venerdì 28 febbraio 2014

Samira e i satiri

Frammento podalico de Il sogno delle nuvole e il croco,
post del sedici settembre duemilatredici

«Quale desiderio di sentirla, carissimo. Volevo in realtà venirla a trovare. Ma gli impegni, sa? rubo questa breve pausa al lavoro e telefono all'amico carissimo, mi son detto, altrimenti per un motivo o per l'altro, finisco per mettere sempre tempo in mezzo e di giorno in giorno arriviamo alla fine dei giorni.» Che metafora ardita, che puntualità criminale. Ma come, proprio ora? per dio sdrucito e spettinato. Niente. Prima il timbro, ora il molestatore al telefono, in questa orrenda galera non si può nemmeno sognare.
«Ma che voce grossa e impastata, stava dormendo? Scherzo. So bene che lei è fin troppo serio.»
«Mi dica, mi dica. C'è qualche problema urgente per il quale posso esserle utile?»
«Ma no, ma no, è per il puro piacere di sentirla, nessun problema.»
Ma guarda un po', "per il puro piacere di sentirla", e io che pensavo che c’entrasse solo il sadismo gratuito?
«Puro piacere.»
Ma non ti coglie il dubbio che il tuo puro piacere per me sia un tedio, una calamità, un tifone, un martirio, un buco nero di paranoia, un farmaco letale, un’acuminata cuspide che mi atterra e mi ferisce?
«Certo avrei gradito che mi chiamasse lei, eh fa il prezioso, dimentica gli amici, mai una telefonata. Da quanto tempo non mi viene a trovare? Aspetti, glie lo dico io. Sì, ora ricordo quella magnifica conversazione sull'arte dell'uncinetto nella quale eccelle mia moglie. Eh ricordo ancora distintamente l'acutezza delle sue osservazioni, il suo desiderio invero di tagliare la corda, beninteso perché altri impegni l'attendevano, ma pur nella fretta, le sue osservazioni illuminanti, in capo a due ore di discussione, mi hanno dischiuso un universo del tutto nuovo sulle magnifiche virtù praticate magistralmente da mia moglie.»
Si ricordo, eccome. Eccome. Il trauma inestinguibile di quella tortura infinita mi ha marchiato indelebilmente. A causa del centrino così delicato e bello e sublime, fui costretto
 a dettare e compitare in una sola discussione spaventosi tomi immaginari: Il Trattato di tombolo comparato, L'estetica del punto a giorno, La fenomenologia della catenella. San Sebastiano martire mi sia testimone del ricordo preciso, dettagliato e inestinguibile di quell'umiliazione sorda, inflittami per penitenza di tutti i miei abominevoli peccati. Sto ancora a tentar di lenire le piaghe abrase riportate da quella indimenticabile conversazione.
«Ma sa gli impegni.»
Ancora piango solo a pensare al rischio corso di finire tumulato vivo nel tombolo, io che amo la nuda terra o almeno gli aerei colombari. Anche perché dopo la teoria pura, non fu possibile evitare l’indagine meticolosa dei riflessi psicologici e sentimentali della nobile arte donnesca, onde altri agghiaccianti tomi furono delirati: Va dove ti porta il pizzo, Seta, Via con la catenella. E le mani preziose della sua cara moglie. E l’ingiustizia di giudicare arte minore quei pregevoli manufatti. E che cos'era la Gioconda a confronto dell’ultimo centrino floreale arabescato, che la perversa consorte aveva copiato da Tuttuncinetto. La vivezza delle foglioline, la fantasmagoria del rabesco, il rutilante piumaggio, la sapienza della catenella a contrappunto. E poi l’intuizione lirica del traforato, la perizia simbolica dei putti collocati in angiolesca postura di benvenuto agli angoli estremi. E le bifore e le trifore. Il verde acqua che sfumava nell’écru guarnito di nastrini violetti, anzi d’un più delicato viola pallido, anzi pallidino.
«Un violino», abbozzai disperatamente per ridere. Ma lui non se ne intese per nulla e ancor più convinto e come posseduto in uno stordimento ottuso che coglie di fronte ad una rivelazione che mondi possa aprire, ribadì serissimo: «Proprio così, è la parola giusta, ben detto, è proprio un violino.»
Cominciai a dubitare sul valore dei saggi, dei filosofi, dei santi nonché della mia stessa mente. Non la Prima, né la Seconda, né la Terza Critica avrebbe dovuto scrivere Immanuel Kant. Infatti. Quale inestimabile servizio all'umanità egli avrebbe reso se piuttosto avesse scritto una sola e semplice, benefica e definitiva Critica della Ragion Dura?
L’interesse del seccatore al telefono però non era affatto quello di celebrare l’indimenticabile simposio uncinettesco, perché tendeva a tagliar corto, contro le sue più note abitudini di rallentare ogni movimento, pertinacemente incline a fare ristagnare ogni passaggio, fino a rendere vischioso ogni contatto con il mondo esterno.
Eh no. Aveva dell’altro in mente. Solo che bisognava capire il giro lungo ed estenuante dell’approccio che la sua sadica mente aveva istintivamente prescelto, per provare a ridurre i tempi di avvicinamento ed entrare nel merito di ciò che voleva sapere, così da cavarsi il dente e poterlo congedare.
«Che strano tempo, ha notato? Pioggia, nuvole, lampi e saette. L’altra notte, mi alzo per andare a urinare e d’improvviso m’investe la folgore.»
« Il bagliore?»
«Ma sì, certo il bagliore. Che strana sensazione. Mi sembrò di non avere più palpebre. Che vita di sofferenze per quell'essere che non avesse palpebre. Costretto a vedere tutto quello che gli accade intorno, senza mai il riposo del buio e della notte. Benché, talvolta la notte sia tutt'altro che un riposo grato. Eh sì la notte è proprio inquietante, talvolta.»
Oh sì. Ma certo, ho capito. Ha fatto un brutto sogno e vuole raccontarmelo. Oh no, il sogno no, ti prego. Anche la tua balbuzie onirica, i peti incoscienti, le polluzioni di una torpida mente che già di giorno farnetica. Non sono la cloaca dei tuoi miserabili e sgangherati e sibilanti effluvi interiori. Come puoi immaginare che il mio tempo sia tanto inutile da poterlo straziare con le tue ributtanti metafore.
«Vede io non sogno mai, o forse non ricordo i miei sogni, e così dormo bene, riposo in pace.»
E quando riposerai in pace con definitivo e cosmico sollievo dell'umanità?
«Beh sì, capita a tutti: qualche volta si sogna, qualche volta non si sogna. Niente di male»
«Per niente! Caro amico lei non può nemmeno immaginare il sogno spaventoso che mi ha sconvolto l’altra notte.»
Così, dopo questo temibile esordio, quale roboante tuono che annuncia un temporale inevitabile, rotto ogni indugio, cominciò inesorabilmente il racconto torrenziale del suo spaventoso sogno dell’altra notte.
Già ateo, ma infine non del tutto indisponibile ad accettare l’esistenza di dèi minori e meno esagerati, di fronte alla letale minaccia che incombeva sul mio capo, m’indussi a coinvolgere nella più blasfema negazione di ogni verità ed esistenza tali mie residue credenze divine. Per l’ira di ritrovarmi le orecchie stracolme delle trame incongrue e dei simulacri sciocchi partoriti dal mostro all’altro capo del telefono, giunsi a concludere che se proprio qualche suina divinità fosse sopravvissuta alla mia condanna, certo era momentaneamente scappata negli intermundi elisi della boscosa regione del
Waffanculo. Il racconto, in una parola, si fa per dire, fu completato in quarantasette minuti di fitto parlare e di afflitto ascoltare.
Eccone un rapido resoconto. Era una giornata di sole a picco sulla vita e sulla morte. Non si distingueva più nulla nella canicola fiammeggiante di lingue di luce. Nel cuore di questa atmosfera sospesa e immobile il sognatore si trova perduto e immemore in un luogo sconosciuto, così, preso dallo sconforto e da un torpore invincibile, cade in un sonno profondo. «Mi addormentai senz'altro, più della paura poté l’abbraccio di Morfeo», chiosò compiaciuto. Indi poiché l’abbraccio ahimè non fu mortale, cominciò a sognare. Ora egli saliva per una ripida e solitaria stradina «con ciglioni aguzzi e ferrigni», finché come dal nulla gli si staglia innanzi «un gran tocco di femmina».
«Bella, bona. Ma proprio bona e mezza nuda». E certo sul ciglio della strada chi vuoi trovare, sesquipedale cretino, beghine che recitano il rosario?
«Altro che via agra, quella era la rampa del paradiso.» Alla semplice vista «quasi non potei più camminare», per le note difficoltà di deambulazione dei tripodi: «Che durlindana chiodata, amico!», ghignava. Dopo un'indispensabile digressione sul suo penoso difetto erettile dovuto ad iperspadismo asinino tale da costringere al suicidio qualunque rivale e finanche il quadrupede più prestante, racconta che rigonfio di tanto marmoreo bene si appropinquò alla fanciulla «desnuda». Più si avvicinava, lentamente si capisce, più gli si squadernavano le sublimi grazie muliebri della giovane venere discinta. Senza alcuna esitazione, al colmo di un’eccitazione parossistica, decise di sedurla a tutti i costi. Per attaccare bottone velocemente, allora, cambiò passo, prese l’andatura spedita e disinvolta del passante. Raggiunta la donna sul ciglio della strada, con consumata virtù di satiro sciupafemmine, dopo averle rivolto uno strabuzzato e dolcissimo sguardo assassino, le domanda: «Come ti chiami?».
Ebbene sì. Proprio così. Un approccio palesemente irresistibile, un abbordaggio degno del più rapace seduttore, l’unghiata mortale di un predatore invincibile. Pare che non siano seguite dispute teologiche particolarmente memorabili, perché subito si passò ai fatti con efferata e disinibita concretezza.
«Due globi da orbi, amico mio, ma che dico? un altare imbandito di grazie celesti. Tutta la sua via della vita divenne la pista delle mie scorribande suggenti, e le due nuvole sue errabonde, e il croco dei suoi capezzoli». Tali prolegomeni orali e salivari furono seguiti da plurime e furiose copule di una durata incerta tra qualche minuto e l’eternità, interpretate nelle più acrobatiche posture e secondo ritmi bensì alternati, ondulati, tambureggiati, a martello, ma sempre concluse secondo il tempo solenne e marziale dell’esordio della Quinta di Beethoven: «Ta ta ta taaa», puntualizzava il satiresco e orrido tenore.
«Samira fu dolce e appassionata, insaziabile e sottomessa, aprì un solco di vertigine nel mio animo. Sembrava che il suo desiderio fosse sempre ricominciato, cosi nutriva il mio desiderio che nutriva il suo desiderio che nutriva il mio desiderio».
Oh no. Samira. Come può questo mostro stuprare l’unico mio raggio di luce diurno e notturno?
Samira. Samira. Samira. Fuoco dei miei lombi, sale e miele delle mie ferite, luce e tenebra della mia vita, iridescente volto di ogni primavera.
No, Samira, no! L'orrore del tradimento mi divora. Ma poi. Poi.
«Penso agli uri e agli angeli, al segreto dei pigmenti duraturi, ai sonetti profetici, al rifugio dell'arte. E questa è la sola immortalità che tu e io possiamo condividere», mia Samira. E dunque solo l'amara benda insanguinata di Humbert Humbert, infine, ci resta.

sabato 25 gennaio 2014

Specchio delle mie trame

L’epèntesi (s.f.) è definita dal dizionario Treccani un «gioco enigmistico consistente nell’indovinare, attraverso una definizione enigmatica in versi, due parole di cui la seconda ha una lettera interna più della prima (per es. cane-carne)».
Tra i ludi enigmistici, l’Epentesi, pur non essendo affatto priva di grazia e intelligenza, è una sorta di delicata sorellina meno fortunata: ha fratelli troppo famosi e ingombranti per non restarne inevitabilmente oscurata. Infatti, non ha il mistero della Crittografia o il successo dei Rebus, l’universalità del Cruciverba o la brillantezza dell’Anagramma. In un blog di Parerga una simile Cenerentola, ahimè privata degli incantesimi della fata madrina, si trova ben a suo agio.
Delle otto epentesi che si propongono al rovello dei tre lettori, si osserva che l’Ep. 1 è anomala perché la seconda parola della soluzione aumenta di una lettera esterna; un’altra Ep. di cui non si dà il numero per non facilitare la soluzione, al secondo membro cita un verso bellissimo di Cesare Pavese. Le prime sette epentesi sono state già giocate sanguinosamente su Twitter con solutori formidabili dotati di qualità dianoetiche tracimanti. L’Ep. 7 è stata concepita come una sfida alla tremendissima solutrice Ardnas Inilozzum, preclara tra i cecchini che all'istante abbatteva senza scampo ogni volante enigma.
Ho curato che i versi definitori, ancorché ardui, fossero debitamente rigorosi e pertinenti: nel gioco a nascondere, in fondo, l’attimo più esaltante non è forse quello della scoperta? Ossia il ritrovarsi festoso tra schiamazzi di consolante sorpresa? Non avete conosciuto l’inquietudine di temere che il vostro nascondiglio fosse talmente segreto e inaccessibile da non poter essere scoperto, trasformandosi in una stupida e noiosa trappola?
È sadicamente bello far penare il compagno di gioco, sfidarne l’intelligenza, costringerlo a delirare congetture brancolanti, ma guai a scoraggiarne l’istinto a cercare.
L’enigma raggiunge la perfezione nella sua scoperta, come la potenza nell'atto, perciò, cari tre lettori, se non scoprirete le soluzioni, forse la causa è solo la rozza trama dell'enigma stesso.
Però. Non sempre. Non necessariamente.


Ep. 1

Muove battendo onde

Il corpo al gelo o al timor mi si confonde

 

Ep. 2

Dogmatico a contrappunto o letterario

Rifugio usato del bimbo e del sicario.

 

Ep. 3

Vergine è l’aere e l’acqua specchio pare

Tra estasi e amorazzi in riva al mare

 

Ep. 4

Or liete or dolenti distese a coorte

E le piante e le vigne, eran nitide e morte

 

Ep. 5

Batton et ornan acque e pur altari

Celesti e variopinte eppur volgari

 

Ep. 6

Tremendo gonfia sin dal suo profondo

Guerrier eppur amante a tuttotondo

 

Ep. 7

Val questa e quella e a caso regge nessi

Letto di tempestosi e lieti amplessi

 

Ep. 8

Turbina a catena quella più rude

Talor s'ascolta e talaltra invece illude

lunedì 20 gennaio 2014

Apriti cielo!

Venerdì 17 gennaio alle ore 18.00, al Liceo Magrini di Gemona, Sandra Muzzolini ha tenuto una lezione intitolata «Apriti cielo! Anagrammi, palindromi e altri giochi con parole tra arte, scienza e letteratura». Siccome l’ho saputo colpevolmente in ritardo, non ho potuto porgerle i doverosi auguri. Quale tardiva ricompensa plaudente, le dedico un ignobile e oscuro carme giocato sul suo titolo “Apriti cielo” di cui ogni verso è un anagramma, mentre le lettere iniziali dei versi ne formano l’acrostico, secondo lo stile di un tale Stefano che Lei di certo molto ammira.

 

Apriti Liceo!

Poteri laici,

Ripeto, laici;

Il pio citare

Ti cela i pori,

Ipocrite ali.

 

Citar poi lei:

I tropi celia,

E a colpi irti

Li recita poi:

O laceri tipi.

domenica 29 dicembre 2013

Specchio delle mie brame

1
Che anno quel che ora corre via:
tra enigmi ardui e giochi di favella,
un uom ch’è scrigno vero d’alchimia
sorse d’un tratto nella vita mia.
O Muse, voi dall’Eliconie cime
grazia e vigor spirate a le mie rime.

2
Ei pria conobbi tra mentite spoglie,
qual Ninninedda di parol virtuoso;
ma tra stupore ver fin alle doglie
fui tosto vinto da segno imperioso
ch’ei tratto avean da mia madre stessa,
tal era simiglianza vasta e spessa.

3
Non perviamente vissi l’agnizione
ché l’amor proprio agogna l’eccezione.
E tuttavia ampliandone nozione
cresceva a dismisura suspicione
d’una medesimezza mera e fiera
che al vento garriva come una bandiera.

4
Mi colse poi crudel melanconia
per tema ch’ei al par di me soffrisse
l’istessa accidia, la misantropia
de l’ironia dell’aspra Apocalisse
ch’è tutto vano fuor che l’oro puro.
Ma l’oro puro poi è a tutti oscuro.

5
(…)

6
Poscia dubbi e timor fugò allegrezza
ché folleggiar per testi rilucenti
tra spume di parol fin all’ebrezza
volando l’onde e pure le correnti,
Ben molce l’alma e nutrica la mente,
Se duce Franco Chirico, sapiente.

giovedì 26 dicembre 2013

Happy Birthday alle #scritturebrevi di Francesca Chiusaroli


Nel genetliaco di scritture brevi,
Francesca Chiusaroli nostra diva,
Di noi sbandati, agognata riva,
Orniam di mille fiori lieti e lievi.

Lei ci raccolse or d’eterne nevi
Or da contrada callida o cattiva,
Con largo cuor e mente sì affettiva,
Sì con carezze che mai furon grevi.

Degl’estri multiformi vaghi e vari
S’ha da estrapolar la parte netta,
Sicché è virtù maggior l’esser avari


Ché sorte ben il bel da cruda accetta.
Per non tradir or quei precetti chiari,
Sol devesi brindar all’etichetta.



*Or ch'essa ha valicato monti e mari,
con segni e spazi e insuperabil Conte,
del second'anno festeggiam del pari

con un serto fiorito sulla fronte
di chi nel dì di bagordi nefasto
quel bel cancel cavò dall'orizzonte.


*(26 dicembre 2014, coda per la seconda candelina)

martedì 24 dicembre 2013

Si dolce è 'l tormento


Un bel dì rovistando cantate barocche, trovo un'Aria* che subito abbaglia come diamante iridescente, e nondimeno per qualità misteriose e rare. Dopo aver deplorato la mia crassa ignoranza che finora mi aveva privato di una simile indispensabile opera di catastematica bellezza, ne comincio ascolti molteplici, delibando il testo, nonché gli autori.
Del sommo Claudio Monteverdi (Cremona, 15 maggio 1567 - Venezia 29 novembre 1643) il genio è a tal punto noto, che nulla v’è da aggiungersi, ma più incerta è la fama dell’autore del testo, tale Carlo Milanuzzi da Santa Natoglia (Esanatoglia 1590/92 - 1647 ca.) compositore, organista e, dio ne scampi, sacerdote.
Chi vuol saperne quel poco di più che se ne sa, può compulsare Carlo Milanuzzi sul Dizionario Enciclopedico degli Italiani.
L'Aria è Si dolce è 'l tormento, pubblicata nel Quarto scherzo delle ariose vaghezze (Venezia 1624), una composizione di quattro strofe, ciascuna di 10 versi senari con schema metrico ababccbddb, dove b è un senario tronco, che ne assicura un ritmo scandito di patetica cadenza. La curiosità s’infiamma allorché scopro, con un provvidenziale colpo deretaneo, che il bellissimo incipit Si dolce è 'l tormento, Carlo Milanuzzi non l’inventa, ma lo riprende genialmente dalla canzone Sdegnasi il tristo cor talor, s’avviene di Baldassarre Castiglione, (Casatico, 6 dicembre 1478 - Toledo, 8 febbraio 1529) che l’autore del Cortegiano aveva ben celato in un endecasillabo:
E bench’io arda, si dolce è ‘l tormento,
che de le pene mie sol piacer sento.
Nella tradizione poetica le citazioni e i prestiti sono merce corrente, ma qui Milanuzzi con una destrezza degna di Arsène Lupin, mediante l’effrazione dell’endecasillabo a minore, ne ricava per refurtiva il diamante del secondo emistichio, compiendo un atto maieutico radicalmente creativo perché porta alla luce il senario nella sua naturale e finora ignota autonomia formale.
Poi Monteverdi con mirabile intuizione distende la melodia dei versi di Milanuzzi in una linea armonica continua, dilatata e rarefatta che mitiga le cesure dei troncamenti del testo, mantenendone appena l’eco, così da ottenere la sintesi sublimata di un delirio d’amore dolente e sommesso, sospeso tra speranza e tormento, come incandescente passione imprigionata nel ghiaccio.
Tra le interpretazioni disponibili, molte son belle, degna di menzione è senz'altro quella di Philippe Jaroussky, ma il vertice insuperabile è attinto da Anne Sofie von Otter che fonde in un unico registro emotivo testo, melodia e armonia, raggiungendo, com’è consuetudine per Anne Sofie, vette semplicemente sublimi, ciò di cui può rendere chiarissime testimonianze il valoroso pianista Dino C. da Brescia, uomo eccellente, ancorché mio sodale di passo.
Senonché lo stupore non cessa ancora, poiché Si dolce è 'l tormento finisce tra le mani sapienti e sensibili di Paolo Fresu e Uri Caine, che nell'obliquo chiarore delle stelle del jazz reinterpretano la delicata gemma, distillandone per rarefazione screziati bagliori ulteriori, così da ribadirne la misteriosa e prodigiosa fecondità intertestuale, ad ogni evidenza, inesauribile.
Ma bando a queste mie involute ciance più vaghe del vento, volgar guiderdone d’un tardivo cimento; ecco le musiche e il testo, che risarciranno i mie tre lettori per la smisurata pazienza che han dimostrato. Leggendomi.


*Un colto e attento lettore, a me noto solo come Simo Ing, mi ha provvidenzialmente informato che confondere una Cantata con un'Aria costituisce una fatale castroneria. Ho posto mano immantinente alle due indispensabili correzioni del testo, nella vana speranza d'essere risparmiato dagli strali di Monteverdi, nonché dal tormento tutt'altro che dolce per la riprovevole imprecisione. Chiedo la clemenza della corte dei tre lettori, e da ultimo, ringrazio Simo Ing, senz'altro.


Anne Sofie von Otter









Paolo Fresu e Uri Caine 







Testo
(versione attendibile ma non verificata sul codice originario)

Si dolce è 'l tormento
Ch'in seno mi sta,
Ch'io vivo contento
Per cruda beltà.
Nel ciel di bellezza
S'accreschi fierezza
Et manchi pietà:
Che sempre qual scoglio
All'onda d'orgoglio
Mia fede sarà.

La speme fallace
Rivolgam' il piè.
Diletto né pace
Non scendano a me.
E l'empia ch'adoro
Mi nieghi ristoro
Di buona mercé:
Tra doglia infinita,
Tra speme tradita
Vivrà la mia fè.

Per foco e per gelo
Riposo non hò.
Nel porto del Cielo
Riposo haverò.
Se colpo mortale
Con rigido strale
Il cor m'impiagò,
Cangiando mia sorte
Col dardo di morte
Il cor sanerò.

Se fiamma d'amore
Già mai non sentì
Quel riggido core
Ch'il cor mi rapì,
Se nega pietate
La cruda beltate
Che l'alma invaghì:
Ben fia che dolente,
Pentita e languente
Sospirimi un dì.

domenica 1 dicembre 2013

Pearl Harcor

La guerra di Silvio

Good Morning, Viet Nan.
Itagliani di terra, di mare e dell'aria: un'ora segnata dal festino batte nel cielo della nostra Patria.
Ricorda cara, è l'aratro che traccia il solco, ma è lo spacco che lo difende.
Se avanzo seguitemi, se indietreggio, beh non facciamo scherzi da spogliatoio, cribbio.
Tenente colonnello Daniela Kilgore delle Sante Hanke: «Adoro il profumo del napalm siliconato al mattino».
Schierare le avanguardie di truppe scelte a Omaha Bitch.
Urlo pitonico del Tenente colonnello Daniela Kilgore delle Sante Hanke: «À la guerre comme à la guêpière».
Infiltrare le linee nemiche con unità d'élite olgettine nella guerra con le cerbottane.
Marcia di guerra: Topalin, Topalin, viva Topalin.

Bibliografia
Sandr Von Bondausewitz: La guerra è la prosecuzione della politica con altri due pezzi;
Sandr Von Bondausewitz: Si vis pacem, para quellum;
Lao Tsa Tsa: Per chi suona la bandana;
Gaio Draculio Sallusti: Hic sunt lenones.

I dubbi del nonno in carriola

Quali sono i margini di lucidità nel governo della copula?



Colore verde bile, al naso muschio macerato e stallatico. Gusto allappante da rècere all'istante: Brunetta di Montalcino?

Il poeta dell’allegria onicofagica: Giuseppe Unghiaretti?

La letteratura sta a twitter come il testo sta al testicolo?

La pescivendola dei divi con banco a Campo de’ Fiori si chiama Lorella Baccalà?















La showgirl che si cospargeva di yogurt il lato B. è Pippa Grillo?

Il ganzo della pecora Dolly è George Cloonay?

Renato Brunetta Altissimo è un contraddittorio liberale?

Il bilioso rivale Miguel de Cervantes, gli ellenizzava in modo priapesco il nome chiamandolo: Penelòpe de Vega?













Zeta-Jones. L'orgia del godere?

Gli ospiti sfibranti regalano definitive esperienze letali?

Il più grande condottiero idraulico è stato Epam Inonda?

Zanzare. La citronella è di destra. La ciabatta è de sinistra. La racchetta elettrificata è Wimbledon. E i vaporizzatori a muro, sono attacchi suicidi?

La frattura del pene a guisa di contundente commento esclamativo di qualsivoglia evento?

Esercizi per amnesie e refusi. E un ircocervo

A guisa d'introduzione, un pedestre palindromo: «i dèi piedi».

Anagrammi
Le città invisibili: «Stinti cieli libava»
Giovanni Boccaccio: «In covi bacio gnocca»

Doppie letture
No lapis t'amai = No, la pista mai.
Se eteroclito ride molto a ma’ = Se etero, clitoride molto ama.

Pangrammi
Oh Franco, quali bei vizi postiamo oggidì?
Brama quieti ozi e vaghe sponde felici.

Variazioni
Lector in fabula, Umberto Eco
Lector in fabula, Ecco Umberto
Lector in copula: Michele Psello
Lector in copula: Ah verro è
Lector in copula: Hermann Hessere
Lector in crapula: Epacuro

La peau douce di François Truffaut
La peau pouce
Lapo douce
L’ape au douce

Panta rei
Panda rei
Panta nei
Penta dèi
Panta bei

Melodramnesie
La costruzione di un alone
Àncora tu
Presto con fuoco me lo dia
Vape in siero
Castra diva
Dilegua, o botte! Tramontate, stelle! All'alba mingerò! Min gerò! Min ge ròhoooo!
L'amore d'Alfredo pur esso mi manca, conforto, sostegno dall'anima all'anca.

Freschi di stampa
Le sere e il tempo ad Auschwitz di Martin Heildegger
La vita della mentula di Hannah Harenditi
La fenomenologia della spirita di Georg Wilhelm Friedrich Strhegel
Il crudo e il coito di Claude Levi-Strausskahn
Sequestro un uomo di Stoch Ohlm
Durée et simultanéité, à propos de la théorie d'Ogine Interruptus di Henry Bergsogni

Ircocervo

Chita Hayworth straordinaria interprete di Gildondolo e Sangue e altalena.

Tweettiadi 4/13

Cum ira et studio

Novembre 2013


Neurocapitalismi
 
Perfino Lapo El Kan s’impanca a guru.
Ma tra un lazzo e un apoftegma
Par ch’esali odor di perso smegma.

Sia pur che la follia non ha confini,
E nondimanco, al pastaro e barillato ceo
Niun negar potrà la fama di babbeo.

Spaghetti cannelloni ovver ditali,
Lasagne fettuccine e bucatini
Non usan compulsare genitali.


A Cernobbio Letta o Casaleggio
O Lagarde o il vil Brunetta
e se serve persino Berlusconi,
purché ai padroni non rompete li c.

Quaternari alla maniera di Gabriello Chiabrera
Ah Marina
Dal sembiante
Di gallina
Certamente
Qual zarina
Del demente
Prendi ‘l posto
Col cipiglio
Alto e fiero
D’un rigonfio
Calimero

Decameron, giornata quarta, novella quinta
Di Lisabetta amor ruinò sì presto,
Per cruda mano dei fratei  gelosi,
Sì che l’amar fu lacrimar s'un testo.

Stefano
E certo l’uccise e la sete e la fame,
Non le ferite e le botte nella notte,
E della legge il suo volto più infame.

Il Capitano
Pupi Javier Zanetti mio Tractor
Aleph d’amor del cielo e della notte
Di tanghi e fughe e brividi e passion

Ma la rosa di Courbet,
era adorna di un toupet?

domenica 10 novembre 2013

ConFermo è Lucia!

Caos-chiasmo di sposi promessi


ConFermo è Lucia!
«Quel ramo tra due seni, che a Como a mezzogiorno volge tutto a non interrotte catene di monti e di golfi del lago».

I promessi sposi
«Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi».

domenica 27 ottobre 2013

Il punto d’onore

(Frammento)

Un attaccapanni all'angolo della stanza, con aguzze punte rivolte verso l'alto, spoglio come un albero in autunno, prossimo ad un mobile basso che corre lungo tutta la parete verso l'angolo opposto privo invece d'ingombri. La parete di fianco sventrata da una finestra verdeggiante, soffocata di rami e foglie, perfettamente celata come neppure il pertugio mimetico di un cecchino. Dentro i confini della sua verzicante macchia di luce, un'arresa scrivania in compagnia di una vetusta sedia girevole e con le rotelle, che ai suoi bei dì dovette insuperbire il suo assiso titolare, il quale pur di girarsi e gironzolare come un paraplegico, non avvertiva nemmeno l'appiattente martirio gluteare ed il tormento lombare, provocati dal solenne trono in similpelle, ultimo modello, alla faccia degli invidiosi colleghi. Sull'angolo destro il computer declinante senza tregua un originale standby in carattere greco antico, «ho ben fatto il classico, io!», ed un altro ripiano stretto e lungo a ridosso del muro sulla sinistra, dietro il trono.

Questa ricca dote, bensì accattata di qua e di là, ornava l'arca del quotidiano viaggio dalle ottoetrenta alle diciassette, salvo diverse timbrature, per scampare alla fame e ai debiti.
Ora, in un simile lussureggiante giardino, davvero soltanto un animo intirizzito dall'ignavia o piuttosto afflitto da una perniciosa e nativa infecondità sarebbe potuto rimanere insensibile al richiamo delle muse, sottraendosi al dovere d'evacuare copiosamente gemme poetiche, voli d'ingegno, tuffi mistici con ghirigori e arabeschi e acrobazie letterarie d'ogni tipo.
Si capisce, tale slancio fabulatorio avrebbe potuto prendere l’abbrivio solo nei rigeneranti intermezzi di lettere con protocollo e oggetto, deliberazioni in procedura d'urgenza rivolte, s'intende, a promuovere l'interesse generale, nonché a rimuovere quel che osta, al fine e ai sensi e con i cordiali saluti, addì, e da ultimo l'indispensabile, in calce, firma del dirigente. L'apposizione di timbri d'utilità imperscrutabile, nonché l'indicazione dei nomi e titoli rispettivamente del Responsabile e del Trattatore della pratica, avrebbero condotto a termine la fatica e di bel nuovo dischiuso l'animo al bello al buono e al vero. E di lì cascate ripullulanti di preziose escogitazioni poetiche.
Salvo ricevere ulteriori istruzioni, si capisce urgentissime, circa l'inderogabile necessità, per conformità, in ordine ad una colpevolmente trascurata regolarità, di aggiungere timbro tondo accanto al timbro lineare, ché il timbro rettangolare invero esonera dal tondo, ma giammai quello lineare. Senza che poi ciò abbia a destare stupore alcuno, dacché le carte di particolare rilievo devono recare sigilli di molteplice geometria, sbavanti inchiostro setacciato, così da ridurre bensì le suddette carte come la sputacchiera di un abominevole catarroso, ma, d'altronde, elevate infine alla più incontrovertibile legalità.
Se il senso del bello può ben tollerare interruzioni, essendo d'altronde per definizione intermittente, forse si potrebbe temere, in simili circostanze, una qualche sgualcitura dei testimoni eterni. Solo a patto però di congetturare, per mera ignoranza, che un Trattatore di pratiche nell'esercizio delle sue funzioni, tenga alla precisione delle sue opere in una misura diversa che all'onorabilità della propria stessa madre. Ma tale congettura, ovviamente, è del tutto inverosimile, anzi assurda.
Infatti, all'uopo, pardon, in proposito, si racconta di un celeberrimo Trattatore di pratiche che apostrofato con durezza dal suo caposervizio per aver fatto eccessivo uso di virgole, in violazione dei provvedimenti restrittivi imposti dal dissesto burocratico incombente, trovò il coraggio di replicare, vincendo con uno sforzo sovrumano la sua naturale e trepida remissività.
«La prego dottore di denunciare piuttosto l'incertezza della mia paternità. Insinui senz'altro che mia madre abbia condotto una vita leggera e dissoluta, degna della più severa rampogna morale. Dica pure che la mia mammina amata adescava uomini agli angoli delle strade per condurli in un ben noto paradiso, dove i malcapitati erano costretti a urlare follemente di piacere, per la misericordia delle sue esperte e genuflesse preci labiali. Non indugi, in aggiunta, ad attribuire alla mia povera madre permanenti inclinazioni alla sodomia più efferata attuata con ogni mezzo.
Se vuole si spinga a proclamare che io stesso, novello seguace di Alcibiade, in disprezzo del mio sesso e contro natura, abbia ereditato degnamente tutte le suddette perversioni materne. Non esiti neppure ad accusare che pur di perpetrare ad ogni costo tale cumulo di nequizie, mi accompagnerei perfino agli zampettanti migliori amici dell'uomo: ché la sodomia porta con sé inevitabilmente la zoofilia, salvo che nel mio caso si tratterebbe d’irriferibile zoofilia passiva. 
Mi dorrei per queste ingiuste e infamanti invettive. La rosseggiante e recente ferita per la perdita della mia cara mamma tornerebbe a divampare come l'incendio di Troia. Qualche colpo subirebbe parimenti la mia autostima di eterosessuale incorruttibile e di amatore di apprezzata virtù e conclamata generosità. Poiché in verità nemmeno col lanternino sarebbe possibile trovare una sola delle donne che hanno avuto l'avventura di partecipare ad un furioso e indimenticabile congresso carnale da me officiato, non dico insoddisfatta, ma che si sia ancora riscossa dallo stupore e dall'estasi.
Tutto ciò, per quanto grave e lesivo del mio onore personale, io l'accetterei, sono uomo di mondo, veh. Ma non potrei, non posso, non potrò mai tollerare che la minima ombra del più lieve sospetto sfiori la mia reputazione d'integerrimo Trattatore di pratiche.
Come ha potuto, senza tema che le ridondasse a perenne vergogna, solamente immaginare di poter censurare le mie irreprensibili scelte d'interpunzione? Non avrebbe dovuto neppure osare. Eserciti piuttosto la sua vigilanza e censura sulle interpunzonature apocrife della frequentatissima cavità pubica di quella troia di sua moglie.»
Il caposervizio basito e confuso e sconvolto trattenne la stizza, pensando ai guai sindacali, sicché si limitò a bofonchiare rassicurazioni di risarcimento per congedarsi al più presto. Ma il Trattatore bloccata l'unica via di fuga dell’odioso superiore, riprese la battaglia ché giustizia non era ancora fatta.
«Certo lei potrebbe credere che io trascenda nel cattivo gusto con allusioni ineleganti e sgradevoli, ma soprattutto approssimative. Voglio al contrario disilluderla, poiché mentre sono note e acclarate ed empiricamente accertate le interpunzonature di cui sopra, che lei ipocritamente fa finta d’ignorare, sulla quantità delle mie virgole, al contrario, lei esprime inconsistenti e labilissime opinioni, prive di ogni fondamento. Le norme e le forme dell'interpunzione da me certosinamente applicate, appartengono ad una scienza certa e consolidata e indubitabile, altro che le sue capricciose opinioni, scienza da me coltivata in lunghi anni di entusiasmante studio, approfondimento ed esercizio. Senza nutrire la minima vergogna per la sua crassa e belante ignoranza, è giunto dunque alla temerarietà di non astenersi dall'esprimere questi giudizi totalmente gratuiti, anzi raglianti, su una mia pratica. Ma bravo! Ma bravo. Come se la scienza permettesse i suoi punti di vista arbitrari e soggettivi. Le sfugge del tutto che l'interpunzione è cosa della massima importanza, fonte della significanza di ogni testo, madre di ogni ben formato costrutto o perifrasi o proposizione, custode demiurgica del perfetto enunciato. Quale differenza se scrivo "La moglie del caposervizio è una bella donna...", oppure "La moglie del caposervizio è una bella donna". Nel secondo caso formulo irrefragabilmente un complimento, nel primo, invece, con la semplice e banale aggiunta di due piccolissimi puntini, due insignificanti cacatine di mosca, si spalanca una voragine di incertezza etica sulla sua degna consorte.
Ebbene, la pratica da cui ha osato trarre indebito spunto per la sua squallida censura, sappia, l'ho sottoposta a ben trentasette - dico - trentasette revisioni. Che fa? Adesso inarca il sopracciglio? Vorrebbe forse fare dell'umorismo da usciere? Trentasette revisioni le sembrano troppe? Che siamo pagati per fare in fretta? Che il tempo è denaro? Per nulla, il tempo è ben più importante del denaro, la smetta con questi frusti luoghi comuni. D'altronde perfino un'aquila come lei può intuire che la perfezione non ha prezzo. Di più, nemmeno in capo a settantaquattro revisioni altri, e non faccio nomi perché exempla sunt odiosa, altri, dicevo, avrebbe saputo raggiungere il vertice di ritmica purezza e precisione semantica della mia pratica in oggetto.»
Il caposervizio vinto e sfinito, provò ora disperatamente a scappare con più ferma risoluzione. Pur di riguadagnare il suo ufficio avrebbe riconosciuto volentieri l’adulterio della consorte chiedendone la condanna con rito sommario perfino di fronte ad un tribunale ecclesiastico. Ma a ben altro ancora si sarebbe piegato. Avrebbe senz'altro proclamato ai quattro venti l'adamantina santità della povera madre del Trattatore. Patrocinato ardentemente presso sua santità il pontefice la causa di beatificazione per i meriti e i crismi palesi della pia donna. Inoltre con genuina contrizione avrebbe riconosciuto che il figlio della santa era un satiro, anzi un fior di scopatore d'inconcussa reputazione virile, ch'egli medesimo al contrario era un impotente. Si sarebbe infine piegato, per suprema ricompensa, a candidare il dipendente, tanto misconosciuto quanto ardente seguace di Priapo, a tutti i premi di produzione degli anni a venire, fino alla pensione.
Ma il Trattatore spietato, con torrenziale e tracimante eloquio proseguiva la sua indignata arringa, divenuta ora implacabile requisitoria, che mulinava argomenti ancor più stringenti e contundenti, incatenati a gragnuola come nella terrificante sequenza di un bombardamento a tappeto, tale da radere ogni postazione nemica al suolo.
Dal suolo raccolsero il caposervizio esanime, all'alba dei settantanove minuti della vibrante filippica del Trattatore. Un colpo apoplettico. Che tutti si affrettarono ad imputare al duro lavoro. Ipocritamente.