mercoledì 13 gennaio 2016

Le belle giornate. Quindici anagrammi illustrati

                                                                           A diconodioggi.it
                                                                           il blog più bello di ogni tempo



                                                                            Sono abbastanza lunghi ancora i pomeriggi
                                                                            Con sguardi amichevoli ti guardano passare
                                                                            Franco Fortini



Caro lettore, 
evita ogni blasfema e plavloviana associazione con Le belle bandiere
di Pier Paolo Pasolini o con Le belle querce di Franco Fortini;
Le belle giornate sono un umile giochino d'anagrammi per sfaccendati perdigiorno 
e scioperati tiratardi. Belle sono solo quelle giornate che si prestano ad anagrammi 
pervi o almeno peregrini o solo fortunati. Un gioco, nient'altro che un gioco,
prevalentemente estivo, giocato sull'hashtag #zero15 di @anno_zero15, 
con valorosissimi sodali di vasta e acutissima intelligenza linguistica 
di cui non faccio i cognomi per invidia, cioè Sandra e Antonella, Franco e Viola, 
Ale e Massimo, Albano e Francesca e Seba e Aldo e Giulia ed altri ancora, beninteso.
Del resto è ben vera e indecisa la questione del copyright degli anagrammi, 
poiché dato un numero finito di vocali e consonanti, il risultato combinatorio 
non è illimitato, sicché si può star certi che qualcuno, e talora più d’uno, 
prima o poi, trova lo stesso incastro, quando altri non l’han già trovato, 
senza contare la spocchiosa e beffarda velocità dei motori anagrammatici.
E tuttavia, quale stupefatta invidia quando dal «Venti agosto» 
Aldo Spinelli cavò un folgorante e damasceno «Tango estivo», 
costringendoci a risarcitorie e arrotolate devozioni mariagiovannee, 
o quando Sandra Muzzolini sull’estenuato faccione di Paolo Villaggio, 
il «Due agosto» spalmò «Ugo sedato», riducendo tutti i nostri sforzi 
ad una pazzesca corazzata Potëmkin, per citare solo due casi, tra i tanti, 
di brillanti combinazioni anagrammatiche. 
Pertanto, ai quindici anagrammi illustrati di queste mie belle giornate, si rivendica 
senz’altro una certa qual svergognata modestia, alla quale si è cercato di porre 
un illusorio rimedio allegando indimenticabili e preclare illustrazioni. 
Senza nessuna speranza, però, che le due incomparabili cose, 
ossia anagrammi e immagini, possano mai fare media, ahimè. 
E nondimeno, deposta ogni pretesa, ora che i pomeriggi sono brevi, 
per evitare che ci colga la mestizia, si può almeno provare a sorridere 
con questo lacunoso e saltellante calendario giocondo, 
quasi un girotondo, tra vocali e consonanti, intorno ad ore lievi.







diciannove giugno
Pensionante del Saraceni
«Negavi con indugio»








due agosto
Henri Cartier-Bresson
«Ego sudato»






undici agosto
Robert Doisneau
«Casto indugio»






tredici agosto
Gigi Petyx
«Oca? Desto tigri...»





quattordici agosto
Ruth Orkin
«Qua gioco distratto»





sedici agosto
James Joyce

«Cogito assedi»







diciannove agosto
Donatien-Alphonse-François de Sade
«Vantò genio sadico»






ventuno agosto
Arcimboldo
«Un tosto vegano»






ventidue agosto
Ugo Foscolo
«Gustò avite onde»






ventitré agosto
Gustave Courbet
«Ostentovi terga»






venticinque agosto
Alexandre Cabanel

«Sognò invitte acque»








ventinove agosto
Tiziano, Diana e Atteone
«Sogno: Atteon vive»







trentuno agosto
Gustave Courbet
«Gustarono notte»






primo settembre
Michelangelo Merisi
«Spremetti ombre»






diciotto settembre
Reyer van Blommendael, Socrate e Santippe
«Sottomette di berci»


sabato 9 gennaio 2016

Del giocare a pietre false. Esercizi

                             Annego le mie pene nella tequila,
                             ma quelle maledette hanno imparato a nuotare
                              Frida Kahlo






Doppie letture
Piacere Uma, piace reuma?
Parallele pipe do
Lapo? e sia!
O Giotto, oggi otto.
Birre?
La Germania: lager mania.
Pirlandello
Questa sera si recita: asso getto, lì o là?
Ombre o scene, poi lutto come prima, ma non è la stessa rosa.


Anagrammi
Fumanti: Canapa è panacea a Capena
Sono salda in levar = ?
Carlo Maria Cipolla = Lo acclama l'a priori
Combinazioni e nessi oscuri: Eloisa e Abelardo = Esiodo e Arabella
Palmira = Parlami


?
Maschera il tono
Che ali sormonta
Echi la mostrano
Che la stimarono
Schianto morale:
Oh rose calmanti


Versicoli
Lo zio equino
che trotta fino
all'equinozio
non teme strazio
ch'è tanto bello
far l'asinello.
Ma un destino
cinico e baro
lo fe' cadere
come un somaro,
ché gamba corta
o cruda storta
schiude al suo trotto
diuturno botto.

Un sogno da Re fannullone
Diceva bene il nonno Clodoveo
Se t'addormenti ti fanno marameo

Amata Crusca
Che l'insipiente e stolida Italietta
Riduca l'Accademia a vita grama
Prova ch'è fin nella midolla 'nfetta

Il multiforme ingegno ognor si canti
Di Robertina Vinci tarantina
Stella di gesti bianchi palpitanti

Senari psico tropi
Lontano dagli occhi
Lontano dal cuore
Son rapidi abbiocchi
Se cessa l'ardore

Lontani dagli occhi
Lontani dal cuore
Caviglie e ginocchi
Fan muti l'amore


Sto felice a poppavia
se la discussione svia




Il titolo del post è rubato da Emily in me, Poesie di Emily Dickinson scelte e tradotte da Francesca Chiusaroli, Eum, 2014.

domenica 27 dicembre 2015

Miraggi

Ritratto d'uomo di Antonello da Messina, Cefalù



























Se sogni i miei sogni meticci e sbilenchi,
perenni germogli inadatti a fiorire,
tra mille visioni che vengono e vanno
per onde sporadiche ed errabonde,
nascondi la maschera della tua riluttanza
d’opachi cristalli e crepuscoli d’oro,
ché il senso è talora soltanto una piega,
la curva imprevista di una dissonanza.

Se sogni i miei sogni, riposa nel dubbio
che un nulla alla fine è ogni cosa perfetta che esiste
e il tempo uno specchio ubriaco e malfermo,
tremante lanterna che illumina a caso
l’incerto sentiero d’un bimbo smarrito.
Nel dubbio riposa tra il dire e il tacere
se il dire oramai solo i riccioli pettina delle parole,
vuote vele e sbandate per fiato di fole.

Lontano dalla livida dismisura dell’alba
dei lieti presagi gravidi solo d’amari miraggi,
sosta in seno alla notte stellata d’inganni,
se sogni i miei sogni, e non scioglierne i nodi,
almeno per un fuggevole istante ancora,
le trame serbane e irrisolti i grovigli
nei riccioli candidi dell’illusione
di una delirante granita al limone.





* Hāfez di Shiraz (1310-1390), traduzione di Stefano Pellò e Gianroberto Scarcia
   in Ottanta canzoni, Torino, 2008, p. 19, v. 13
.



lunedì 23 novembre 2015

Increspature



Michele Rapisardi, Testa di Ofelia pazza, 1865 




























E lo sbandare tra ottusi e vani indugi,
e il vuoto a ogni gradino che discendi,
e i ciuffi di basilico ingialliti,
e l'allegria ormai sfatta dal vento
come rotto zampillo e randagio,
che via svanisce in cerca di un rifugio
o di una sitibonda increspatura,
segreto sotterfugio, radura di sfinite foglie
e di menzogne ormai d'attesa spoglie.


venerdì 20 novembre 2015

Disse Tarsi



Henri Matisse, La danse 1909















C'era un ruscello. C'era un ruscello che correva veloce. C'era un ruscello che correva veloce, pur increspandosi, talora. C'era un ruscello che correva veloce, pur increspandosi, talora, sui sassi affioranti. C'era un ruscello che correva veloce, pur increspandosi, talora, sui sassi affioranti che ne frenavano la lieve corsa. C'era un ruscello che correva veloce, pur increspandosi, talora, sui sassi affioranti che ne frenavano la lieve corsa, tra sponde di prato fiorito. C'era un ruscello che correva veloce, pur increspandosi, talora, sui sassi affioranti che ne frenavano la lieve corsa, tra sponde di prato fiorito, dove brucava un cervo. C'era un ruscello che correva veloce, pur increspandosi, talora, sui sassi affioranti che ne frenavano la lieve corsa, tra sponde di prato fiorito, dove brucava un cervo indolente e assetato. C'era un ruscello che correva veloce, pur increspandosi, talora, sui sassi affioranti che ne frenavano la lieve corsa, tra sponde di prato fiorito, dove brucava un cervo indolente e assetato; ma pur increspandosi talora, correva veloce il ruscello.





sabato 31 ottobre 2015

Il bello di Roma

Venere callipigia, Museo Archeologico Nazionale, Napoli


























Un giovin scrittore, già battezzato tra i pochissimi eredi del canone delle patrie lettere dal decano della critica italiana, confessa di aver imparato «a far vedere non solo quello che mi gratifica presso gli altri, come l'intelligenza e l'ironia, ma anche l'idiozia e la menzogna. Come Malaparte, Céline, De Sade. Di una scultura c'è sempre il dietro. Della statua di una dea c'è anche il culo. E spesso l'artista ha avuto cura di farlo venir bene, un po' sporgente».
Dei personali apprendimenti dell'illustre scrittore non cale ad alcuno, essendo del resto sottratti a valutazioni arbitrarie; solleciterebbe di contro pruriginose curiosità la questione ontologica, per altro indecisa, circa l'esistenza del culo della dea. Ci esime, nondimeno, da qualunque gravame di approfondimento anselmiano, la circostanza che l'affermazione non si riferisce già a eventuali dispute metafisiche sul deretano divino, quanto piuttosto alle umane rappresentazioni statuarie di esso culo. Tema, per dir così, di vasto e debordante interesse artistico, d'altronde, a tal segno che menarne vanto d'inusitata scoperta sfiderebbe la più stolta ovvietà, alla stregua di chi d'incanto, percorrendo via del Lavatore fino all'angolo di via di S. Vincenzo, innanzi allo splendido monumento che troneggia nell'antistante piazza Trevi, pretendesse d'avere scoperto la celeberrima fontana.
Non sarebbe, forse, appena più intrigante interrogarsi sulla perniciosa e mutilante ossessione del nostro tempo per codesta callipigia sporgenza? Dacché, con ogni evidenza, «c'è anche il culo», ma vivaddio, non c'è solo il culo, con rispetto parlando.


*Bello di Roma: Propr. il Colosseo, storpiato in Culiseo.
Valter Boggione - Giovanni Casalegno, Dizionario storico del lessico erotico italiano, Milano, 1996.

martedì 20 ottobre 2015

Senza titolo

Gustav Klimt - Ritratto di Sonja Knips, 1889

























per sempre giovani e felici
fragranti d'oscure malie,
irresistibili ed audaci
furtivi fiori e spensierati
complici agguati,
perdutamente amati,
sono i peccati



sabato 17 ottobre 2015

Recondite armonie. Esercizi

                         Il singolare nel plurale: amiamo, ami amo.
                                                              Anacleto Bendazzi


Nudo – Osvaldo Licini, 1925


















Facezie

Neologissimi
Palombaro: Piccione ingannatore
Ventaglio: Mortifera esalazione che si sprigiona dopo l'ingestione di spicchiati bulbi dell'Allium sativum
Alitosi: barbiere angelico
Slowacca: soprannome dell'ottava lettera dell'alfabeto che ne designa l'infingarda neghittosità

Tmesi
Del tacco a spillo: fa natica
Perorano per Orano? Per ora no.

Contrepèterie: La biga folle
  
Flambè
Monna Lisa del Giocondo
al marito furibondo
delirava in dormiveglia:
O mio leon ardo!


Anagrammi

Mi rado prono = Romano Prodi
Apologo: o grati inni = Giorgio Napolitano
Strema alligatore = Sergio Mattarella
Piagnolìo = Gino Paoli
Ferente anelar = Elena Ferrante
Unirà lira = Nuria Rial
Vali al di là = Alida Valli
Reggeva tonanti possibilità = Giovanni Battista Pergolesi
Ah tramai = Mata Hari
Osvaldo Licini
- Vi dono scialli da un Sadico villino
- Il caldo visino o Scaldi l'ovino? rispose @caro_viola
- Sappi che per quei due anagrammi Vincolai soldi


Malumori di versi

Attenti ai gorilla!
Il Gasparri e il buon Salvini
camminavano a braccetto,
quando un branco di gorilla
li sorprese in un vialetto;
la decenza ora c'impone
una drastica omissione,
ma fu quel rubato amore
che li avvolse nel livore?



mercoledì 7 ottobre 2015

Délire de lire. Esercizi


























Anagrammi
La caravaggesca Maddalena in estasi = Alma de' sensi andati
La schnitzleriana Traumnovelle:
Doppio sogno = S'odi oppongo, Dio pospongo,  O sogno doppi?
Traumnovelle = un vel mortale di @asbrilli
Il razzista con le felpe di cui mi sfugge il nome = molesta in vita

Il senso dei nomi
Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni ricca famiglia è invece disgraziata a modo suo:
La matriarca ereditiera: Ida Nari
Il marito: Lindo Lenza
L'amante infedele del marito dell'ereditiera: Luisa Peva
La cugina rivale dell'ereditiera: Manon Fasconti di @atrapurpurea
Le altre cugine: Lara Pino e Lena Lotto
I parenti poveri: Agazio Decan e Loretta Dinoia
La guardia del corpo: Vitalìano Darrè

O Toti o suerte
Vinciamo la noia
Con Toti Scialoja:
Scriviam filastrocche
Balzane e farlocche?

Il sogno orwelliano
Di ogni renziano
È far giochi loschi
Con Elena Boschi

Il sogno diverso
Di chi cambia verso
Veder la Madia
Guarir l'abulia

Renzinetti e renzinette
Mezze e garrule calzette
Ora sbavan come cani
Spudorati sagrestani

Facezie
Neologissimo. Vescòvo: detective trasteverino
Ritorsioni freudiane: Es pulsioni
Leviatano panormita: Homo homini pupus
Délire de lire est sagesse di @Pauline69006

                      Niente Malevič



lunedì 5 ottobre 2015

I gelsomini e le rose

Ferro 3 - La casa vuota di Kim Ki-Duk






















Lì fuori non infuriava la mortifera pestilenza, bensì qualcosa di molto simigliante e ahimè parimenti dannoso, sicché desiderando in letizia festeggiare Franco, il sei ottobre duemilaquindici, verso sera, le persone a lui care, in segreto cenacolo, si volle «ragunare a ragionare insieme» di poesie e passioni ed altre cose a tal segno vacue e disutili da parere, invero, affatto necessarie.

Camillo Sbarbaro nella prima poesia dei Versi a Dina, dopo il mirabile incipit La trama delle lucciole ricordi, dipana versi di limpida bellezza sul senso di perdita che incombe perfino sulle cose più preziose, la cui memoria è sempre sul punto di sbiadire nell'oblio.
E se il ricordare è rifugio precario e fragile riparo, occorre dire la causa di tale dissipazione inevitabile, senza arretrare o piegare le ginocchia o fingere vani giri d'insipiente retorica. Ma egli non si sottrae: disossa i versi usando quasi solo monosillabi e bisillabi, affinché suoni e accenti siano fusi in un ritmo inestricabile, e dà la sua risposta:
Oh come poca cosa quel che fu
da quello che non fu divide!
                                             Meno
che la scia della nave acqua da acqua.
Queste poche sillabe, come capita di frequente in Sbarbaro, pur nella vertigine di senso che dischiudono, sono pronunciate sottovoce e quasi bisbigliando nella luce radente di un sommesso occaso. Del resto, esse sfidano il non detto, creando una forma, certo appena una forma, all'indeterminatezza del male di vivere. I toni del rimpianto e il labile confine tra esistenza e assenza, tuttavia, sono gravidi di echi simbolici, molteplici e struggenti. In particolare, questi altri versi della stessa poesia accendono la ridda delle affinità e dei nessi ulteriori:
Estrema delusione degli amanti!
invano mescolarono le vite
s'anche il bene superstite, i ricordi,
son mani che non giungono a toccarsi.

Ma quelle mani che non giungono a toccarsi, sono il rimpianto di labbra assenti o di altre felicità intraviste, o quei baci che non si è osato dare, o il ricordo della compagna di viaggio, i suoi occhi il più bel paesaggio, per sempre perduta senza averle sfiorato la mano.

Sono i versi de Le passanti che per la prima volta ascoltammo storditi dalla voce di Fabrizio De Andrè. Poi scoprimmo che Faber li aveva ripresi meravigliosamente da Georges Brassens. Ma quel testo, in realtà, pur grato alla musica di Brassens, era già compiuto in sé, sia formalmente sia simbolicamente, e infatti era una poesia scritta nel 1911 da Antoine Pol, giunta fino a noi solo per un singolare e avventuroso caso.

Antoine Pol (23 agosto 1888 - 21 giugno 1971) poeta dilettante, sconosciuto più che dimenticato, era prossimo a trascorrere dall'anonimato nell'oblio, quando nel 1944 un ventenne bohémien squattrinato, Georges Brassens, per qualche spicciolo comprò da un bouquiniste, al mercato delle pulci di Porte de Vanves di Parigi, un vecchio libretto di poesie, stampato nel 1918 in 110 copie, dal titolo ingenuo e tronfio, Émotions poétiques di Antoine Pol, per l'appunto. Certo Brassens l'avrà sfogliato incuriosito e dubbioso se quel libriccino valesse i due franchi della sua cena; fortunatamente giunse a leggervi Les passantes, rimanendone folgorato, così come è accaduto poi a tanti altri, sicché decise di comprarlo, sacrificando forse la cena, ma del resto strappandolo definitivamente al vorace appetito dei topi di Parigi.

Già era un mistero ch'esso fosse sopravvissuto per più di vent'anni, abbandonato tra cantine e bancarelle, ignorato da tutti, tanto più curioso se si considera l'esigua tiratura delle 110 copie. Né il rischio del macero, né l'umidità della Senna, né l'indifferenza, tuttavia, erano bastati a cancellarlo del tutto dalla faccia della terra. Per questa via accidentata e casuale, dunque, giunsero a noi Les passantes, dopo un'ulteriore attesa di circa trent'anni invero, poiché Brassens si decise a inciderne la canzone nel 1972, mentre del 1974 è la versione di De André. Di lì in poi, il rimpianto delle occasioni mancate ha trovato nei versi de Les passantes la sua forma esemplare, fissando nella sublime contingenza di situazioni comuni, il desiderio che si accartoccia nella rinuncia della prudenza insensata o dell'indifferenza colpevole.

Il successo della poesia è chiaramente dovuto alla circostanza di essere diventata una canzone, raggiungendo così il più vasto pubblico. Ciò potrebbe autorizzare, a ben guardare, un'accigliata schifiltosità critica: in fondo, valori simbolici tanto democratici da divenir popolari, destano il lecito sospetto aristocratico ch'essi siano, se non dozzinali e volgari, almeno inclini ad un corrivo e facile bozzettismo. Che dire? Può darsi. Salvo che le immagini e le situazioni narrate dalla poesia di Pol, sembrano nondimeno accarezzate dall'ala d'una abbagliante grazia, che come il lampo montaliano «candisce / alberi e muri e li sorprende in quella / eternità d'istante» (La bufera). Ecco perché esse s'imprimono come stampi sulla cera delle comuni perdute passioni. E celles qu'on connaît à peine, qu'on ne retrouve jamais, e la compagne de voyage, dont les yeux, charmant paysage; o quelle che Vous ont, inutile folie, Laissé voir la mélancolie, o le Espérances d'un jour déçues, rivivono ad ogni ascolto nella delusa dolcezza di tutti e nella tristezza appassionata di ciascuno per le labbra assenti che non si è osato sfiorare.

Certamente, Antoine Pol resterà per sempre un poeta minore, ma in quel fatale giorno del 1911, ben ispirato dal Baudelaire del fiore del male XCIII, egli fu senz'altro visitato da una grande visione poetica che gli dettò i memorabili versi de Les passantes, i quali non cessano ancora di stupirci e commuoverci, ridestando il corrosivo dubbio in versi, anzi in versicoli, del Controcaproni, che Giorgio Caproni aveva concepito pensando proprio a Sbarbaro e a certi suoi (frettolosi) collocatori:

Dubbio a posteriori:
i veri grandi poeti
sono i «poeti minori»?

Di là dai dubbi, tuttavia, da Sbarbaro a Le passanti, si coglie un  filo che tiene nella stessa obliqua luce la nostalgia di quel che fu e il rimpianto di quel che non fu, in una comune tensione di presenza e assenza che si conferma quale luogo deputato della materia poetica, quando in essa divampa il desiderio. Nella sua incompiutezza costitutiva, infatti, il desiderio è sempre irrimediabilmente perduto, sia che si corrompa nel piacere, che realizzandolo lo tradisce, sia che resti nella crisalide d'un possibile mai divenuto.

Giunti però a questa pericolosissima soglia è necessario che le mie banali ciance cessino, in attesa che ben altri ingegni possano dirne con più competente scienza e con più alta coscienza, al cospetto di queste povere e polverose glosse, utili solamente come puerile pretesto per rileggere amati versi nel giorno di Franco, con gli amici insieme.

Salvo porre a sigillo, da ultimo, ma ben lungi da qualunque pretesa di conferma o smentita, le più potenti parole mai dette sul desiderio che dobbiamo al demone greco di Costantino Kavafis, nell'insuperabile traduzione di Filippo Maria Pontani:

Brame
Corpi belli di morti, che vecchiezza non colse:
li chiusero, con lacrime, in mausolei preziosi,
con gelsomini ai piedi e al capo rose.
Tali sono le brame che trascorsero
inadempiute, senza voluttuose
notti, senza mattini luminosi.
  
Qui i collegamenti per testi e testimonianze