domenica 10 novembre 2013

ConFermo è Lucia!

Caos-chiasmo di sposi promessi


ConFermo è Lucia!
«Quel ramo tra due seni, che a Como a mezzogiorno volge tutto a non interrotte catene di monti e di golfi del lago».

I promessi sposi
«Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi».

domenica 27 ottobre 2013

Il punto d’onore

(Frammento)

Un attaccapanni all'angolo della stanza, con aguzze punte rivolte verso l'alto, spoglio come un albero in autunno, prossimo ad un mobile basso che corre lungo tutta la parete verso l'angolo opposto privo invece d'ingombri. La parete di fianco sventrata da una finestra verdeggiante, soffocata di rami e foglie, perfettamente celata come neppure il pertugio mimetico di un cecchino. Dentro i confini della sua verzicante macchia di luce, un'arresa scrivania in compagnia di una vetusta sedia girevole e con le rotelle, che ai suoi bei dì dovette insuperbire il suo assiso titolare, il quale pur di girarsi e gironzolare come un paraplegico, non avvertiva nemmeno l'appiattente martirio gluteare ed il tormento lombare, provocati dal solenne trono in similpelle, ultimo modello, alla faccia degli invidiosi colleghi. Sull'angolo destro il computer declinante senza tregua un originale standby in carattere greco antico, «ho ben fatto il classico, io!», ed un altro ripiano stretto e lungo a ridosso del muro sulla sinistra, dietro il trono.

Questa ricca dote, bensì accattata di qua e di là, ornava l'arca del quotidiano viaggio dalle ottoetrenta alle diciassette, salvo diverse timbrature, per scampare alla fame e ai debiti.
Ora, in un simile lussureggiante giardino, davvero soltanto un animo intirizzito dall'ignavia o piuttosto afflitto da una perniciosa e nativa infecondità sarebbe potuto rimanere insensibile al richiamo delle muse, sottraendosi al dovere d'evacuare copiosamente gemme poetiche, voli d'ingegno, tuffi mistici con ghirigori e arabeschi e acrobazie letterarie d'ogni tipo.
Si capisce, tale slancio fabulatorio avrebbe potuto prendere l’abbrivio solo nei rigeneranti intermezzi di lettere con protocollo e oggetto, deliberazioni in procedura d'urgenza rivolte, s'intende, a promuovere l'interesse generale, nonché a rimuovere quel che osta, al fine e ai sensi e con i cordiali saluti, addì, e da ultimo l'indispensabile, in calce, firma del dirigente. L'apposizione di timbri d'utilità imperscrutabile, nonché l'indicazione dei nomi e titoli rispettivamente del Responsabile e del Trattatore della pratica, avrebbero condotto a termine la fatica e di bel nuovo dischiuso l'animo al bello al buono e al vero. E di lì cascate ripullulanti di preziose escogitazioni poetiche.
Salvo ricevere ulteriori istruzioni, si capisce urgentissime, circa l'inderogabile necessità, per conformità, in ordine ad una colpevolmente trascurata regolarità, di aggiungere timbro tondo accanto al timbro lineare, ché il timbro rettangolare invero esonera dal tondo, ma giammai quello lineare. Senza che poi ciò abbia a destare stupore alcuno, dacché le carte di particolare rilievo devono recare sigilli di molteplice geometria, sbavanti inchiostro setacciato, così da ridurre bensì le suddette carte come la sputacchiera di un abominevole catarroso, ma, d'altronde, elevate infine alla più incontrovertibile legalità.
Se il senso del bello può ben tollerare interruzioni, essendo d'altronde per definizione intermittente, forse si potrebbe temere, in simili circostanze, una qualche sgualcitura dei testimoni eterni. Solo a patto però di congetturare, per mera ignoranza, che un Trattatore di pratiche nell'esercizio delle sue funzioni, tenga alla precisione delle sue opere in una misura diversa che all'onorabilità della propria stessa madre. Ma tale congettura, ovviamente, è del tutto inverosimile, anzi assurda.
Infatti, all'uopo, pardon, in proposito, si racconta di un celeberrimo Trattatore di pratiche che apostrofato con durezza dal suo caposervizio per aver fatto eccessivo uso di virgole, in violazione dei provvedimenti restrittivi imposti dal dissesto burocratico incombente, trovò il coraggio di replicare, vincendo con uno sforzo sovrumano la sua naturale e trepida remissività.
«La prego dottore di denunciare piuttosto l'incertezza della mia paternità. Insinui senz'altro che mia madre abbia condotto una vita leggera e dissoluta, degna della più severa rampogna morale. Dica pure che la mia mammina amata adescava uomini agli angoli delle strade per condurli in un ben noto paradiso, dove i malcapitati erano costretti a urlare follemente di piacere, per la misericordia delle sue esperte e genuflesse preci labiali. Non indugi, in aggiunta, ad attribuire alla mia povera madre permanenti inclinazioni alla sodomia più efferata attuata con ogni mezzo.
Se vuole si spinga a proclamare che io stesso, novello seguace di Alcibiade, in disprezzo del mio sesso e contro natura, abbia ereditato degnamente tutte le suddette perversioni materne. Non esiti neppure ad accusare che pur di perpetrare ad ogni costo tale cumulo di nequizie, mi accompagnerei perfino agli zampettanti migliori amici dell'uomo: ché la sodomia porta con sé inevitabilmente la zoofilia, salvo che nel mio caso si tratterebbe d’irriferibile zoofilia passiva. 
Mi dorrei per queste ingiuste e infamanti invettive. La rosseggiante e recente ferita per la perdita della mia cara mamma tornerebbe a divampare come l'incendio di Troia. Qualche colpo subirebbe parimenti la mia autostima di eterosessuale incorruttibile e di amatore di apprezzata virtù e conclamata generosità. Poiché in verità nemmeno col lanternino sarebbe possibile trovare una sola delle donne che hanno avuto l'avventura di partecipare ad un furioso e indimenticabile congresso carnale da me officiato, non dico insoddisfatta, ma che si sia ancora riscossa dallo stupore e dall'estasi.
Tutto ciò, per quanto grave e lesivo del mio onore personale, io l'accetterei, sono uomo di mondo, veh. Ma non potrei, non posso, non potrò mai tollerare che la minima ombra del più lieve sospetto sfiori la mia reputazione d'integerrimo Trattatore di pratiche.
Come ha potuto, senza tema che le ridondasse a perenne vergogna, solamente immaginare di poter censurare le mie irreprensibili scelte d'interpunzione? Non avrebbe dovuto neppure osare. Eserciti piuttosto la sua vigilanza e censura sulle interpunzonature apocrife della frequentatissima cavità pubica di quella troia di sua moglie.»
Il caposervizio basito e confuso e sconvolto trattenne la stizza, pensando ai guai sindacali, sicché si limitò a bofonchiare rassicurazioni di risarcimento per congedarsi al più presto. Ma il Trattatore bloccata l'unica via di fuga dell’odioso superiore, riprese la battaglia ché giustizia non era ancora fatta.
«Certo lei potrebbe credere che io trascenda nel cattivo gusto con allusioni ineleganti e sgradevoli, ma soprattutto approssimative. Voglio al contrario disilluderla, poiché mentre sono note e acclarate ed empiricamente accertate le interpunzonature di cui sopra, che lei ipocritamente fa finta d’ignorare, sulla quantità delle mie virgole, al contrario, lei esprime inconsistenti e labilissime opinioni, prive di ogni fondamento. Le norme e le forme dell'interpunzione da me certosinamente applicate, appartengono ad una scienza certa e consolidata e indubitabile, altro che le sue capricciose opinioni, scienza da me coltivata in lunghi anni di entusiasmante studio, approfondimento ed esercizio. Senza nutrire la minima vergogna per la sua crassa e belante ignoranza, è giunto dunque alla temerarietà di non astenersi dall'esprimere questi giudizi totalmente gratuiti, anzi raglianti, su una mia pratica. Ma bravo! Ma bravo. Come se la scienza permettesse i suoi punti di vista arbitrari e soggettivi. Le sfugge del tutto che l'interpunzione è cosa della massima importanza, fonte della significanza di ogni testo, madre di ogni ben formato costrutto o perifrasi o proposizione, custode demiurgica del perfetto enunciato. Quale differenza se scrivo "La moglie del caposervizio è una bella donna...", oppure "La moglie del caposervizio è una bella donna". Nel secondo caso formulo irrefragabilmente un complimento, nel primo, invece, con la semplice e banale aggiunta di due piccolissimi puntini, due insignificanti cacatine di mosca, si spalanca una voragine di incertezza etica sulla sua degna consorte.
Ebbene, la pratica da cui ha osato trarre indebito spunto per la sua squallida censura, sappia, l'ho sottoposta a ben trentasette - dico - trentasette revisioni. Che fa? Adesso inarca il sopracciglio? Vorrebbe forse fare dell'umorismo da usciere? Trentasette revisioni le sembrano troppe? Che siamo pagati per fare in fretta? Che il tempo è denaro? Per nulla, il tempo è ben più importante del denaro, la smetta con questi frusti luoghi comuni. D'altronde perfino un'aquila come lei può intuire che la perfezione non ha prezzo. Di più, nemmeno in capo a settantaquattro revisioni altri, e non faccio nomi perché exempla sunt odiosa, altri, dicevo, avrebbe saputo raggiungere il vertice di ritmica purezza e precisione semantica della mia pratica in oggetto.»
Il caposervizio vinto e sfinito, provò ora disperatamente a scappare con più ferma risoluzione. Pur di riguadagnare il suo ufficio avrebbe riconosciuto volentieri l’adulterio della consorte chiedendone la condanna con rito sommario perfino di fronte ad un tribunale ecclesiastico. Ma a ben altro ancora si sarebbe piegato. Avrebbe senz'altro proclamato ai quattro venti l'adamantina santità della povera madre del Trattatore. Patrocinato ardentemente presso sua santità il pontefice la causa di beatificazione per i meriti e i crismi palesi della pia donna. Inoltre con genuina contrizione avrebbe riconosciuto che il figlio della santa era un satiro, anzi un fior di scopatore d'inconcussa reputazione virile, ch'egli medesimo al contrario era un impotente. Si sarebbe infine piegato, per suprema ricompensa, a candidare il dipendente, tanto misconosciuto quanto ardente seguace di Priapo, a tutti i premi di produzione degli anni a venire, fino alla pensione.
Ma il Trattatore spietato, con torrenziale e tracimante eloquio proseguiva la sua indignata arringa, divenuta ora implacabile requisitoria, che mulinava argomenti ancor più stringenti e contundenti, incatenati a gragnuola come nella terrificante sequenza di un bombardamento a tappeto, tale da radere ogni postazione nemica al suolo.
Dal suolo raccolsero il caposervizio esanime, all'alba dei settantanove minuti della vibrante filippica del Trattatore. Un colpo apoplettico. Che tutti si affrettarono ad imputare al duro lavoro. Ipocritamente.

lunedì 16 settembre 2013

Il sogno delle nuvole e il croco

Andante appassionato e tenero con espressione

(Frammento)     

La luce dilagante del meriggio rovente ghermiva ogni cosa, la strada le case la campagna restavano immote e intimidite, sul punto di perdere la loro povera identità, appena costituita di profili incerti.
Il devastante bagliore, infatti, impossessandosi d'ogni forma disponibile, rendeva tutto magmatico e fluttuante e instabile. Come un barbaro sterminatore nulla risparmia nel suo tremendo e rapace passaggio, così quel meriggio divampava fermo e implacabile, recando una vertigine accecante che afferrava tutto in un tremito di sfinimento fino a dissolvere il paesaggio in una vana fuga di linee incerte e mobili.
In un mondo infine arreso e indistinto, la luce celebrava il suo abbacinante trionfo, tanto prossimo alla morte, salvo un brutale palpito di vigore, ignoto al baratro della notte.
E in quella luce, in quella notte, tra mille visioni che vengono e vanno, lungo una spirale estenuata appesa al pendolo inerte del delirio di quella notte, di quella luce, l’apparente tramonto nel sogno è l’unica salvezza tra la fuga e l'oblio.
Dov'era in quell'istante il fiore di roccia che aveva inebriato la sua vita? Perché. Perché. Un'impervia strada rotta e contorta e polverosa con ciglioni aguzzi e ferrigni, e dai sassi inariditi, prima promana un profumo fragrante di luna, poi si leva un cerchio di voluttà irresistibile che perde nella meraviglia lo sguardo.
E la gioia ignota di affondare le proprie dita in quella carne, lungo quei fianchi levigati e rapidi, e poi naufragare nel turgore del suo morbido seno, fertile delta di una nostalgia indefinibile. Una caduta trattenuta e rapinosa in un mare tempestoso e accogliente.
Poi il fremito del tiepido ventre come pioggia primaverile e selvaggia, scroscio improvviso che esalta il cielo limpido e la terra calda di fiori e profumi, allegri e sensuali.
Quella carne. Quella pelle. Quel rapimento che dischiude il vuoto. Soglia attraente del nulla. Precipizio felice che nel vortice della caduta disvela, appena per un istante, il ristoro del precipitare nel vento, la gioia del disfacimento dei cardini, la sublime bellezza della morte.
Così in quell'indifferenza inesplicabile che coglie sulla soglia di ogni vicenda estrema, esitano le passioni in attesa di compiersi tra i nervi e la carne, nell'interludio obliquo dove il fato non ha ancora sciolto i suoi enigmi, come un bambino prima che i dadi abbiano finito la loro breve e macilenta corsa.
Ah toccarti, baciarti, possederti, i seni sfiorarti, leccarti le cosce e suggerne serica ambra. Nei fremiti della tua valle dischiusa cercare il sentiero, dopo avere indugiato contro l'incavo del ventre, valicando di venere il monte e l'aspra vetta e vellutata, fino a sentire le labbra rugiadose, di cupidigia indurirsi. Poi i tuoi lombi con veloce vigore tendersi contro i miei fianchi nell'abbraccio avido e furente dell'onda spumeggiante del tuo corpo.
E scuotere di rosa una cascata di petali sopra la pelle divenuta un tappeto di nervi percorsa di lampi e sussulti, del tuo desiderio e delle mie mani, delle tue mani e del mio desiderio.
Con le mie mani che strappano l'ultimo lembo di nulla tra i corpi, con le tue mani che l'ultimo gemito d'una resistenza sfinita, nelle dita trattengono; prima del fiore di luce e tenerezza che ci invade nel soffocato brivido dell'urto dei corpi che le sensazioni reciproche infrange e confonde in un solo torrente di velate visioni e brumose e marine, gravide di attesa e di oblio come l'aurora.
Urtano i corpi in un volo di farfalla rincorso interrotto randagio, che fugge verso l'interminato orizzonte, come avventura che ignora il suo scopo, in una tenzone che sa che la lotta è palio più alto della insulsa vittoria. Negli intervalli poi bere al croco delle nuvole tue errabonde, e del tuo collo solcare di rosso il niveo albore, cogliendo coi baci le schegge variopinte del tuo desiderio che nutre il mio desiderio, che nutre il tuo desiderio che nutre il mio desiderio.

sabato 14 settembre 2013

14 settembre


All'opera preclara e preziosa di @diconodioggi

Anne e Béatrice Breidel, figlie del muratore belga François Breidel e di Elizabeth de Beaumont, nipoti di Fernand de Beaumont, archeologo suicida, e di Véra Orlova, cantante lirica allieva di Schönberg.
Véra della figlia Elizabeth fuggita non aveva avuto più notizie, fino al giorno in cui venne a sapere contemporaneamente della sua vita e della sua morte.

«Lunedì 14 settembre [1959] una vicina, udendo dei pianti, cercò di entrare nella casa. Non riuscendoci, andò a chiamare la guardia campestre. Cominciarono a chiamare, senza ottenere altra risposta che gli strilli sempre più acuti delle piccole, poi, aiutati da altri abitanti del villaggio, sfondarono la porta della cucina, si precipitarono verso la camera dei genitori, e li scoprirono, sdraiati, nudi, sul loro letto, con la gola tagliata, in un mare di sangue. Vera Beaumont ne fu informata la sera stessa. Il suo urlo rimbombò in tutto lo stabile. L’indomani mattina, viaggiando tutta la notte nell’auto guidata da Kléber, l’autista di Bartlebooth il quale, avvertito dalla portinaia, si era messo spontaneamente a sua disposizione, arrivò a Chaumont-Porcien per ripartirne quasi subito con le due bambine.»

Georges Perec, La vita istruzioni per l’uso, Ed. Bur Rizzoli, p. 28

martedì 30 luglio 2013

Le ceneri corsare

Prefatio

Da appena qualche ora è terminato il progetto denominato #Corsari, ideato e promosso da Paolo Costa (@paolocosta), Hassan Bogdan Pautàs (@TorinoAnni10) e Pierluigi Vaccaneo (@piervaccaneo), consistente nella riscrittura su Twitter del testo di Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari, Milano, Garzanti, 1975. Ogni articolo del testo di Pasolini aveva un portavoce o Corsaro che prendeva il comando della ciurma alla mezzanotte, dopo il segnale orario fatidico scoccato da un tweet di Hassan Bogdan Pautàs.
Ho creduto ignobilmente di partecipare alla corsa con una terzina di benvenuto al corsaro che di volta in volta saliva sulla tolda. Ora, tali terzine, scritte per esser lette isolatamente, rilette in sequenza mi pare che restituiscano, non già la sensazione di un giornale di bordo o di un album di famiglia, quanto piuttosto l’effetto straniante di un flip-book, ossia quei blocchetti per bimbetti che fatti scorrere velocemente col dito riproducono la sequenza di un movimento, come il taccuino di Hugo Cabret, insomma. Ma un flip-book bambinesco è trastullo delizioso, perché non condividerlo con i miei tre lettori?
Giusto per darmi delle arie, nelle righe seguenti aggiungo una rapida nota ai testi, trascurabile e improvvidamente didascalica, giustificata solo dall’odore ludico del retrobottega dove ho raccolto i brani, gli arnesi, le frattaglie e le pinzillacchere poi ordinati in metro e rima. Ecco, dunque.
L’esordio per Atrapurpurea, invocata nostra corsara, imponeva vette altissime, pertanto la scelta del più bel verso crinito di Petrarca era obbligata. L’estenuato petrarchismo aveva però generato “Chiome d’argento fino, irte e attorte”, forse l’episodio più straordinario di parodia burlesca della letteratura italiana, grazie al diabolico genio oulipista ante litteram di Francesco Berni, sicché s’imponeva un controcanto ironico alla maniera bernesca.
La Luna che inargenta è volgare furto a Casta diva, mentre Blutrasparente si prestava a pervio dattilico senz’altro.
Per Francesca Chiusaroli un’anafora in trompe-l'œil mi pareva gioco acconcio alle sue sapienti #scritturebrevi. Mentre con Ladyrediviva, ancorché d’incipit leopardiano, l’ottonario suonava dolce e divertente, ipèrmetro al secondo verso per la voglia di citarla. Quale soddisfazione conficcare Exlibris in un endecasillabo, quale che fosse a maiore o a minore.
Comemusica suscitava la sfida di trovare il modo di combinare nelle trentatré sillabe le sette note, in parole compiute e non fruste. I corsari del 16 e 17 si giocavano con le rispettive bio provvidenziali. Per Cetta la sua prediletta parola Ordunque fu bagno di sangue, ché gli accenti non volevano sentirne di generare un ritmo lecito. Al 21 di Ketty un incidente diplomatico: scappa il verso forse più riuscito: «Quai sistri di sospiri e rari estri», ma arriva la vibrata protesta dell’Associazione Rotacisti Anonimi, che lamenta un abuso di erre politicamente scorretto. Ad Antonio Prenna chiedo la grazia di alleggerire i toni che s’eran fatti cupi ed estremi. Poi però tocca a Fanny, poetessa appassionata, che mi dà pensieri. Come stupirla? Infine Eusebio mi soccorre. Cupidigie e brividi, dell’amatissimo Camillo Sbarbaro montaliano, era abbrivio idoneo per un climax culminante ne l’abènto sublime tolto dalla Rosa fresca e aulentissima di Cielo d’Alcamo. Ma il risultato rompeva l’ABA canonico per un ABB eterodosso, ne valeva la pena? Mi son mandato a quel paese ed ho tirato dritto, alla volta di Clara, ma qui bisognava solo appendere le lucciole nel quadro. L’ultima terzina non reca numero perché era stata concepita per un mio corsaro immaginario. Ossia, mi ero convinto d’averne letto il nome nell’elenco dei corsari, scoprendo la fallacia a cose fatte. Un blog di parerga combina errori e sparge inezie, sicché è doveroso pubblicarla, proteggendone l’anonimato, si capisce.
I corsari non interzati, son certo che saranno lieti d’essere sfuggiti alle mie indegne rime, non s’illudano tuttavia di godere d’una mia minore stima, anzi si sappia che li ho risparmiati solo perché il tempo mi è mancato.

La numerazione delle terzine segue quella degli articoli del testo di Pasolini

Le ceneri corsare


1 Alla maniera petrarchesca Purpurea.
Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
Che ‘n mille dolci nodi gli avvolgea,
ma tosto fur di cenere cosparsi.

1 Atra maniera bernesca
Chiome corvine e fluenti, irte e attorte
senz’arte intorno a un bel viso d’oro;
vi si celavan sol menti contorte.

2
Casta Luna che inargenti l’onde,
La corsa porti falene e bottino,
Storie e mistero e parole profonde.

3
Blu trasparente sia l’onda fremente,
Corra ‘l tuo legno l’incognita rotta,
Nella carezza dell’Orsa splendente.

4
Claudia fa rotta ardua e perigliosa:
Sprezza ogni tema e fida nei tuoi lumi,
Guida la ciurma a meta vittoriosa.

7
Salpa Francesca per lido corsaro,
Sa lei dell'onde l'azzurro mistero,
Sa delle stelle il segreto più raro.

12
Passata è la tempesta
Ledyrediviva è ancor desta
e pur noi per farle festa.

14
ExLibris va per mar in gran pavese,
Quale corsar sagace e coraggioso:
Reggi nostr'alme vaghe e pur sospese.

15
Per Comemusica l'onde son note:
"Là Si DoMi quel flutto ch'è deriva,
Sol FaRe rotta s'ha per sponde ignote"

16
Va di bolina per carezzar le onde
Corsar che dell’onor ebbe l’insegna.
Faremo rotte vaghe et errabonde?

17
Con Ale solcherem acque dolenti
Per l’odio vile e pur lordo di sangue
Ma Todo cambia coi veloci venti

19
Ordunque s'alzi di Cetta la vela
Folgore, zolfo e tempesta l'attende
Mare bollente da araba tela

19 Pentiti, donna, pentiti!
Quant'è bella gravidezza,
Che ti spetta tuttavia!
Chi vuol esser lieta, sia:
Del coir non v'è certezza.

20
Si librano sull’onde di parole,
Ché mar del Sacer han da navigare,
Tesa la randa, rotta verso 'l sole.

21
Son quei di Ketty gli alberi maestri,
Ch'ai venti ruban melodiose note,
Quai sistri di sospiri e rari estri.

22
Sol una prece fo ad Antonio Prenna,
Ch'è uomo chiaro e con uso di mondo:
Ventila d'ironia questa Geenna

23
Oh Fanny che del mar l’anima ascolti:
Brividi e cupidigie siano vento
E turbine et uragan fin all’abènto.

24
Or Clara regge l’ultima impresa
Ma tra i perigli notturni e corsari
Lucciole giocan nell’aria sospesa.


Marina sa del mar segni e misteri,
Il respiro del vento nelle vene
E saggi e rari miraggi per nocchieri.

sabato 20 luglio 2013

Tweettiadi 3/13

Sparse terzine ed errabonde

Luglio 2013



Attonito al nunzio del palagio
Si guarda indietro or il Belpaese
Per tem ch’ombrellincul dicesi saggio


I nemici di Silvio

Ei tuona al vento contro la vil razza
Ch’oscura e nega la vertà evidente:
Ei sol fu vincitor de la gran mazza.

Son nette le mie man d’ogni lordura,
È bella l’alma sol d’inveir satolla
La speme altrui è inver una iattura.

Concedasi ch'è grullo P. Bersani
Ma non minor grullaggine è opinare
Che Rodotà volesser quei caimani.

Letta Enrico distinguer non si puote
Dallo zione ciambellan del nano:
Dorati servi e belle teste vuote.

Or Severgnini opina in rima alata
Ch’Enrico Letta ce la mette tutta,
Di che stupir se ‘l nan è la sua tata?

Additi bene ahimè quel gran fetore:
Lo star nella prigion del nano sfatto
È com'offrir a Ugolin in pasto 'l cuore.


Razza padana

Il Manfredin pon porci nel giardin
A guisa d’islamisti deterrenti.
Così Lega ‘l razzista col cretin?

Son borborigmi ossitoni e silvestri
Nel dir padan del fine dicitore,
Quando non sono sol rutti pedestri.


L’esercito di Silvio

L’esercito di Silvio ‘n campo venne
Col cul armato scorreggiò a trombetta,
Ma lingua e deretan ben ritti tenne.

Non fu giammai né vil né punto nano,
Ma generale eroico e coraggioso,
Pilosofo de vulva e deretano.

La devozion perversa è una iattura,
Come dimostra l’empio Giovanardi,
Del pio malvagio mai v’è stata cura

Lo Fo o non lo Fo, quale dilemma!
Non è nobìl dir a Brunetta nano,
Più giusto lo nomar perduto sperma.

Alfano s’è montato pur la testa:
«Specchio delle mie brame,
son certo io il più bello del lettame?»

Distico penitenziale per la Beata Mariastella.
Giammai marziano ordigno od altr’arcano,
Amo di folle amor sol nano arcoreano.


Fiori immarcescibili

Exit.
«Ah, non credea mirarti sì presto estinto, o divo,
furasti al par d'un clivo ogni vertà e mistero»

Sian celebrate esequie a Notre Dame
Scatola nera pria però si cerchi,
Perché da verità s’alzi ‘l velame.

Diavoli presto via ogni ragnatela,
Garage Olimpo riapra all’occasione,
Bussa a la porta quel boia di Videla.

sabato 13 luglio 2013

Tra pleroma e κένομα

Al fine pensatore celato nelle discrete spoglie di @AsinoMorto

Estasi metafisiche

Sutra d'odio
Oh dio la purezza: il cuore spezza. La noia ostinata della risacca, un'onda uguale che trascina intonsi relitti in una inutile notte illune.

Sutra enoica
Lottò eroicamente tra la vite e la botte: sorso per sorso, come un bacco da sete. L’oro dell’alloro cincinse.

Meditatio cacartesiana
Marco Vyšinskij Travaglio: purgo ergo sum.

Sutra del deliquio post pastum
L'Angelo, in cotonate piume variopinte, declama in canto: «Casto divan, abbi occhi, greve palpebra kalò kai agathos.»


Antinomia gnoseopubica courbetiana
.
L’origine du monde vuole solo épater le bourgeois, è attingimento meramente fenomenico: il vero realismo è pura speculazione.
.
L’origine du monde è monismo euristico, faglia trascendentale dell'essere o dialettica ferita del nulla, noumenico occhio del pazzo di Sinope.

giovedì 11 luglio 2013

Carme presunto in sacri vincoli

Settenari anagrammatici con le lettere di “Osservatore romano”



Or tesse trame vane,

Or santo orror assevera,

Or smessa vertà e morta

Mesto manovra torvo.

E sovra astratta orma,

Vastaso et arretrato,

Mette serto ottomano

Osservator romano.

domenica 7 luglio 2013

Esercizi e refusi

Labil balli. Il tango dell'orango di rango è un fandango di fango.

Sogno o son pesto? "Duce in nuce" anagramma "Cucine nude".

"Maurice Ravel" anagramma "Mai levar cure".

Obtorto pollo.

Chiasmo mingente: il partito liquido o liquido il partito.

Doppia lettura dal fiordo di Ringkøbing, Danimarca:
"Cartha Godelen da est".

Per dire una paroLetta
- Mo' Letta tiene il coltello dalla parte del panico.
- E allora perché ha sempre Silvio nella nuvoLetta?
- Ahimè, zoccoLetta!

Anagramma del franco tiratore: “Rancore rifatto”.

Epifani ah, a chi rechi oro, incenso e mirra?

Mal fieri: calli calli calli, fortissimamente calli.

Italo Calvino, leggerezza in anagramma, "Con alati voli".


Riscrivendo gli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini

Ellenismi
Tricologo per eros d’aletheia anatemizza l’epifania di cinici cani isterici omologati da una barbarica egida capellona
Ossimori
Glabra mente crinita, ricolma di vuoto pneumatico, i cui brevi pensieri fluenti zampillano come lingue di fuochi fatui.

Per tutte le P di Pier Paolo Pasolini.
Puri Peli Pindarici, pria Pravi Pavoni Pelosi poi Proni Parrucconi Pugnaci.

"Sacra rota" terrore dei fedeli, in anagramma: "Castra ora", o per Pier Paolo Pasolini "Castro ara", ma per i melomani "Tosca rara”.

Omoteleuti & onomatopee
Senza memorandum né addendum, fu boom al referendum. Rum e lepidum drum sull’ultimatum dum-dum del tedeum.

Litoti
Non certo a Casarsa vidi i primi capelloni. Tutt’altro che loquaci, non parvero di destra. Poi neppur tanto di sinistra.

I dubbi del nonno

A chi ti vuol percuotere perché al parcheggio hai allungato 20 cent: porgi l'altra mancia?

Lennon sa chi Yoko s’Ono?

Patti chiari e amicizia bungabunga?

Prima respingi e irridi un corteggiatore genuflesso, ma poi t’incazzi perché va a puttane?

«Caro sello Caballero e fuggiamo via dalla pazza folla», lo disse Carmencita?

Nuove serate eleganti. Trucco leggero, tubino nero e v'è Letta?

Lo Fo per la precisione: in stilistica strutturale Brunetta è 'n anacoluto?

Per principio, il mio stile è grave, calcolato e newtoniano: me la tiro?

«Aspettando godo», lo disse Leopold von Sacher-Masoch?

Di solito, se chiami a casa un medico, lo fai per curarti, un idraulico per riparare impianti, ma se inviti a casa 30 escort, poi ci reciti il rosario?

Lia: - Giochi a squash?
Paco: - No, non so nuotare.

martedì 11 giugno 2013

Postilla a Goldberg

A guisa di ringraziamento ad

Hassan Bogdan Pautàs ‏@TorinoAnni10 e Paolo Costa ‏@paolocosta


Ebbe fama inconcussa un calciatore di gran classe che inventava finte complicatissime e raffinate e parimenti del tutto inefficaci. I difensori, infatti, non le capivano e perciò lo fermavano regolarmente.
Era colpa degli ottusi difensori, ovviamente.
Johann Sebastian Bach fra il 1741 e il 1745 compose l’Aria con diverse variazioni, dedicata a Johann Gottlieb Goldberg, il quale, secondo la leggenda, doveva eseguirla per servizio di conforto dell’insonnia del conte Hermann Carl von Keyserlingk.
Sennonché a Bach il genio sfuggì di mano e profuse nelle Variazioni la mathesis del suono, raggiungendo il vertice ineguagliabile del capolavoro.
Il dedicatario clavicembalista ne rimase insonne per l'ammirato stupore, del riposo notturno del conte né punto né poco ce ne cale.
Ora, interrogare nei suoi presupposti critici un’esperienza allo stato nascente, mi pareva una necessità irrinunciabile.
Di qui l’auspicio che Goldberg continuasse a restar desto, malgrado la bellezza delle Variazioni, ossia, malgrado l'appassionato e imprevedibile successo del gioco della letteratura aumentata.

sabato 8 giugno 2013

Il punteruolo e la civetta

Ai #corsari pronti a salpare, in lode del pensiero critico

Leonardo Sciascia era un razionalista visionario. L’ossimoro è solo apparente. Infatti il retto uso della ragione, ribaltando in modo radicale le idées reçues, genera un nuovo sguardo sul mondo, riuscendo talora più sorprendente dei vani parti dell’immaginazione.
La ragione critica, dunque, è profetica.
Nel Giorno della civetta egli concepì la metafora della linea della palma. «Forse tutta l'Italia va diventando Sicilia. A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno.» Per cogliere il valore di queste parole, basta notare che furono scritte intorno al 1960.
Ben lungi da un uso retorico, ch’egli avrebbe senz’altro disprezzato, il senso profondo della metafora della linea della palma si coglie alla luce di un freddo e non autocompiaciuto giudizio che in altra parte dello stesso testo Sciascia formulò.
«La famiglia è l'unico istituto veramente vivo nella coscienza del siciliano: ma vivo più come drammatico nodo contrattuale, giuridico, che come aggregato naturale e sentimentale. La famiglia è lo Stato del siciliano. Lo Stato, quello che per noi è lo Stato, è fuori: entità di fatto realizzata dalla forza; e impone le tasse, il servizio militare, le guerre, il carabiniere. Dentro quell'istituto che è la famiglia, il siciliano valica il confine della propria naturale e tragica solitudine e si adatta, come in una sofisticata contrattualità di rapporti, alla convivenza.»
Insomma, la palma è il simbolo del crescente dominio della famiglia che divora lo stato, la legge, la ragione, ammorbando perfino il conflitto politico, ossia la condizione stessa della democrazia. La famiglia è dunque lo stato degli italiani? 
Scava, vecchio punteruolo rosso, scava.

domenica 26 maggio 2013

Perché Goldberg non dorma

Inquietudine tra Leucò e i Corsari

Ho giocato con gusto al falò di Leucò. Senza alcun pregiudizio e con l’ingenuità e la serietà che ogni gioco richiede, come sanno bene tutti i bambini e qualche filosofo, Wittgenstein, per esempio.
Poi sulle sublimate ceneri dei Dialoghi con Leucò è iniziata una riflessione interessante, sul significato di quel felice sacro macello, certamente utile per l’autocomprensione di una pratica collettiva in qualche modo originale, nonché per lo spazio comunicativo in cui si è costituita.
Non ho potuto leggere tutto, e tuttavia i contributi esaminati recano il segno positivo della ricerca intelligente. Alcune recenti circostanze, però, hanno acuito la mia curiosità, destando rugose perplessità, che ancora non giungono a determinare argomenti critici chiari e distinti, ma certamente fieri dubbi bensì.
L’esperienza della letteratura aumentata mediante pratiche di scrittura collettiva, cumulativa o collaborativa, può generarsi a partire da un qualunque testo? Alla stessa stregua, un testo narrativo e un testo argomentativo sono suscettibili di riscrittura creativa?
Passato in giudicato che il testo narrativo si presti senz’altro, quali ne sono le ragioni profonde?
Per contro, può un testo argomentativo, a dominante funzione referenziale, fondato sul rigore logico e con precipue finalità comunicative, dischiudersi ad una riscrittura creativa?
Un testo narrativo, ed in particolare un testo estetico, a dominante funzione poetica è caratterizzato da una prevalente qualità connotativa rizomatica, quale conditio sine qua non della sua infinita interpretabilità e della sua apertura intertestuale. Senza doverlo dire con la semiotica o la linguistica strutturale, già la tradizione filosofica ne aveva enunciato l’essenza in termini di ambiguità, nescio quid, opacità (Sartre).
Forse è tale struttura testuale profonda la condizione di possibilità della variazione creativa?
Ma un testo argomentativo ne è essenzialmente e deliberatamente privo, perché strumentale alla dimostrazione, alla confutazione o all’informazione, e pertanto costitutivamente caratterizzato da compiti che sono tanto più efficacemente eseguiti quanto più è minimizzata ogni ridondanza connotativa in favore del rigore referenziale, ecco, un testo così fatto può ragionevolmente prestarsi alla traducibilità creativa?  Ora,  in caso di risposta affermativa, dobbiamo inferirne che ciò accada in virtù di condizioni del tutto diverse da quelle individuate per il testo estetico? In tal caso sarebbe lecito chiedersi quali possano essere tali misteriose condizioni?
Il testo è caratterizzato da «ambiguità estetica quando ad una deviazione sul piano dell’espressione corrisponde una qualche alterazione sul piano del contenuto» (Eco). Ne discende che la riscrittura può giocare la variazione creativa di un testo estetico sia sull’asse orizzontale del significante, secondo registri formali, stilistici e combinatori, sia sull’asse verticale del significato, secondo la moltitudine dei rimandi e dei contenuti culturali.
Ma un testo argomentativo aspira ad attingere solo valori di verità e valori di coerenza che ne garantiscano la fondatezza, pertanto esso scongiura necessariamente e intenzionalmente ogni e qualunque ambiguità, tanto sul piano del significato, quanto a fortiori sul piano della sua qualità espressiva, tendente ad una neutralità meramente finalizzata all’efficace mediazione del contenuto asserito. Ne deriva che un testo argomentativo è indisponibile alla riscrittura creativa, poiché si presta solo all’esegesi, al commento o alla confutazione?
Siamo allora forse ad un bivio? Variazione creativa o mera esegesi?
Tali ingenui interrogativi forse sono sospinti solo dai flutti malmostosi della mia incomprensione. In tal caso chiedo venia al lettore. Disponendomi senz’altro a continuare il gioco con qualunque testo. Nondimeno.
Ché se fallibili sono le teorie, figurarsi i dubbi.