venerdì 3 ottobre 2014

Stillan e brillano

Esercizi in onore di Antonella Sbrilli

Sabato 27 settembre 2014, verso mezzanotte, esaurite le abluzioni abituali, con animo candido decisi di coricarmi di buonora per poter compiere lucidamente il settimanale esercizio spirituale che mi attendeva sornione sul comodino. Si trattava della lettura della rubrica Lessico & Nuvole che la prima firma dell'enigmistica italiana tiene su un supplemento settimanale dal nome robinsoniano, che nondimeno ricorda la passione di Cristo nostro signore, ma del resto affatto irripetibile, salvo i debiti riti apotropaici.
Con la consueta magistrale asciuttezza, la rubrica dava conto di anagrammi illuminanti, segnalando la personale passione dell'autore per gli anagrammi in verbis singulis, che con ogni evidenza rappresentano il culmine di quel perverso gioco.
E come dargli torto? L'anagramma è già di per sé un gioco terribile e beffardo perché, con una semplice permutazione di lettere, pretende di cavare un senso da un nome che un senso non è tenuto ad avere. Esso pertanto è una sfida all'insensatezza, donde tuttavia le menti più brillanti tornano vittoriose, riportandone trofei di incastrata e sapiente bellezza. Non è del resto da tacere che spesso la sfida anagrammatica reca frustrazioni sanguinose: avete presente i dispettosi scarti incoercibili?
Nondimeno, ero a metà dell'esercizio spirituale settimanale quando, squillino le trombe e rullino i tamburi, appare una speciale menzione per Antonella Sbrilli, quale autrice di anagrammi memorabili e titolare di un autentico capolavoro:
«Premoniziona» = Piero Manzoni.
Qui la lettura s'increspò in uno spasmo d'incontenibile estasi, precludendo alla palpebra ogni moto ulteriore. Proprio lei, la generosa e acutissima nostra compagna di giochi, dunque, riceveva un così autorevole riconoscimento! Mamma mia che gioia, ma senza alcuno stupore, avendo già sperimentato il suo vasto ingegno. Incontrovertibilmente. I miei sogni di quella notte furono illuminati dal riflesso radioso del suo meritato trionfo.
E tuttavia, alle prime luci dell'alba, intorno a mezzogiorno, mi colse l'urgenza di darne conto ai posteri, ossia ai miei tre lettori, sacrificando senz'altro esercizi anagrammatici in suo onore.
Non prima d'aver menzionato il suo ludo finora insuperato, consistente in una quadrupla crasi funambolica: Chopinauerbach, un superuomo sortito dalla mente di un dio maggiore al cui confronto perfino Zeus sembra uno zotico delinquente.
Da ultimo, mi piace ricordare che la festeggiata compagna di giochi è stata la musa della mia epèntesi forse più bella:
        Eunice solca il mar dell'armonia
        Vetta di fresca e giovanil malia
        (4,5)
È inutile dire che dell'epèntesi di Eunice la dedicataria fu anche la rapidissima solutrice.
Di seguito propongo gli esercizi in suo onore che metteranno il sigillo al mio disonore. Amen

In una parola
Digiunerò = Guido Reni
Documentale = Claude Monet
Predominanti = Piet Mondrian
Spopolabisca = Pablo Picasso
Oriniamo = Joan Miró (Il neologismo sognante «oniriamo», no?)
Saturabombe = Umberto Saba
Minimolecolari = Mario Monicelli

Narrativi
Nere gru: aerei stupori = Pierre-Auguste Renoir (sconveniente = “Esagererei un prurito”)
Arbitrò burle = Alberto Burri
Di lì fissi poppe = Filippo De Pisis
Oggidì corichi ore = Giorgio De Chirico
Dai, godimi a melone = Amedeo Modigliani
Fa cancri snob = Francis Bacon (dissento!)
Globi a calamo = Giacomo Balla
Rosai minori = Mario Sironi
Angeli neri in bronzo? = Gian Lorenzo Bernini (Antigrammatico)
S'amava oca o cigno = Giacomo Casanova
Addolora glicemia = Carlo Emilio Gadda
E dicon sacra isola? = Leonardo Sciascia
Dragaci o Musil = Claudio Magris
Sbranò elaborati = Alberto Arbasino
È criminale darla = Andrea Camilleri
Celiò mali minor = Mario Monicelli
Rendi felici fole = Federico Fellini
Nutrì fosca truffa = François Truffaut
Menti tiranno = Nanni Moretti

Antigramma
Acuì la funzion = Nunzio La Fauci
Telegramma (milanese)
Ghisa battezza freno = Stefano Bartezzaghi

Ad Antonella Sbrilli
Bella, non strillai,
Sballino tranelli,
Stillan e brillano.



Ps. Ps. Chiedo anticipatamente venia d'ogni eventuale errore sfuggito alla correzione. Inoltre, poiché non ho controllato alcunché, riconosco il copyright degli anagrammi presentati a chiunque ne rivendichi il possesso; del resto confesso di essermi avvalso di ogni mezzo lecito e illecito: carta penna e calamaio, matite e pizzini, motori anagrammatici, letture irriferibili, coltellini, pinzette, ricordi vaghi, lime asce e financo martelli, però, si capisce, colorati e belli.

Post scriptum del 4 ottobre 2014
A conferma, invero superflua, del suo gran talento, è giusto annotare che Antonella Sbrilli ha commentato gli esercizi in parola con un auto-anagramma che merita d'essere sottratto all'oblio, senz'altro: «Sibilla nell'antro».
Come volevasi dimostrare

sabato 13 settembre 2014

Fughe e Miraggi


La fotografia è essenzialmente sguardo, tuttavia il molteplice uso di essa nei più svariati modi e campi, obbliga a determinare, di volta in volta, la natura specifica dell’immagine fotografica offerta alla nostra fruizione. Semplificando, talvolta essa è meramente riproduttiva, talaltra essa è produttiva; nel caso della mostra fotografica di Filippo La Marca, una siffatta polarità pare doversi revocare in dubbio, poiché prevale una contaminazione che trascende una misura percettiva certa.
Appare anzitutto evidente la scelta di fondo: l’autore non vuole fingere artifici ma restare uno sguardo sospeso sull’accadere delle cose, solo che di esse tende a cogliere il segreto più labile, la fragrante e fragile contingenza che passa in un istante.
Come nel Gioco a nascondere di Lucio Piccolo, le immagini proposte sono
«(...) ingannevole gioco,
equivoco d’ombre e barbagli,
di forme che chiamano e
negano un senso» (I 36-39).
Non l’arbitrario gesto dell’autore, ma solo la luce nella sua prismatica creatività s’incarica di riformulare le cose, offrendole ad una plurale percezione immaginaria di folate di raggi e di perenni transiti, fino al punto da generarne identità ulteriori, ossia una moltiplicazione di livelli di realtà delle nude cose che per illusori e mutevoli echi di luce proiettano allucinate forme, fatte della stessa abbagliante materia dei miraggi.
Tale esito, onde «tutto quanto il ver pongo in oblio» (Leopardi), si compie per lo straniamento di fughe visive ribadite per contrappunto da rispecchiamenti speculari, iterazioni ottiche, fantasmagorie, riflessi, aeree e furtive ombre e iridescenze incuranti d'ogni forma conosciuta.
L'insistita concentrazione dell'interesse visivo su parti e frammenti, ben lungi da un premeditato uso retorico della sineddoche, rivela piuttosto una misteriosa fuga, che pare trovare il suo rifugio espressivo nel particolare, laddove tuttavia tale particolare realizza la compiutezza di stare solo per sé, poiché risulta ormai ignoto il termine del suo rinvio. Questo curioso particolare, in sé compiuto e sradicato da un tutto edenico definitivamente perduto, ha la felice e fugace vita del miraggio, che con perentoria e abbacinante potenza ci appare, ma che altrettanto fuggevolmente scompare.
Solo che questa volta, solo per un istante, Filippo La Marca ne ha saputo catturare il palpito, la transitoria fragranza, quel cuore illusorio di luce che nel suo darsi già dilegua.

Post scriptum
Ogni testo è scritto per tutti, ma più o meno segretamente, ciascun testo fa appello ad un ideale lettore regolativo, a volte vero e a volte immaginario. Non fa eccezione questa parergatica scrittura, il cui lettore regolativo è una persona di raffinata sensibilità e di mirabile ingegno warburghiano. Il molto discutibile valore del testo che si presenta, tuttavia, mi obbliga all'acerbo pudore di proteggerne l'identità sotto le riservate spoglie di una sigla: A. S.






lunedì 25 agosto 2014

Romilde

Accadde un dì nevoso e malinconico che un ambasciatore venne alla corte di sua maestà Ansoaldo, amato nostro re grande e possente. Splendeva già nel cielo e in ogni dove la luce della sua immensa gloria e la sua nobile fama inconcussa correva di valle in valle, valicando i laghi, i fiumi e perfino i ruscelli. La mente e il cuore dei suoi orgogliosi sudditi erano satolli del portento d’un re tanto adorato, così eran sempre pronti a celebrare tanto custode, consapevoli ch’egli era uomo davvero smisurato e forse dio, certamente da divina schiatta discendente e senza dubbio alcuno destinato ad ascendere nel Walhalla, si capisce, il più tardi possibile.
Parlare delle virtù di re Ansoaldo sarebbe compito gravoso per chiunque; perfino lo stagirita, è da credere, penerebbe, ché i suoi costumi esuberavano dalla norma più eccellente della moralità del mondo. Oltre ogni segno liberale benigno e magnifico, smisuratamente temperante, per non dire dell’impetuosissimo coraggio di mente e di spada. Per nulla mai il suo popolo ebbe da levar querimonie o lamenti o rimostranze. E nondimeno, una certa inquietudine serpeggiava da qualche tempo a causa della regina Romilde che esitava a moltiplicare il nobile sovrano, benché da molte lune si fosse consumato l’imeneo.
Tra i sudditi si sospettava ignavia o inettitudine o qualche perniciosa infermità da parte della regale consorte. Perfino i dignitari più prossimi giunsero, con estrema discrezione, si capisce, a chiedere se il re fosse felice, se le nozze avessero reso più liete le sue ore, massime quelle notturne, si spinse a domandare il più impertinente. Ma il re rassicurò tutti benignamente e profuse le opportune lodi per la sua Romilde amata, congedò quell’udienza tradendo invero un certo qual fastidio.
Romilde, donna di crin corvino e frondoso e occhi lucenti, altera e di perlacea pelle, aveva un corpo flessuoso e bellissimo e superbo, tanto che poteva essere solo invidiata o imitata ma giammai superata per grazia e fascino. La sua inarrivabile venustà però, nonché scatenare alla sua vista galanterie rispettose ed altre più celate e turgide illusioni per nulla commendevoli, recava del pari un turbamento d’altronde inesplicabile, nutrito tuttavia come dall’inquietudine d’una perfezione non votata del tutto agli immutabili decreti della natura e della tradizione.
Giunse dunque l’ambasciatore e con lui un corteo assai folto di famili e soldati per seguito acconcio. Furono alloggiati soddisfacentemente gli altri e con decoro e dignità il legato, ch’era uomo giovane e biondo, raffinato ma di tratto assai deciso, e come uso da lunga pezza a stare sopra i molti.
Ignoti erano i temi della sua missione, né annuncio era giunto per tempo a corte; noto, si fa per dire, era solo il committente: un re lontano d’ignota fama e di un inusitato regno, sua maestà Desiderio re di Edonesia.
Benché dunque inattesi, agli ospiti fu usata ogni cortesia onde immantinente re Ansoaldo inviò uno dei suoi dignitari presso l’ambasciatore per recare il suo saluto e l’invito per il banchetto della sera imminente che avrebbe celebrato l’amicizia dei due popoli nel modo più conveniente. Gradiva re Ansoaldo conoscere il nome dell’ambasciatore, chiese il dignitario prima del commiato.
— Dite al vostro augusto reggitore ch’io sono Azzone di Galeazzo, principe di Talamo, duca di Copula, barone di Cunno, conte di Crapula, Collare d’oro dell’Ordine della Verga, nonché marchese del Baldacchino, Grande Nerchia del Regno, Pari di Lancia, Nastro Fiorito della Pompa, cavalier di Renidiferro, da ultimo insignito della suprema onorificenza di Fecondator Optimus nel concistoro della Granmazza.
Così concluse con gusto e gravità l’ambasciatore orgoglioso di enumerare i suoi titoli molteplici e prestigiosi. Solo che il dignitario di Ansoaldo ascoltava con fremiti crescenti e irrefrenabili quell’elenco tanto inverecondo e sconveniente per il suo pio sentire. Superato il primo sbigottimento proruppe pertanto un po’ alterato.
— Monsignore, sappiate ch’io sono il primo dignitario del regno, non l’ultimo maniscalco di cui senza tema ci si possa fare beffe. I vostri nomi sono ambigui, empi e tralignano nell’osceno, affatto irripetibili al cospetto del nostro re santissimo e morigerato. Vi invito a recuperare tosto il sentimento onde conferir con me come s’addice a un gentiluomo, dismettendo i panni del furfante. Suvvia fuori i vostri nomi buoni e veraci, bando al ciarpame genitalizio, limitatevi senz’altro alle voci gentilizie, se nel caso ne vantate.
— Come? Solo il mio ufficio momentaneo di legato vi risparmia da una sicura e dolorosa morte di stocco o di brando. Come osate discutere i miei titoli e la mia dignità e il mio onore? Ciarpame? Sappiate bellimbusto e borioso baciapile che nel mio regno essi al solo annuncio suscitano riverenza e pur terrore e ossequio. Sappiate che decine di avi della mia stirpe gloriosa hanno sostenuto ogni cimento e impresa, sempre a spada tratta, per meritare la corona araldica dei nomi, titoli ed onori del mio nobile casato. Vi vieto pertanto di condurre oltre un siffatto ignobile vilipendio, se volete evitare durissime pene. Tacete, vergamolle d’un marrano pederasta. Tacete e recate al vostro re le mie sublimi e ferrigne credenziali. D’altronde congedatevi prima di subito da me, prima cioè che la furia di Azzone prevalga sui doveri di cortesia del suo ufficio di legato.
Dinanzi al furore davvero incontenibile di Azzone, vacillò prima nel dubbio e poi nello spavento vero e proprio il già tracotante dignitario di Ansoaldo, conte Turibaldo. Egli dapprima pensò di replicare duramente, ma quando s’avvide che il legato aveva davvero portato la mano allo stocco, girò i tacchi e rinviò ad un momento più propizio la vindice difesa del suo onore offeso.
Come le nubi veloci di primavera svariano precipiti nel cielo fino a lasciare l’azzurro terso e immacolato, senz’altro, in un battito di ciglia, così si rinfrancò di colpo l’umore furioso di Azzone, il quale ancor prima che il conte Turibaldo varcasse l’uscio in precipitosa fuga, già rideva a squarciagola tributando alla sua codardia una scia rumorosa d’irrisione sferzante. Turibaldo, non poté non sentire, solo che il supremo dovere di mettere in salvo la sua vita, già peraltro consacrata al suo re, sopì i morsi per le ferite della sua dignità di dignitario.

Corse, sbuffò, si stropicciò lungo il tragitto che lo riportava a palazzo, dove, giunto trafelato, si precipitò dal Gran Ciambellano che era in sua attesa.
— Congiura! Infamia! Complotto! Una grave minaccia, esordì Turibaldo, ci è penetrata in seno. L’ambasciatore! L’ambasciatore! Quale pericolo! Quale scandalo!
— Che accadde? Calmatevi, riferite senza esclamazioni, come volete che capisca? Dite quel che passò con chiarezza, cos’è quest’agitazione? Avete condotto dunque la vostra missione?
— Certo che sì, barone Arialdo, certo che sì. Ed essa è la cagione della mia inquietudine e della mia agitazione. Quell’uomo è un furfante, un facinoroso, un malandrino. Dobbiamo alzare alte mura a usbergo del malcostume ch’egli reca e spande.
— Conte Turibaldo, mettete un freno alle vostre emozioni, volete o no farmi rapporto dettagliato? Ditemi i fatti, allora. Tanto più se v’è rischio e minaccia. Basta coi farfugliamenti, parlate adunque, disse spazientito e al limite dell’ira Arialdo.
Non fu impresa semplice ricostruire l’episodio della missione del conte Turibaldo, il quale raccontava, chiosava, interpolava, s’infuriava, crepitava di propositi, s’indignava, fingeva congetture, si offriva come sicario, compitava manuali di morale, citava i padri della chiesa, discettava di ogni dettaglio irrilevante, gorgogliava di esegesi sottilissime e infine tornava a offrirsi come mandatario dell’omicidio indispensabile del prepotente e obliquo ambasciatore.
Arialdo talora con la carota e più spesso con il bastone, interrogò, rimproverò, schiarì, ricostruì, e infine, con gran fatica, stabilì l’accaduto.
— In effetto v’è da meditare. Se non che il tempo è breve, il banchetto non si può rinviare, dobbiamo giungere con celerità ad una deliberazione almeno provvisoria, osservò gravemente il Gran Ciambellano.
Fu urgentemente adunato un consiglio segretissimo per attingere alla sapienza geografica, alla scienza medica e alle incontrovertibili verità teologiche e morali, ogni argomento acconcio a discernere alla bisogna del caso che occorreva: trivio e quadrivio furono pertanto convocati e consultati con attento e diligente scrupolo. Eppure non si pervenne a pervie e concordi conclusioni.
L’arcivescovo Pudibondo, tra formule dissimulate ed evocazioni esaltate, suggerì di avvelenare il legato prima del banchetto: «vengo con la spada», ripeteva dalle sacre scritture. Altri proponevano di passare a fil di giavellotto l’empio infedele, appena avesse rivendicato al cospetto di Ansoaldo gl’immondi titoli riferiti da Turiboldo. Malgrado l’ardore divampasse in quel consesso talché il simposio sembrò trasformarsi in un certame di assassini di fervida immaginazione, tuttavia Arialdo ammonì i presenti e ordinò a tutti di mordere il freno, poiché gli pareva più fondato e utile condursi secondo il consulto saggio e moderato del nobile Geodato.
Orbene, opinava Geodato, il massimo geografo del regno, che il mondo è vasto e vari sono i costumi, del tutto lecitamente convenzionali i titoli e le lingue e le parole invero, fuor dall'orecchio del re, si capisce.

Mentre Azzone trafficava furiosamente tra gemiti e sospiri nel suo giaciglio divenuto un’ara di piacere, sentì all’uscio un rapido trapestio, indi, preceduto e seguito da un fruscio, un tonfo leggero, onde si riscosse e guardò calmo la fessura della porta. Per terra v’era un piego, in effetti. Discese dal talamo infuocato e lo raccolse. Il piego era giallo con una vasta ferita di ceralacca ancor madida recante un sigillo stellato che circoscriveva una A, nettamente incisa. Aprì e lesse.
«Arialdo, il gran ciambellano, Azzone saluta.
Eccellente ambasciatore, anzitutto, porgo le scuse per la riprovevole condotta del conte Turibaldo che cedendo alla sua impertinente curiosaggine valicò per vanità le prescritte regole reali della sua missione.
Ebbene, vengo a informarvi che con rescritto regio duodecimo emanato sin dal primo anno di regno, sua maestà stabilì il tassativo divieto d’usare nelle pubbliche adunanze titoli e nomi propri da parte dei convenuti d’ogni rango. È inutile che si dia conto delle alte cagioni d’un siffatto decreto, tanto è palmare ch’esso s’ispira a chiarissimi principi di giustizia, talché coloro che sono ammessi al desco di sua Maestà son tutti parimenti suoi sudditi, ciò che supera senz’altro ogni altro onore, sopendo ab imis ogni tronfiaggine per ulteriori disdicevoli distinzioni personali.
In fatto e in diritto ogni titolo nobiliare deriva sustanzialmente dalla regalità, al cui cospetto, pur non cessando, si può ben dir che si sospenda, tornando ogni dignità alla grazia del largitore.
Del resto gli attributi son predicati d’una sola sostanza che li emana e li possiede. Ergo innanzi al re si torna ignudi di nomi propri e titoli, mettendo conto declinare solo l’ufficio che si esercita, ossia la propria funzione iscritta nel provvidenziale disegno regale.
Tanto si doveva, affinché nulla abbia a turbare la vostra missione, nel rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi, sicché or prendo congedo fiducioso nel vostro acuminato acume, per nulla acusmatico, ma anzi matematico».

Rise e sorrise, Azzone. Poi tornò nel letto e strinse a sé con nuovo vigore l'ombrosa e lucente Romilde.

mercoledì 18 giugno 2014

O ramingo! Esercizi



Facezie

Dalle lettere di Robinson Crusoe agli apostoli:

"Liberaci dal mare, amen."

Suvvia, il Ratto d'Europa non è una pantegana.

Pesame, pesame mucho que tengo miedo parerti un hermoso comò.

Lei: Se tu venissi in autunno?
Lui: Eh insomma, parliamone cara. Ma che sarebbe, sesso tantrico?

Amaro Averno: il gusto treno della vita.

Eh signora mia, il sonno di Bouvard genera Pécuchet.

Giuro che mia madre è donna di costumi morigeratissimi, checché se ne possa pensare, conoscendomi.



Biblioteca di Parerga

Past Office di Charles Ossobukowski



Cinguettii a Spoon River

Tweetti, tweetti dormono sulla collina;

Ei fullower;

Eran 140, eran giovani e forti e sono motti;

Ahimè, twitto passa.



Anagrammi

Antonio Tabucchi = Incubi ho cantato = Oh incanto, tu baci

Viola Fiore = Fra l'io e voi = fral io e voi

Post Office = Copi stoffe

Antonio Gramsci = Mito in gran caos

Aureliano Buendìa = Da un alibi a un eroe

Don Giovanni = Divo inganno



Tmesi e doppie letture

O ramingo, ora mingo

A presto, ricopiano forte! Apre storico pianoforte

È grazia salvifica, Egra zia salvifica, 
E Grazia salvi ... (E basta!)

Provvidenziali mal di testa! Oggi no, o Gino: Ogino-Knaus!

Per tedio dà more, Per te dio d'amore

On the road: Do mani in via, Domani invia

Ama Cafiero ancòra, Amaca fiero àncora

Perno di menti care, Per no dimenticare

Pompe di maquillage freudiano: Caro es tinto





Neologissimi

Asticella: Segreta piemontese di Franco Chirico

Speculare: Attesa d'una grande fortuna

Oculato: Sorpreso per la gran fortuna di Sandra Muzzolini

Oculata: Attonita caduta con impatto deretaneo

Renzinante: Cavallo di don Matteo della Mancia

Starnitrire: Verso del cavallo VIP

Googlare: Parossistico borborigmo parossitono interrogativo

lunedì 16 giugno 2014

Cronache di pestiferi amanti

Atto unico

Ispirato dal certame #Ceraunavoltaunre, per istigazione incolpevole delle #scritturebrevi di Francesca Chiusaroli




Personaggi

FC: Franco Chirico, deus ex machina

LS: Luigi Scebba, testimone e confidente degli amanti

Qwerty Uiopè: furfante e amante di Ines Ytrè

Ines Ytrè: amante, dal gran fascino palindromico, di Qwerty Uiopè




LS

C'era una volta stellata sopra di me
E un trono di spine con assiso un re
Ma un paggio malvagio ben altro raccontò



FC

C'era una volta un Re-ietto
Che solea profilarsi Qwerty Uiopè
Ma non era affatto un re



LS

Ricevo da Qwerty Uiopè e malvolentieri riferisco:

Son Reietto ed impostore
Ma con Ines Itrè io fo l'amore



FC

Vanta abiti da Re e s’atteggia a Don Giovanni
Ma è solo un infido malestruo,

Un malnato in lordi panni



LS

Da Ines Ytrè:

La tua bell’invettiva è pura verità
Ed ogni suo panneggio val quanto uno s.



LS

E Lui rispose ohimè:

Oh non rammenti più
Quando sul canapè
Implorasti quartier
Al valoroso Qwerty Uiopè?



LS

Ma Lei replicò:

O Effeci non credergli giammai.
Ei fu briccone ignobile,
E a letto, un soprammobile!



FC

Ah ah ah perciò di priapesco avea
sol la rigidità da bomboniera,
più che il batocchio ciuchesco a bandoliera.



LS

Che triste spettacolo, ahimè.
Oh che vergogna, adesso volano schiaffi e frottole e rime e calci.
Eppure, eppur perdutamente s'amano,
onde possiamo ben alzare i calici.


sabato 17 maggio 2014

Mal d'estro

Cesti di mesti gesti rimesti, 
mentre ridesti celesti incesti 
come lesti anapesti. 
Onesti testi e funesti pretesti:
Sia che presti agresti resti,
Sia che innesti codesti a questi.

sabato 5 aprile 2014

Altre rive





Quale possente man trasse nel vento
quell’astro notturno e distante,
caduto ora nelle pozzanghere
inargentate e sordide?
Sul ciglio dell’abisso il suo giaciglio ormai vuoto
rende ancor più immoto quel silenzio remoto,
mentre nelle macchie di luce dell’acqua stagnante,
la luna freme agli avidi sorsi rubati
del cane furioso e del gatto furtivo,
con riflessi ritrosi e interrotti,
lungo una scia d’ombre sbilenche come una folle fuga
di fragili vissuti immaginari.
E nel grembo della notte,
l’eco del sorriso di un dio bambino
che intreccia chimere e illusioni
sulla riva dei nostri sogni.


lunedì 24 marzo 2014

Una nube sulle ventitré. Esercizi


Una lieta malfidenza, il piacere della canzonatura
sono segni della salute: ogni assolutezza è patologia.
Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male

Tmesi e altre stravaganze

Blaise Pascalembour

Avvitamenti innatisti: Bullonato, Bullo nato

In delirio per Khatia Buniatishvili, pianista:
Or Georgia, Orge orgia

La bella morte: De cesso fallico


Stupefacentidioletti
Permettimi di dissentire, questa volta ha ragione Lucia Annunziata: l'apparenza in canna

Renzi vuole tagliare le tasse: dura protesta dei tassi


Metasemanticoemetàno
Vendesi collezione di autoritratti apocrifi di capre parlanti del celebre pittore làpone El Kan Kan

Finisce patta e patta. Una salamonica soluzione genitale?

Rauschwitz. Crasi anomala e rivelatrice: ogni Witz (storia spiritosa) era Raus (fuori) dal cieco e ottuso orrore di Auschwitz

A Macerata, ama cerata, a ma' c'è rata


Effimere passioni geolocalizzate
«Finché Orte non ci separi»


Letargie
Giuro sul pleroma di Plotino che tra Anima mundi e
Anima letti, solo la seconda ho adorato

Curioso Cupido, cuspidi con curiale cupidigia curi?


Caccia&Pesca in doppia lettura.
L’amo recondito
L’amo relatore
L’amo relegato
L’amo reticola.


Dantismi striscianti
Ver me si va stracco e collabente
Ver me si va ne l'etterno afrore
Ver me si va tra la sentina e il niente


Gnome gnocchea
Fimmina casta
intra 'na grasta.
Cantanti e vaviusi
rumpici l'ossa
e tinili 'nchiusi.




Biblioteca apocrifa renziana

I dolori del giovane Inwerther di Johann Matteo Goethe

La figlia del saputino Matteo Renzeevič Puškin

Il matteone rampante di Cosimo Piovasco di Renzì

Manoscritto trovato a Saràcozza di Jan Renziocki

Vavìa col vento di Margaretto Renzitchell

Egos e Priapo di Carlo Emiliomatteo Gaddaland

Molto fotte, incredibilmente micino
(Extremely fuck and Incredibly kitty)
di Jonathan Safran Renzoer

La vita inferiore di Alberto Matteo Moravavia

La marcia di Renzetzky di Joseph Rottho

Mordy Dick di Herman Renzville
(made in ‏@Ninninedda - Franco Chirico),
bello sì, ma che cognizione del dolore.

La Canzone di Re Enzi di G. Matteo Pascoli:
Ed ora i pigri bovi bianchi a terra
Mentre le pal colui a tutti serra



Anagrammi

“Virginia” è «vani giri»
ma "dearest Virginia" vale «rivesti randagie»

“Stephen Daedalus”, «Ha pena del sud est?»

Il Fatto del “Padellaro”: «Ardo palle»

"Perec au Moulin d'Andé": «Deducano lane impure»

"Enrico Letta": «Coli nettare» o «Lieto carnet»

"Alessia Marcuzzi", «Si sa, carezza muli»

L'ignobile “Arbeit macht frei”, «Brama rettifiche»:
ora e sempre.


Oh signora mia, che giornata di «madre»

Anagrammi a scarto di «Pagai»
Gaia + P
Pagi + A (circoscrizioni rurali romane)
A Pia + G
Agip + A
Paga + I


A Francesca Chiusaroli
colei che non teme mete

Era una notte buia e tempestosa
Ma con Francesca qual tua stella fissa
Sopr’ogni rotta vola odor di rosa

#Scritturebrevi
Son brezze lievi
Non son l’avere
Di quel che siete
Ma solo l’essere
Che mai avrete
Sol un aroma
Di sparsa chioma

venerdì 21 marzo 2014

Voci



Camminavo lungo le ferite
del Cretto di Burri a Gibellina,
in compagnia di voci belle sapienti e delicate.
Che giocavano a nascondersi,
fingendo di dileguarsi
per presto ritornare schiuse in un sorriso.
Ora con le vostre si confondono.


L’invisibile Thea

di Qwerty Uiopè


V’arrivai nella prima giovinezza
Nel via vai di un giorno di mercato
Delle donne era vaga la fierezza:
Bianchi denti e lo sguardo colorato.
Fu il deserto poi a dirmi sussurrando
Che la via si apre camminando

sabato 15 marzo 2014

A Qwerty Uiopè dalla sua donna

Madrigale* di Ines Ytrè


Colui che per sollazzo
Vago delira attorcigliati versi,
Ch’egli tien belli come cieli tersi,
Pare talora pazzo,
Talaltra scassa solamente il c.


*Maltusiano

martedì 11 marzo 2014

#lettocongusto di Alessandro Manzone

Adelchi, Atto III, Coro

1
Dai lardi mucosi, dai porri tra i denti,
Dai lombi, dell'arse fucine olezzanti,
Dai solchi bagnati di rosso licor,
Un volgo repente trangugia la pasta;
Infilza l'abbacchio dorato di crosta,
Per l’osso fin mostra crescente furor

2
Dai lardi succosi, che rollan involti,
Qual raggio di sole di brufoli folti,
Tralucon gli spiedi di fiera virtù;
Con code vaccine che destan li morti
Si pasce scordando i dolori degli orti
Le misere erbacce del tempo che fu.

3
S'aduna voglioso, ora al desco fumante,
di tordi e pernici, con passo vagante,
Fra tema e desire, rivuole magnar;
E adocchia e rimira rigonfia e confusa
La gran faraona di crapule musa
L’afferra coi brandi, laonde spanciar.

4
Ansanti li vedi, quai trepide fere,
Irsuti e satolli con pance di pere,
Cercare nel covo novel barbecue
E quivi, scoperta l'amata salsiccia,
Superbo turgore che al fuoco s'arriccia,
S’avventan bramosi con labbia a cucù.

5
Il forte ora mesce altro vino al nemico;
Compar di bagordi e adipico amico
L'un l’altro si reggon per non crollar giù.
Ricantan sollazzi tra lepidi lazzi,
Ma poi loro cul si fe’ lanciarazzi
Che come portento disperse lassù.

martedì 4 marzo 2014

Quattrotre

Ci sono tante onde
Quanti del tempo battiti,
Tra aspre e nude sponde
D’incanti e disincanti
Di sfatti e stanchi palpiti.

Ed io ancora divento,
Scossa randagia vana,
Un’ancora di vento
Che sosta e sviando vaga,
Poi vaga e sviando sosta.


Metro: settenari. Da una cellula lirica di Tommaso Landolfi,
La morte del re di Francia: «Ci sono tante onde per quanti sono i battiti del tempo».

venerdì 28 febbraio 2014

Samira e i satiri

Frammento podalico de Il sogno delle nuvole e il croco,
post del sedici settembre duemilatredici

«Quale desiderio di sentirla, carissimo. Volevo in realtà venirla a trovare. Ma gli impegni, sa? rubo questa breve pausa al lavoro e telefono all'amico carissimo, mi son detto, altrimenti per un motivo o per l'altro, finisco per mettere sempre tempo in mezzo e di giorno in giorno arriviamo alla fine dei giorni.» Che metafora ardita, che puntualità criminale. Ma come, proprio ora? per dio sdrucito e spettinato. Niente. Prima il timbro, ora il molestatore al telefono, in questa orrenda galera non si può nemmeno sognare.
«Ma che voce grossa e impastata, stava dormendo? Scherzo. So bene che lei è fin troppo serio.»
«Mi dica, mi dica. C'è qualche problema urgente per il quale posso esserle utile?»
«Ma no, ma no, è per il puro piacere di sentirla, nessun problema.»
Ma guarda un po', "per il puro piacere di sentirla", e io che pensavo che c’entrasse solo il sadismo gratuito?
«Puro piacere.»
Ma non ti coglie il dubbio che il tuo puro piacere per me sia un tedio, una calamità, un tifone, un martirio, un buco nero di paranoia, un farmaco letale, un’acuminata cuspide che mi atterra e mi ferisce?
«Certo avrei gradito che mi chiamasse lei, eh fa il prezioso, dimentica gli amici, mai una telefonata. Da quanto tempo non mi viene a trovare? Aspetti, glie lo dico io. Sì, ora ricordo quella magnifica conversazione sull'arte dell'uncinetto nella quale eccelle mia moglie. Eh ricordo ancora distintamente l'acutezza delle sue osservazioni, il suo desiderio invero di tagliare la corda, beninteso perché altri impegni l'attendevano, ma pur nella fretta, le sue osservazioni illuminanti, in capo a due ore di discussione, mi hanno dischiuso un universo del tutto nuovo sulle magnifiche virtù praticate magistralmente da mia moglie.»
Si ricordo, eccome. Eccome. Il trauma inestinguibile di quella tortura infinita mi ha marchiato indelebilmente. A causa del centrino così delicato e bello e sublime, fui costretto
 a dettare e compitare in una sola discussione spaventosi tomi immaginari: Il Trattato di tombolo comparato, L'estetica del punto a giorno, La fenomenologia della catenella. San Sebastiano martire mi sia testimone del ricordo preciso, dettagliato e inestinguibile di quell'umiliazione sorda, inflittami per penitenza di tutti i miei abominevoli peccati. Sto ancora a tentar di lenire le piaghe abrase riportate da quella indimenticabile conversazione.
«Ma sa gli impegni.»
Ancora piango solo a pensare al rischio corso di finire tumulato vivo nel tombolo, io che amo la nuda terra o almeno gli aerei colombari. Anche perché dopo la teoria pura, non fu possibile evitare l’indagine meticolosa dei riflessi psicologici e sentimentali della nobile arte donnesca, onde altri agghiaccianti tomi furono delirati: Va dove ti porta il pizzo, Seta, Via con la catenella. E le mani preziose della sua cara moglie. E l’ingiustizia di giudicare arte minore quei pregevoli manufatti. E che cos'era la Gioconda a confronto dell’ultimo centrino floreale arabescato, che la perversa consorte aveva copiato da Tuttuncinetto. La vivezza delle foglioline, la fantasmagoria del rabesco, il rutilante piumaggio, la sapienza della catenella a contrappunto. E poi l’intuizione lirica del traforato, la perizia simbolica dei putti collocati in angiolesca postura di benvenuto agli angoli estremi. E le bifore e le trifore. Il verde acqua che sfumava nell’écru guarnito di nastrini violetti, anzi d’un più delicato viola pallido, anzi pallidino.
«Un violino», abbozzai disperatamente per ridere. Ma lui non se ne intese per nulla e ancor più convinto e come posseduto in uno stordimento ottuso che coglie di fronte ad una rivelazione che mondi possa aprire, ribadì serissimo: «Proprio così, è la parola giusta, ben detto, è proprio un violino.»
Cominciai a dubitare sul valore dei saggi, dei filosofi, dei santi nonché della mia stessa mente. Non la Prima, né la Seconda, né la Terza Critica avrebbe dovuto scrivere Immanuel Kant. Infatti. Quale inestimabile servizio all'umanità egli avrebbe reso se piuttosto avesse scritto una sola e semplice, benefica e definitiva Critica della Ragion Dura?
L’interesse del seccatore al telefono però non era affatto quello di celebrare l’indimenticabile simposio uncinettesco, perché tendeva a tagliar corto, contro le sue più note abitudini di rallentare ogni movimento, pertinacemente incline a fare ristagnare ogni passaggio, fino a rendere vischioso ogni contatto con il mondo esterno.
Eh no. Aveva dell’altro in mente. Solo che bisognava capire il giro lungo ed estenuante dell’approccio che la sua sadica mente aveva istintivamente prescelto, per provare a ridurre i tempi di avvicinamento ed entrare nel merito di ciò che voleva sapere, così da cavarsi il dente e poterlo congedare.
«Che strano tempo, ha notato? Pioggia, nuvole, lampi e saette. L’altra notte, mi alzo per andare a urinare e d’improvviso m’investe la folgore.»
« Il bagliore?»
«Ma sì, certo il bagliore. Che strana sensazione. Mi sembrò di non avere più palpebre. Che vita di sofferenze per quell'essere che non avesse palpebre. Costretto a vedere tutto quello che gli accade intorno, senza mai il riposo del buio e della notte. Benché, talvolta la notte sia tutt'altro che un riposo grato. Eh sì la notte è proprio inquietante, talvolta.»
Oh sì. Ma certo, ho capito. Ha fatto un brutto sogno e vuole raccontarmelo. Oh no, il sogno no, ti prego. Anche la tua balbuzie onirica, i peti incoscienti, le polluzioni di una torpida mente che già di giorno farnetica. Non sono la cloaca dei tuoi miserabili e sgangherati e sibilanti effluvi interiori. Come puoi immaginare che il mio tempo sia tanto inutile da poterlo straziare con le tue ributtanti metafore.
«Vede io non sogno mai, o forse non ricordo i miei sogni, e così dormo bene, riposo in pace.»
E quando riposerai in pace con definitivo e cosmico sollievo dell'umanità?
«Beh sì, capita a tutti: qualche volta si sogna, qualche volta non si sogna. Niente di male»
«Per niente! Caro amico lei non può nemmeno immaginare il sogno spaventoso che mi ha sconvolto l’altra notte.»
Così, dopo questo temibile esordio, quale roboante tuono che annuncia un temporale inevitabile, rotto ogni indugio, cominciò inesorabilmente il racconto torrenziale del suo spaventoso sogno dell’altra notte.
Già ateo, ma infine non del tutto indisponibile ad accettare l’esistenza di dèi minori e meno esagerati, di fronte alla letale minaccia che incombeva sul mio capo, m’indussi a coinvolgere nella più blasfema negazione di ogni verità ed esistenza tali mie residue credenze divine. Per l’ira di ritrovarmi le orecchie stracolme delle trame incongrue e dei simulacri sciocchi partoriti dal mostro all’altro capo del telefono, giunsi a concludere che se proprio qualche suina divinità fosse sopravvissuta alla mia condanna, certo era momentaneamente scappata negli intermundi elisi della boscosa regione del
Waffanculo. Il racconto, in una parola, si fa per dire, fu completato in quarantasette minuti di fitto parlare e di afflitto ascoltare.
Eccone un rapido resoconto. Era una giornata di sole a picco sulla vita e sulla morte. Non si distingueva più nulla nella canicola fiammeggiante di lingue di luce. Nel cuore di questa atmosfera sospesa e immobile il sognatore si trova perduto e immemore in un luogo sconosciuto, così, preso dallo sconforto e da un torpore invincibile, cade in un sonno profondo. «Mi addormentai senz'altro, più della paura poté l’abbraccio di Morfeo», chiosò compiaciuto. Indi poiché l’abbraccio ahimè non fu mortale, cominciò a sognare. Ora egli saliva per una ripida e solitaria stradina «con ciglioni aguzzi e ferrigni», finché come dal nulla gli si staglia innanzi «un gran tocco di femmina».
«Bella, bona. Ma proprio bona e mezza nuda». E certo sul ciglio della strada chi vuoi trovare, sesquipedale cretino, beghine che recitano il rosario?
«Altro che via agra, quella era la rampa del paradiso.» Alla semplice vista «quasi non potei più camminare», per le note difficoltà di deambulazione dei tripodi: «Che durlindana chiodata, amico!», ghignava. Dopo un'indispensabile digressione sul suo penoso difetto erettile dovuto ad iperspadismo asinino tale da costringere al suicidio qualunque rivale e finanche il quadrupede più prestante, racconta che rigonfio di tanto marmoreo bene si appropinquò alla fanciulla «desnuda». Più si avvicinava, lentamente si capisce, più gli si squadernavano le sublimi grazie muliebri della giovane venere discinta. Senza alcuna esitazione, al colmo di un’eccitazione parossistica, decise di sedurla a tutti i costi. Per attaccare bottone velocemente, allora, cambiò passo, prese l’andatura spedita e disinvolta del passante. Raggiunta la donna sul ciglio della strada, con consumata virtù di satiro sciupafemmine, dopo averle rivolto uno strabuzzato e dolcissimo sguardo assassino, le domanda: «Come ti chiami?».
Ebbene sì. Proprio così. Un approccio palesemente irresistibile, un abbordaggio degno del più rapace seduttore, l’unghiata mortale di un predatore invincibile. Pare che non siano seguite dispute teologiche particolarmente memorabili, perché subito si passò ai fatti con efferata e disinibita concretezza.
«Due globi da orbi, amico mio, ma che dico? un altare imbandito di grazie celesti. Tutta la sua via della vita divenne la pista delle mie scorribande suggenti, e le due nuvole sue errabonde, e il croco dei suoi capezzoli». Tali prolegomeni orali e salivari furono seguiti da plurime e furiose copule di una durata incerta tra qualche minuto e l’eternità, interpretate nelle più acrobatiche posture e secondo ritmi bensì alternati, ondulati, tambureggiati, a martello, ma sempre concluse secondo il tempo solenne e marziale dell’esordio della Quinta di Beethoven: «Ta ta ta taaa», puntualizzava il satiresco e orrido tenore.
«Samira fu dolce e appassionata, insaziabile e sottomessa, aprì un solco di vertigine nel mio animo. Sembrava che il suo desiderio fosse sempre ricominciato, cosi nutriva il mio desiderio che nutriva il suo desiderio che nutriva il mio desiderio».
Oh no. Samira. Come può questo mostro stuprare l’unico mio raggio di luce diurno e notturno?
Samira. Samira. Samira. Fuoco dei miei lombi, sale e miele delle mie ferite, luce e tenebra della mia vita, iridescente volto di ogni primavera.
No, Samira, no! L'orrore del tradimento mi divora. Ma poi. Poi.
«Penso agli uri e agli angeli, al segreto dei pigmenti duraturi, ai sonetti profetici, al rifugio dell'arte. E questa è la sola immortalità che tu e io possiamo condividere», mia Samira. E dunque solo l'amara benda insanguinata di Humbert Humbert, infine, ci resta.

sabato 25 gennaio 2014

Specchio delle mie trame

L’epèntesi (s.f.) è definita dal dizionario Treccani un «gioco enigmistico consistente nell’indovinare, attraverso una definizione enigmatica in versi, due parole di cui la seconda ha una lettera interna più della prima (per es. cane-carne)».
Tra i ludi enigmistici, l’Epentesi, pur non essendo affatto priva di grazia e intelligenza, è una sorta di delicata sorellina meno fortunata: ha fratelli troppo famosi e ingombranti per non restarne inevitabilmente oscurata. Infatti, non ha il mistero della Crittografia o il successo dei Rebus, l’universalità del Cruciverba o la brillantezza dell’Anagramma. In un blog di Parerga una simile Cenerentola, ahimè privata degli incantesimi della fata madrina, si trova ben a suo agio.
Delle otto epentesi che si propongono al rovello dei tre lettori, si osserva che l’Ep. 1 è anomala perché la seconda parola della soluzione aumenta di una lettera esterna; un’altra Ep. di cui non si dà il numero per non facilitare la soluzione, al secondo membro cita un verso bellissimo di Cesare Pavese. Le prime sette epentesi sono state già giocate sanguinosamente su Twitter con solutori formidabili dotati di qualità dianoetiche tracimanti. L’Ep. 7 è stata concepita come una sfida alla tremendissima solutrice Ardnas Inilozzum, preclara tra i cecchini che all'istante abbatteva senza scampo ogni volante enigma.
Ho curato che i versi definitori, ancorché ardui, fossero debitamente rigorosi e pertinenti: nel gioco a nascondere, in fondo, l’attimo più esaltante non è forse quello della scoperta? Ossia il ritrovarsi festoso tra schiamazzi di consolante sorpresa? Non avete conosciuto l’inquietudine di temere che il vostro nascondiglio fosse talmente segreto e inaccessibile da non poter essere scoperto, trasformandosi in una stupida e noiosa trappola?
È sadicamente bello far penare il compagno di gioco, sfidarne l’intelligenza, costringerlo a delirare congetture brancolanti, ma guai a scoraggiarne l’istinto a cercare.
L’enigma raggiunge la perfezione nella sua scoperta, come la potenza nell'atto, perciò, cari tre lettori, se non scoprirete le soluzioni, forse la causa è solo la rozza trama dell'enigma stesso.
Però. Non sempre. Non necessariamente.


Ep. 1

Muove battendo onde

Il corpo al gelo o al timor mi si confonde

 

Ep. 2

Dogmatico a contrappunto o letterario

Rifugio usato del bimbo e del sicario.

 

Ep. 3

Vergine è l’aere e l’acqua specchio pare

Tra estasi e amorazzi in riva al mare

 

Ep. 4

Or liete or dolenti distese a coorte

E le piante e le vigne, eran nitide e morte

 

Ep. 5

Batton et ornan acque e pur altari

Celesti e variopinte eppur volgari

 

Ep. 6

Tremendo gonfia sin dal suo profondo

Guerrier eppur amante a tuttotondo

 

Ep. 7

Val questa e quella e a caso regge nessi

Letto di tempestosi e lieti amplessi

 

Ep. 8

Turbina a catena quella più rude

Talor s'ascolta e talaltra invece illude

lunedì 20 gennaio 2014

Apriti cielo!

Venerdì 17 gennaio alle ore 18.00, al Liceo Magrini di Gemona, Sandra Muzzolini ha tenuto una lezione intitolata «Apriti cielo! Anagrammi, palindromi e altri giochi con parole tra arte, scienza e letteratura». Siccome l’ho saputo colpevolmente in ritardo, non ho potuto porgerle i doverosi auguri. Quale tardiva ricompensa plaudente, le dedico un ignobile e oscuro carme giocato sul suo titolo “Apriti cielo” di cui ogni verso è un anagramma, mentre le lettere iniziali dei versi ne formano l’acrostico, secondo lo stile di un tale Stefano che Lei di certo molto ammira.

 

Apriti Liceo!

Poteri laici,

Ripeto, laici;

Il pio citare

Ti cela i pori,

Ipocrite ali.

 

Citar poi lei:

I tropi celia,

E a colpi irti

Li recita poi:

O laceri tipi.