Venere callipigia, Museo Archeologico Nazionale, Napoli
Un giovin scrittore, già battezzato tra i
pochissimi eredi del canone delle patrie lettere dal decano della critica
italiana, confessa di aver imparato «a far vedere non solo quello che mi
gratifica presso gli altri, come l'intelligenza e l'ironia, ma anche l'idiozia
e la menzogna. Come Malaparte, Céline, De Sade. Di una scultura c'è sempre il
dietro. Della statua di una dea c'è anche il culo. E spesso l'artista ha avuto
cura di farlo venir bene, un po' sporgente».
Dei personali apprendimenti dell'illustre
scrittore non cale ad alcuno, essendo del resto sottratti a valutazioni
arbitrarie; solleciterebbe di contro pruriginose curiosità la questione
ontologica, per altro indecisa, circa l'esistenza del culo della dea. Ci
esime, nondimeno, da qualunque gravame di approfondimento anselmiano, la
circostanza che l'affermazione non si riferisce già a eventuali dispute
metafisiche sul deretano divino, quanto piuttosto alle umane
rappresentazioni statuarie di esso culo. Tema, per dir così, di
vasto e debordante interesse artistico, d'altronde, a tal segno che menarne vanto d'inusitata
scoperta sfiderebbe la più stolta ovvietà, alla stregua di chi d'incanto,
percorrendo via del Lavatore fino all'angolo di via di S. Vincenzo, innanzi
allo splendido monumento che troneggia nell'antistante piazza Trevi, pretendesse d'avere scoperto la celeberrima fontana.
Non sarebbe, forse, appena più intrigante
interrogarsi sulla perniciosa e mutilante ossessione del nostro
tempo per codesta callipigia sporgenza? Dacché, con ogni evidenza, «c'è anche il
culo», ma vivaddio, non c'è solo il culo, con rispetto parlando.
*Bello di Roma: Propr. il Colosseo, storpiato in Culiseo.
Valter Boggione - Giovanni Casalegno, Dizionario storico del
lessico erotico italiano, Milano, 1996.
Lì fuori non infuriava la mortifera pestilenza,
bensì qualcosa di molto simigliante e ahimè parimenti dannoso, sicché desiderando
in letizia festeggiare Franco, il sei ottobre duemilaquindici, verso sera, le
persone a lui care, in segreto cenacolo, si volle «ragunare a ragionare insieme» di
poesie e passioni ed altre cose a tal segno vacue e disutili da parere, invero,
affatto necessarie.
Camillo Sbarbaro nella prima poesia
dei Versi a Dina, dopo il mirabile
incipit La trama delle lucciole ricordi,
dipana versi di limpida bellezza sul senso di perdita che incombe perfino sulle
cose più preziose, la cui memoria è sempre sul punto di sbiadire nell'oblio.
E se il ricordare è rifugio precario e
fragile riparo, occorre dire la causa di tale dissipazione inevitabile, senza
arretrare o piegare le ginocchia o fingere vani giri d'insipiente retorica. Ma egli
non si sottrae: disossa i versi usando quasi solo monosillabi e bisillabi,
affinché suoni e accenti siano fusi in un ritmo inestricabile, e dà la sua
risposta:
Oh come
poca cosa quel che fu
da
quello che non fu divide!
Meno
che la
scia della nave acqua da acqua.
Queste poche sillabe, come capita di
frequente in Sbarbaro, pur nella vertigine di senso che dischiudono, sono
pronunciate sottovoce e quasi bisbigliando nella luce radente di un sommesso
occaso. Del resto, esse sfidano il non detto, creando una forma, certo appena
una forma, all'indeterminatezza del male di vivere. I toni del rimpianto e il
labile confine tra esistenza e assenza, tuttavia, sono gravidi di echi
simbolici, molteplici e struggenti. In particolare, questi altri versi della
stessa poesia accendono la ridda delle affinità e dei nessi ulteriori:
Estrema
delusione degli amanti!
invano
mescolarono le vite
s'anche
il bene superstite, i ricordi,
son
mani che non giungono a toccarsi.
Ma
quelle mani che non giungono a toccarsi, sono il rimpianto di labbra assenti o
di altre felicità intraviste, o quei baci che non si è osato dare, o il ricordo
della compagna di viaggio, i suoi occhi il più bel paesaggio, per sempre perduta senza averle sfiorato la mano.
Sono
i versi de Le passanti che per la
prima volta ascoltammo storditi dalla voce di Fabrizio De Andrè. Poi scoprimmo
che Faber li aveva ripresi meravigliosamente da Georges Brassens. Ma quel
testo, in realtà, pur grato alla musica di Brassens, era già compiuto in sé,
sia formalmente sia simbolicamente, e infatti era una poesia scritta nel 1911
da Antoine Pol, giunta fino a noi solo per un singolare e avventuroso caso.
Antoine
Pol (23 agosto 1888 - 21 giugno 1971) poeta dilettante, sconosciuto più che
dimenticato, era prossimo a trascorrere dall'anonimato nell'oblio, quando nel 1944
un ventenne bohémien squattrinato, Georges Brassens, per qualche spicciolo comprò
da un bouquiniste, al mercato delle pulci di Porte de Vanves di Parigi, un
vecchio libretto di poesie, stampato nel 1918 in 110 copie, dal titolo ingenuo
e tronfio, Émotions poétiques di
Antoine Pol, per l'appunto. Certo Brassens l'avrà sfogliato incuriosito e
dubbioso se quel libriccino valesse i due franchi della sua cena;
fortunatamente giunse a leggervi Les
passantes, rimanendone folgorato, così come è accaduto poi a tanti altri,
sicché decise di comprarlo, sacrificando forse la cena, ma del resto strappandolo
definitivamente al vorace appetito dei topi di Parigi.
Già
era un mistero ch'esso fosse sopravvissuto per più di vent'anni, abbandonato
tra cantine e bancarelle, ignorato da tutti, tanto più curioso se si considera
l'esigua tiratura delle 110 copie. Né il rischio del macero, né l'umidità della
Senna, né l'indifferenza, tuttavia, erano bastati a cancellarlo del tutto dalla
faccia della terra. Per questa via accidentata e casuale, dunque, giunsero a noi Les passantes, dopo
un'ulteriore attesa di circa trent'anni invero, poiché Brassens si decise a inciderne
la canzone nel 1972, mentre del 1974 è la versione di De André. Di lì in poi,
il rimpianto delle occasioni mancate ha trovato nei versi de Les passantes la sua forma esemplare,
fissando nella sublime contingenza di situazioni comuni, il desiderio che si
accartoccia nella rinuncia della prudenza insensata o dell'indifferenza colpevole.
Il
successo della poesia è chiaramente dovuto alla circostanza di essere diventata una canzone, raggiungendo così il più vasto pubblico. Ciò potrebbe autorizzare, a ben guardare, un'accigliata schifiltosità critica: in fondo, valori simbolici tanto
democratici da divenir popolari, destano il lecito sospetto aristocratico
ch'essi siano, se non dozzinali e volgari, almeno inclini ad un corrivo e
facile bozzettismo. Che dire? Può darsi. Salvo che le immagini e le situazioni
narrate dalla poesia di Pol, sembrano nondimeno accarezzate dall'ala d'una abbagliante
grazia, che come il lampo montaliano «candisce / alberi e muri e li sorprende
in quella / eternità d'istante» (La bufera). Ecco perché esse s'imprimono come
stampi sulla cera delle comuni perdute passioni. E celles qu'on connaît à peine,
qu'on ne retrouve jamais, ela compagne
de voyage, dont les yeux, charmant paysage; o quelle cheVous
ont, inutile folie, Laissé voir la mélancolie, ole Espérances d'un jour déçues, rivivono ad ogni ascolto nella delusa
dolcezza di tutti e nella tristezza appassionata di ciascuno per le labbra
assenti che non si è osato sfiorare.
Certamente,
Antoine Pol resterà per sempre un poeta minore, ma in quel fatale giorno del
1911, ben ispirato dal Baudelaire del fiore del male XCIII, egli fu
senz'altro visitato da una grande visione poetica che gli dettò i memorabili
versi de Les passantes, i quali non
cessano ancora di stupirci e commuoverci, ridestando il corrosivo dubbio in
versi, anzi in versicoli, del Controcaproni, che Giorgio Caproni aveva
concepito pensando proprio a Sbarbaro e a
certi suoi (frettolosi) collocatori:
Dubbio
a posteriori:
i veri
grandi poeti
sono i «poeti
minori»?
Di
là dai dubbi, tuttavia, da Sbarbaro a Le passanti, si coglie un filo che tiene nella stessa obliqua luce la
nostalgia di quel che fu e il rimpianto di quel che non fu, in una comune tensione
di presenza e assenza che si conferma quale luogo deputato della materia
poetica, quando in essa divampa il desiderio. Nella sua incompiutezza
costitutiva, infatti, il desiderio è sempre irrimediabilmente perduto, sia che
si corrompa nel piacere, che realizzandolo lo tradisce, sia che resti nella
crisalide d'un possibile mai divenuto.
Giunti
però a questa pericolosissima soglia è necessario che le mie banali ciance
cessino, in attesa che ben altri ingegni possano dirne con più competente scienza e
con più alta coscienza, al cospetto di queste povere e polverose glosse, utili
solamente come puerile pretesto per rileggere amati versi nel giorno di Franco,
con gli amici insieme.
Salvo
porre a sigillo, da ultimo, ma ben lungi da qualunque pretesa di conferma o
smentita, le più potenti parole mai dette sul desiderio che dobbiamo al demone
greco di Costantino Kavafis, nell'insuperabile traduzione di Filippo Maria
Pontani:
Sappia il lettore che Manfredi, per
sovrano disprezzo, non ha versato una stilla del suo alato inchiostro in questa
oltremodo cialtronesca e sconveniente controversia, sicché ha dettato codesto
sonetto usando solo versi tratti dai Leporeambi 26, 40 e 84 di Ludovico Leporeo
(1582-1655), gran poeta incline all'invettiva non meno che alle donne. Giusto
per sfizio egli ha aggiunto al centone, qui e lì, qualche baffo à la Duchamp.
«Al lettore che preferisco, il quale
coltiva in segreto tutti i vizi dell'intelligenza contro i quali combatte; al
lettore ipocrita, mio simile e fratello offro qualcosa su cui meditare.»
Con queste enigmatiche parole, a guisa di presago
e provocatorio esergo, inizia la vasta e straordinaria opera di Enzo Melandri, La linea e il circolo.
Pubblicata dal Mulino nel 1968 e
ripubblicata meritoriamente da Quodlibet nel 2004, l'opera presenta non già
«una meditazione filosofica che approfondisce un unico tema» poiché, di contro,
essa costituisce «una disanima, digressiva e tendenzialmente esaustiva di un
vastissimo territorio, che finisce col coincidere con l'intero ambito della
problematica filosofica» (Giorgio Agamben).
La raffinata cultura filosofica italiana,
dall'accademia alla più ampia società dei dotti, ben oberata da gravissimi pensieri
deboli e ripensamenti neorealistici da far tremar le vene e i polsi, per non dire
di altre cagioni altrettanto esimenti, ha tributato a quest'opera di Enzo
Melandri un implacabile e ostinato silenzio.
E insomma, quando è troppo, è troppo!
Come
si può pretendere che la Linea possa assumere una curvatura tale da concludersi
in un Circolo?
Meglio ruminare perversamente nella
propria spettrale geometrica impotenza, signora mia; e che la conventio ad
excludendum continui, poiché non abbiamo il giusto spirito per questa ipocrisia
di cui ci sfugge il senso.
(Scuseranno i tre lettori ormai avvezzi a
concisi parerga se si richiama un'opera che tocca la dismisura di un migliaio
di pagine, del resto le più esigue e malcerte zattere servono proprio ad aiutare i naufraghi nel mare sterminato).
Il «cucito scartafaccio» di cui si dà notizia non aveva alcuna buona ragione per venire alla luce, salvo il distopico terrore d'un improbabile disastro catastrofico dei server del gestore della piattaforma che ospita questo Blog. Del resto è giusto rassicurare che nessun danno ecologico s'intende perpetrare poiché la modesta tiratura non potrà minacciare di deforestazione il pianeta e ogni nuova copia sarà stampata solo su richiesta dell'avventurato e improvvido lettore.
In ogni caso le colpe che ne conseguiranno all'autore, potranno essere lecitamente condivise con l'editore che ha profuso nell'impresa i suoi molteplici ingegni per trasformare una cosa da nulla in un libro. Se malgrado tali precauzioni e mea culpa, non sarà ancora sopito il rancore dei miei tre lettori per questo tradimento analogico, aggiungo che essi, d'altronde, potranno tranquillamente ignorarne l'esistenza, dacché già ne conoscono il contenuto.
Certo un conto è vedere le sparse tessere di un mosaico e un altro conto è vedere il mosaico stesso incastrato e finito. Né trascurerei il piacere di gustare l'opera di Franco Chirico stampata in antiporta e la quarta di copertina elaborata come uno stilizzato calligramma che contiene un tautogramma. D'accordo nulla di che, ma insomma, questo è il cammello.
Infine, mi corre l'obbligo di porgere un sentito ringraziamento ai coautori Qwerty Uiopè, Ines Itrè e Manfredi di Ratumemi, mentre a tutte le persone coinvolte a loro insaputa, formulo le mie più sincere e non pentite scuse.
Al fraterno sodale Franco Chirico, causa causante e vero artefice dell'impresa, rendo invece il mio pubblico e sperticato e grato abbraccio.
Sinossi
L'itinerario del viandante a senso perso, sommariamente, inizia dal fiorito Viale dei Versi riversi, da percorrere lentamente fino alla svolta di Via degli Esercizi che porta al sordido e splendente Piazzale di Arcore e le muse; si prosegue poi lungo il sinistro Vicolo dei Perversigiochi per versi, sdrucciolevole e lastricato di insidie, dal quale si giunge al Corso delle Cronachette, verde di tigli e di oleandri rosavestiti, in fondo al quale si apre la Piazza delle Storie turpi di casti amori, popolata di sogni, inganni e altri misteri.
Data di uscita: Giugno 2015 Pagine: 160 Progetto grafico: Franco Chirico Editore: Ingegni di Franco Chirico Collana: La Ninninedda Editore tecnico: Youcanprint ISBN: 9788891190352
Tiratura: 31 copie
Disponibile nei bookstore Youcanprint, Amazon, LaFeltrinelli, Ibs, Bol, Wuz, Deastore, Webster, Libreria universitaria, Unilibro, Macrolibrarsi, Il Giardino del libri, e nelle librerie previa ordinazione; ma se vai di fretta clicca sul banner in alto a destra.