
Se colpo mortale
Con rigido strale
Il cor m'impiagò,
Cangiando mia sorte
Col dardo di morte
Il cor sanerò.

Se fiamma d'amore
Già mai non sentì
Quel riggido core
Ch'il cor mi rapì,
Se nega pietate
La cruda beltate
Che l'alma invaghì:
Ben fia che dolente,
Pentita e languente
Sospirimi un dì.

domenica 1 dicembre 2013

Pearl Harcor

La guerra di Silvio

Good Morning, Viet Nan.
Itagliani di terra, di mare e dell'aria: un'ora segnata dal festino batte nel cielo della nostra Patria.
Ricorda cara, è l'aratro che traccia il solco, ma è lo spacco che lo difende.
Se avanzo seguitemi, se indietreggio, beh non facciamo scherzi da spogliatoio, cribbio.
Tenente colonnello Daniela Kilgore delle Sante Hanke: «Adoro il profumo del napalm siliconato al mattino».
Schierare le avanguardie di truppe scelte a Omaha Bitch.
Urlo pitonico del Tenente colonnello Daniela Kilgore delle Sante Hanke: «À la guerre comme à la guêpière».
Infiltrare le linee nemiche con unità d'élite olgettine nella guerra con le cerbottane.
Marcia di guerra: Topalin, Topalin, viva Topalin.

Bibliografia
Sandr Von Bondausewitz: La guerra è la prosecuzione della politica con altri due pezzi;
Sandr Von Bondausewitz: Si vis pacem, para quellum;
Lao Tsa Tsa: Per chi suona la bandana;
Gaio Draculio Sallusti: Hic sunt lenones.

I dubbi del nonno in carriola

Quali sono i margini di lucidità nel governo della copula?



Colore verde bile, al naso muschio macerato e stallatico. Gusto allappante da rècere all'istante: Brunetta di Montalcino?

Il poeta dell’allegria onicofagica: Giuseppe Unghiaretti?

La letteratura sta a twitter come il testo sta al testicolo?

La pescivendola dei divi con banco a Campo de’ Fiori si chiama Lorella Baccalà?















La showgirl che si cospargeva di yogurt il lato B. è Pippa Grillo?

Il ganzo della pecora Dolly è George Cloonay?

Renato Brunetta Altissimo è un contraddittorio liberale?

Il bilioso rivale Miguel de Cervantes, gli ellenizzava in modo priapesco il nome chiamandolo: Penelòpe de Vega?













Zeta-Jones. L'orgia del godere?

Gli ospiti sfibranti regalano definitive esperienze letali?

Il più grande condottiero idraulico è stato Epam Inonda?

Zanzare. La citronella è di destra. La ciabatta è de sinistra. La racchetta elettrificata è Wimbledon. E i vaporizzatori a muro, sono attacchi suicidi?

La frattura del pene a guisa di contundente commento esclamativo di qualsivoglia evento?