domenica 10 maggio 2015

Del cribbio deciduo



















Certame all'improvviso di Albano Franco e me,
d'una fatal caduta, parapunzipunzipè.
Guest stars
Albano Colmo @AlbanoColmo
Franco Chirico @Ninninedda

Caddi pur dal predellin
Proprio come un pivellin
Come fosse lì per terra
Una gnocca di Volterra...

Dall'inciampo fui tradito
Manco avessi l'infradito
Pur boccon finii disteso
Come maggiordom proteso

Opera fu d'infingardo bolscevico
Qui ve lo dico, c'est la guerre
Scatenerò il mio esercito in guêpière.
(Albano)

Ohimè di nuovo caddi in Fallo
Inciampando nel cavallo
Venni giù da pera cotta
Porca, porca la mignotta....
(Franco)

Forza valorose diane
Vendicate quest'oltraggio
Basta vostro gran coraggio
Reggicalze e cerbottane...

Sguaina la baionetta
Il valoroso Brunetta
L'amazzone Santanchè
Comanderà l'ardita truppa, ahimè...
(Albano)

Non può andare mai lontano
Quest'attentator del nano
Abbiam con noi la meglio gioventù
E se non basta c'è Dudù.
(Albano)

Il comizio divenne festa
appena la gamba fu maldestra
meno eroico di Toti
diè la colpa a quei sinistri idioti
(Franco)

Il ruzzolon dai tacchi
Colpa è certo dei cosacchi
Disse Mora a Emilio Fede
Qui la Bindi ha messo il piede
(Albano)

Mormorii di un tentato golpe
Molti han le proprie colpe
Forse quell'infam piedino
Fu di Fini o di Bocchino?
(Albano)

Contrordine signori!
Giammai precipitai,
raccolsi solo un fiore
d'aprico suol d'amore,
staman scrive il Giornale
per mano di Sallusti
smentendo infami fole
di sporchi comunisti.
Eppur l'anca mi duole...
Non so davver perché,
forse che il pennivendolo
è giusto un mio lacchè?
Com'è come non è
Al suol ovver in solio
Son sempre io il Re
Tiè tiè tiè tiè e tiè

domenica 12 aprile 2015

Insonnie

William-Adolphe Bouguereau, La Nuit, 1883






















Quando la notte divampa e dilaga,
I dubbi tra i rovi e le rovine
Sono feroci occhi di faine,
Tormento che dilacerando piaga


L'inconsistenza della buia ora.

Talora poi l'aurora sorge ancora,
Ma pur le bianche brine mattutine
Celano sciare sordide e gravine.


martedì 17 febbraio 2015

Prismi e finzioni


Dio non ha unità,
come potrei averla io?
Fernando Pessoa

Franco Chirico, La stanza dell'artista, matita su cartoncino, 1979

Anche la luce, la più adamantina cosa del mondo, e trasparente e coerente, si spezza nel plurale iride, diviene tanti colori, solo che passi da un prisma; si fa contraddizione, e ciò che reca alle forme i colori è essa stessa un fascio di colori.
Quale orrore della contraddizione può negare perfino l'evidenza della molteplicità, varietà, pluralità degli uomini e delle cose. Solo quell'immondo simulacro del sé, intero, unico e intonso, può vietare di prorompere al divenire della vita che è mutamento, vicenda, contingenza assoluta. Quell'orrido essere, in tronfio trionfo, è ciò che defunge nello stare, pari al nulla. Non sono perché non voglio essere e non voglio non essere, penso di essere solo quando non penso, ma sono pensato dai dogmi dell'ontologia mortifera che imprigiona il divenire nelle panie di inerti costrutti d'essere.
I fermi principi, gli eterni valori, la fondata ragione, le rigide norme, l'immacolata purezza, sono maschere della morte, ché la vita è tumulto, crisi, scorrere lutulento e maculato ricominciamento, infine, solo alba e tramonto, sguardo che muta nel mutare del mondo.
Su un gorgogliante caos definitivo la zattera si disfa e si ricostituisce con i relitti portati dalla marea, e nel vasto mare del possibile ― talvolta diveniente, talaltra mai divenuto e rimasto informe maceria ai piedi dell'Angelus novus di Klee e Benjamin ― solo il farsi e disfarsi delle onde regola il fragile tempo della fuga di sé, della dissipazione e della perdita.
D'altronde, poiché ogni vita è sempre cominciata, la perfetta coerenza sarebbe rifiuto di ogni apertura al diveniente, una continuità autistica simile alla vita del ragno: mera iterazione e autoproduzione.
Poi, però, nell'andante senza moto dell'accadere lineare irrompe il presto con fuoco del desiderio che spalanca le finestre all'esperienza prismatica rivelando la contraddittorietà di tutto, buttando all'aria ogni castello di certezze, dividendo il sé intero e trasparente a se stesso in un plurale pulviscolo di frammenti incoerenti.
Vedi allora d'improvviso la tua ombra ubiqua e mobile, inafferrabile perfino nel solare mezzogiorno, e forse quella stessa ombra è solo una finzione, dalla quale tuttavia non vi è nulla da temere, perché, come sapeva Fernando Pessoa, infine, fingere è conoscersi.

sabato 7 febbraio 2015

Amori difficili

Appresa la felice notizia, lungamente attesa con trepidazione, della pubblicazione del Meridiano che raccoglie tutte le opere di Vincenzo Consolo, l'entusiasmo fu tale che non esitai a cinguettare il lusinghiero giudizio che ne dà nell'introduzione al tomo Cesare Segre, ossia che Vincenzo Consolo è «il maggiore scrittore italiano della sua generazione».
Il mio turgido orgoglio ebbe tuttavia la breve durata di un indugio, poiché a stretto giro di cinguettio, l'amatissimo Apollonio Discolo con garbo perfidissimo, se a guisa di rampogna o di memento resti per ora indeciso, mi postava in risposta un suo serafico testo recante il titolo Scherza coi santi...: Italo e Galileo, in cui egli corrosivamente si faceva beffe d'un giudizio d'analogo turgore che Italo Calvino nel 1967 aveva affidato alle pagine del Corriere della Sera, onde Galileo era da considerarsi senz'altro «Il più grande scrittore della letteratura italiana d'ogni secolo». Eccependo sul metodo più che sul merito, Apollonio persuasivamente vi argomenta che l'espressione «il più grande ...» sia mero feticcio imbonitorio, da bandire per chiunque non voglia cedere ad un gioco linguistico di mera propaganda, ché in verità «il più grande scrittore, non solo della letteratura italiana ma di qualsiasi letteratura, semplicemente non c'è».
Conoscevo bene questo testo, del resto condividendone tono e ragioni pienamente, solo che, non solo esso non mi aveva preservato dall'adesione sperticata al giudizio di Cesare Segre, ma nemmeno mi aveva ispirato la prudenza di evitarne almeno la propalazione.
Se non che l'aspra contraddizione nella quale la scepsi di Apollonio mi sprofondava, come capita sempre quando l'alito dell'intelligenza ci sfiora, anziché gettarmi nella costernazione, piuttosto, fecondamente, m'interrogava, oltre la misura delle mie modeste risorse, beninteso.
Nessuno oserebbe dubitare del primato di Giovanni Verga a fronte di Luigi Capuana, o di Francesco Petrarca a fronte delle multiformi frotte dei petrarchisti; del pari pregevoli cose ha scritto Ottavio Rinuccini, ma Tasso resta Tasso. Ora, al di là della triviale e ovvia distinzione, si vuol chiedere altro; ossia, data l'esistenza di un Canone letterario, storicamente determinato, siamo del tutto certi che considerarlo un mero catalogo senza interna gerarchia non sia solo un espediente per sfuggire al dovere critico di render condo di quella gerarchia, che intanto tacitamente c'è, incontrovertibilmente? Posto pure che l'indagine volta a determinare i fondamenti di tale gerarchia sia destinata al perenne scacco, come ogni indagine sui fondamenti, è più produttivo sottrarsene? O piuttosto è più utile l'azzardo dell'interrogazione, pur nella consapevolezza della precarietà e revocabilità delle risposte? La natura circolare dell'interrogazione non è in ogni caso da preferire alla soddisfatta pigrizia dell'acritico relativismo antigerarchico e alla boria del dogmatismo canonico, del resto parimenti infondati?
La prosa letteraria di Vincenzo Consolo raggiunge un livello di deautomazione linguistica tale da essere norma a se stessa, di qui la capacità di raccontarci il mondo come se fosse un mondo nuovo, sconosciuto, ignoto. Tale esito è raggiunto, peraltro, non già mediante infantili sperimentalismi di arbitraria rottura del codice, quanto in virtù della mobilitazione delle infinite risorse del codice stesso, altro che paludamenti manieristi.
La smisurata ricchezza lessicale ne diviene così tavolozza che sfuma o distingue con il vigore di un atto creativo; il sovrano dominio dell'architettura frastica ne rende la sintassi tessitura ritmica; donde la forma inaudita del suo stile, esercitato con magistrale responsabilità.
Salpato dal Catalogo delle navi, fa scalo presso i maggiori e i più grandi dei minori, penso a Daniello Bartoli, si rituffa nel mare manzoniano, con più complice gioia dei gorghi della colonna infame, e alla lanterna della lezione di malumore plurilinguistico di Carlo Emilio Gadda, longhianamente consapevole dell'uso gnoseologico della metafora, distilla i suoi panni linguistici nell'alambicco magico di Lucio Piccolo: ecco Vincenzo Consolo.
Ora, dice Italo Calvino, «Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia, in entrambi i casi è ricerca di un'espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile».
Nulla di più e nulla di meno può riferirsi alla ricerca letteraria di Consolo.
Detto ciò, letto e sottoscritto, tuttavia, prevedibilmente, mi coglie lo sconforto e comincio a temere che la mia delirante enfasi abbia annoiato Apollonio oltremodo, confermandone il sospetto, certo appena il sospetto, circa il vasto armamentario della non innocente stupidità dei Donnafugaschi (cfr. Nunzio La Fauci, Foglie di cactus, Pisa 2000).
Del resto, all'ironica generosità di Apollonio non può certo sfuggire che l'olivo e l'olivastro, talvolta, si aggrovigliano nello stesso inestricabile cespuglio.


A conforto dei miei tre disperati lettori, onde risarcirne la ferita pazienza, mi pare ora doveroso trascrivere, in calce, una pagina di Vincenzo Consolo che a me pare memorabile.

Seppellimento di Santa Lucia - Michelangelo Merisi da Caravaggio

Effigiò la santa come una luce che s'è spenta, una Lucia mutata in Euskìa, un puro corpo esanime di fanciulla trafitta o annegata, disposto a terra, riversa la testa, un braccio divergente, avanti a donne in lacrime, uomini dolenti, stretti, schiacciati contro la parete alta della latomia, avanti alla corazza bruna del soldato, la mitria biancastra, aperta a becco di cornacchia, del vescovo assolvente, dietro le quinte dei corpi vigorosi e ottusi dei necrofori, cordari delle cave o facchini del porto, che scavano la fossa. La luce su Lucia giunge da fuori il quadro, dalla pietà, dall'amore dei fedeli astanti, da quel corpo riverbera e si spande per la catacomba, a cerchi, a onde, parca come fiammella di cera dietro la pergamena.
Nel sentimento della morte che ormai l'ha invaso e lo possiede, Michelangelo è oltre la violenza, l'assassinio, è alla resa, alla remissione, al ritorno ineluttabile, al cammino verso la notte immota.
Un brusio prima, indi un vocio confuso e concitato si levò nella chiesa di Santa Lucia al Sepolcro al cadere del drappo che copriva il grande quadro. Si scomposero, si mossero tutti di qua, di là, sembrarono le teste creste sopra il mare sferzato all'improvviso dal grecale. Il vescovo, nei solenni paramenti, si levò dal seggio d'oro sopra il presbiterio, l'organo in cantorìa smise di sfiatare. Si levarono dagli scranni i giurati del Senato, si levarono tutti fra le navate. Il Minniti, accanto al Caravaggio, nel corno opposto al vescovo, fra i canonici, i diaconi, i padri provinciali, si mise a tossire secco, a sussultare, premette il muccatore sulla bocca.
Il vescovo lento avanzò nel piviale bianco, nella mitria, nel pastorale d'argento, si fermo avanti all'altare sfavillante di lampade, di miriade di ceri. Parlò gravemente.
̶  La Santa nostra Lucia ci perdoni, perdoni la nostra stoltezza e il nostro inganno. Noi non possiamo ora celebrare avanti a questo scempio, a quei brutali ignudi incombenti sull'altare, al cadavere reale della donna, a una santa priva di nimbo, a quello squarcio sanguinoso sul suo collo, ai fedeli impiccioliti, al vescovo nascosto …, non possiamo celebrare il santo sacrificio della Messa, non possiamo benedire questo quadro. L'artista capisca e si studi d'aggiustare …
Michelangelo, il cappellaccio in mano, si portò avanti al vescovo, lo fissò muto, il ghigno sulle labbra, s'inchinò, discese dal presbiterio, afferrò per il braccio Martino e, percorsa insieme al paggio la navata, sortì nella piazza vasta, nella luce del mattino.

Vincenzo Consolo, L'olivo e l'olivastro, Milano 1994.

sabato 31 gennaio 2015

Per Fidia. Esercizi

Compongo ad una certa foggia mia,
che, se volete pur ch'io ve lo dica,
me l'ha insegnato la poltroneria.
Francesco Berni


I conflitti perversi sono un regolamento di canti



Se questo è un gatto























Anagrammi

Walter Siti = travestili, slitteravi, levi strati
Tempesta solare = esplosa: tremate!
Angelino Alfano = annegalo in fola
Meteora = rotea me, ora teme, ero metà: è omertà



Tmesi e crasi

Lontano l'ontano, l'onta no
Son di marmo: m'armo
Chi ama chiama chi ama
Me tapino, metà pino
Così Bian ci ardi
A Ravasi: ara vasi, aravasi
A farfalle, a far falle
Grecismi freudiani: Oral éta, Anal fa beta
Sol chi non lascia solchi non lascia
Contesto a fronte
Rimbaudolino = Rimbaud, Baudo, Baudolino, Lino



Afèresi e altro

Anni al sole
Ph. Robert Doisneau



















Con lustrissima pistola strologò levando stremo sbergo al talico onor
La lingua batte? E allora? È un mestiere come un altro
L'articolo diciotto è sciagurato ma non si tocca, perché teme di diventare cieco
Poiché da un solo amore ne abbiamo dedotti molti (Dionigi Aeropagita*)
*Da non confondere, si capisce, con Dionigi Areopagita o Pseudo Areopagita, Zeus ne scampi.




domenica 21 dicembre 2014

Notte e sogni

Imogen Cunningham, Unmade bed




















Un letto sfatto sembra la tua vita
di cere rabescato secche e fuse
di disilluse ormai candele spente
tra sperse coltri di ferite esangui.

Un delta di sospiri illagrimati
tra spume di deliri inabissati
nell'allegria insensata dell'oblio
di volti infranti di sguardi traditi.

E quei frammenti sparsi sul guanciale
son schegge sulla chioma dei tuoi sogni
nel freddo amico e concavo giaciglio

che affaccia sull'abisso da un crinale
e guarda lo stupore che lo solca
come torrente che ne bagna il ciglio.

giovedì 13 novembre 2014

Epentesiade

Il 25 gennaio 2014 veniva alla luce il post Specchio delle mie trame nel quale si dava conto del gioco enigmistico delle epèntesi che da qualche mese, con un'inclita brigata, si giocava allegramente su Twitter.
Nel corso dei mesi successivi, altri amici, accomunati da una perversa inclinazione al sadomasochismo enigmistico più efferato, si sono aggiunti, sia nella veste di solutori sia nella veste di autori, con effetti davvero eclatanti. Già l'inclita brigata annoverava menti finissime con smisurate capacità di calcolo, senonché i sopravvenuti erano dotati di virtù del tutto analogamente mostruose. Insomma s'adunava un eteroclito simposio pitagorico che autorevolmente presidiava ogni campo dello scibile fisico, metafisico e financo patafisico. Ne son seguite battaglie furibonde, trionfi memorabili, gesti eroici, primati mirabili: un'epopea che ha intasato le notifiche e talora tolto il sonno, pur tra viole e fiori.
A tener desto l'uzzolo perverso ho contribuito proponendo, con regolarità settimanale, epèntesi prefestive e festive agli scatenati giocatori che vi si avventavano facendole furiosamente a brani, affinché nessun enigma restasse inespugnato. D'altra parte esse si aggiungevano a quelle proposte da altri valorosissimi giocatori, tutte belle, alcune inarrivabili come i rifugi delle aquile, altre ingannatrici e lastricate di perfidia, con aumenti esterni vietatissimi o false sillabazioni. Ma quando infuria la sfida più cruenta, à la guerre comme à la guerre, ogni mezzo diventa lecito. Sicché di tutto abbiamo giocato, gioiosamente e selvaggiamente.
Ora che mi preme una pulsione di latenza, ovvero di fuga, com'è nella mia ventosa natura, dacché ogni cosa nasce e muore del resto, sento tuttavia il bisogno di trattenere almeno l'odore di quei ludi appassionati, condivisi con tante persone davvero straordinarie. Trascrivo qui, pertanto, quelle mie epèntesi, non già perché abbiano in sé un qualche valore, ma così semplicemente a guisa di nudo chiodo cui appendere la bella memoria delle ore trascorse in mezzo ad una comunità folle, geniale, colta, raffinata e, in una parola, splendida. E se il chiodo ancor vi offende, diremo piuttosto a guisa d'una madeleine proustiana.
I miei tre lettori che non temendone il tormento, con inopinato ardimento, vorranno affrontare ora il cimento, quale premio, troveranno in calce le soluzioni. Per non smentire, nondimeno, una meritata fama di malvagità, ho provveduto ad accatastare debitamente le soluzioni, si capisce, alla rinfusa.


1
La disse 'l Sommo in su 'l lito di Chiassi
Ch'ogne dì torna ancora sui suoi passi
(6,7)

2
Di meraviglie sporadico porto
Ognor canta la gloria del risorto
(4,5)

3
Lo cantò Giacomin acerbo o frale
Ombra dell'antro che né val né cale
(4,5)

4
Horribile et orrido e pur luttuoso,
Aspro rovello d’infelice sposo
(4,5)

5
D'enigma amante o aedo fin de la pelota
Or l'ombelico frema e l'anche scuota
(4,5)

6 montaliana
Francesi inglesi ed altri tre l'han caro
Alza tra le bandier l'aroma amaro
(4,5)

7
In Messina fu testo lagrimato
Gorgo de' rari dal mantovan cantato
(4,5)

8
Deserto aprico gioia de' bambini
Stava con Pergolesi e pur Rossini
(4,5)

9
Di passo o di cavalleria mai vana
Tra Ipanema e Copacabana
(6,7)

10
Han collo stretto trasparente e lungo
Su per l'Aurelia in fronte al mar vi giungo
(5,6)

11
Fratello contadin sanguinolento
Insiem con gli altri tre fa gran spavento
(5,6)

12
Eunice solca il mar dell'armonia
Vetta di fresca e giovanil malia
(4,5)

13
L'opposto d'essa genera disagio
Per la più bella ha da venire maggio
(6,7)

14
Giove lo fu per purpuree note
Se greve infin t'abbatte e scuote
(4,5)

15
Val qual tensione per Platone e Omero
Ma non fuggirlo proprio sotto un pero
(4,5)

16
La sposa e l'ammazza un Walter spiccio:
Sotto ogni incanto cela un capriccio
(5,6)

17
Senza delizia è croce peggiore
Dal monte bianco viene la migliore
(4,5)

18
S'erge e rimira su derive e approdi
Di stelle notte e dì pagando godi
(6,7)

19
Celebre pugna del fumo e del vento
Derivato lemma del primo cimento
(5,6)

20
Di suoni puri e fraterni fremente
Quelle del viso non costano niente
(4,5)

21
Noiosa litania che manco ciurla
Viva o morta ma fu di Marco culla
(5,6)

22
Quel che fu leggendario ed agognato
Da folle grazia pare sollevato
(6,7)

23
Al borsalino dell'agrigentino
Falce e martello, canto e mandolino
(7,8)

24
L'altrui dissolutezza in capo porta
Gattara che non sa, nel guardo assorta
(4,5)

25
Di piccola virtù ridente e alata
Nero terror sebben un po' sbiancata
(3,4)

26
Per qualità apprezzate e per valore
Son per Francesco l'incarnato amore
(7,8)

27
Stava la strega santa nell'ardore
Come la poesia che presto muore
(7,8)

28
Disputarne è tutt'altro che elegante
Odiato da fanatico o furfante
(5,6)

29
Per pochi dì alacre officina
Tocco di grazia della parigina
(4,5)

30
Lo è qualcosa ch'incresce ed atterra
Urlo di gioia della grande guerra
(6,7)

31
Si mostra il labbro enfatico
Diversamente identico
(5,6)

32
Nessun d'astuzia qual preda la tolse
Mostro a più teste ch'Europa travolse
(5,6)


Veto/Vento, Atro/Altro, Nina/Ninfa, Ricca/Riccia, Pineta/Pianeta, Samo/Salmo, Mare/Madre, Saba/Samba, Contesa/Contessa, Alce/Alice, Alto/Alito, Fato/Fatto, Smile/Simile, Fiale/Finale, Pena/Penna, 7/8, Carica/Carioca, Baco/Basco, Caino/Canino, Vaso/Vasto, Mitico/Mistico, Parità/Partita, Gusto/Giusto, Tono-Tuono, Triste/Trieste, Albero/Albergo, Oca/Orca, Lagna/Laguna, Troia/Troika, Canne/Canone, Stimate/Stimmate, Bose/Borse



venerdì 31 ottobre 2014

La ballata di Reyhaneh
























Il 25 ottobre 2014, una ragazza iraniana, Reyḥāneh Jabbāri,
condannata per aver ucciso il suo stupratore,
è stata messa a morte per impiccagione
nei sotterranei della prigione di Gohardasht.
Alla madre Sholeh, e a tutti noi,
ora rimane solo l’amara memoria delle belle parole
della sua ultima lettera.



Datemi al vento perché via mi porti
onda di luce che fugge dai morti

Cara Sholeh che i miei sogni nutrivi
complice amica dei giorni festivi
Strozza le lacrime dei tuoi dolci occhi
serba soltanto i miei scarabocchi

Datemi al vento perché via mi porti
onda di luce che fugge dai morti

Nell'alba cruda di desolazione
i fili tagliano di un aquilone
Barbari preti d'un dio dissennato
orco malvagio di sangue assetato

Datemi al vento perché via mi porti
onda di luce che fugge dai morti

Voglio scalciare sul vostro buon cuore
morto oramai di stupido orrore
Meglio insepolto e fiero pendaglio
che prostituta del vostro serraglio

Datemi al vento che ora mi culla
sopra una nube sospesa sul nulla







Lumi, potete piangere di Giovanni Legrenzi 1626-1690