sabato 5 settembre 2015

Lascia stare

Sebastião Salgado, Menina sem terra 1996






















Come una pavana per un bimbo siriano morto annegato
il 3 settembre 2015, nei pressi di una spiaggia turca.



Lascia stare, lascia stare,
non guardare, non stupire
d'uno straccio in riva al mare.

Sul confine del partire
vane grida, mani perse
nell'orrore del morire,

delle lacrime sommerse
di risacca, d'asfissia,
sperdimento d'agonia.

Lascia stare, non guardare
spoglie amare in riva al mare,
colorate carte sporche
della nostra ipocrisia.





domenica 9 agosto 2015

Contro Qwerty Uiopè

di Manfredi di Ratumemi


















Tu che gran boria e vana gloria spandi,
Rustico abitator di gioghi alpestri,
Ruvido più de Satiri silvestri,
E di laurea centaurea t'inghirlandi

Né a piè spondei, trochei, piccioli o grandi,
Né a favellare e a conversar t'addestri
E da zoticità non ti sequestri,
O tu che carmi da sentina scandi.

E taffanni e ti scanni, angosci e sudi
Che non mangi e ti frangi e ti trucidi
E il tesor del cor d'Inés diffidi

E di tua vita il fil sottil recidi.
Tasto tosto perché mai tilludi?
Se nasciamo e moriamo ignudi e crudi?



Sappia il lettore che Manfredi, per sovrano disprezzo, non ha versato una stilla del suo alato inchiostro in questa oltremodo cialtronesca e sconveniente controversia, sicché ha dettato codesto sonetto usando solo versi tratti dai Leporeambi 26, 40 e 84 di Ludovico Leporeo (1582-1655), gran poeta incline all'invettiva non meno che alle donne. Giusto per sfizio egli ha aggiunto al centone, qui e lì, qualche baffo à la Duchamp.

Ludovico Leporeo, Leporeambi, Edizioni Res, 1993

sabato 8 agosto 2015

Carme del mio carme

di Qwerty Uiopè
Venere amore e gelosia di Agnolo Bronzino (1503-1572)





















Dolce Inés perché sì cruda taci?
Sibben lafa tincalzi in bianco petto,
levami il duol, dissipa l sospetto,
rimemorando i nostri impervi baci.

Manfredi fu colui de soffi audaci?
Quel che val nulla mai al mio cospetto?
Quel leccapiedi e poetastro inetto?
Quel che confonde l'afa con le braci?

Quel cicisbeo di delir mendaci,
inviso a muse degne di rispetto,
di trame facitor vane e fallaci?

Dilla la verità mio bel visetto:
sdegnasi l'alma a quei motti mordaci,
ben sai ch’il mio valor è ritto e retto.




*Il titolo è una delicata invenzione di Franco Chirico

lunedì 3 agosto 2015

Se l'afa incalza

di Ines Ytrè



















Disse la dama in fiamme al cavalier:
«L'afa mi strugge, dentro la guêpière,
siate clemente, soffiatemi d'appresso
senza curarvi d'apparire fesso.
Pensate lieto a un zefiretto bello
o piamente al bue e all'asinello».

Il cicisbeo credè d'aver inteso
onde alitò sul décolleté proteso.
Del dolce affanno pur male gl'incolse
ché un brivido di fuoco lo percosse:
per la passion paonazzo e palpitante
laggiù sentì un turgor ohimè crescente.

«Oh maledetta e attillata calza
ch'al pubblico ludibrio ora mi sbalza.
Resto curvato per salvar decenza?
O fiero sfido pur la maldicenza?
S'alcun poi sospettasse del mio onore
Simular dovrei un provvido malore?»

«Oh cavalier d'incendi domatore
celate forse del soffiar lo scotto?
Pur quel mio foco era ben altro ardore
che spenge sol il vento del bel trotto,
non blando fiato del vostro nasino,

incipriato e amabile c.»

domenica 12 luglio 2015

La linea e il circolo

Octavio Ocampo

«Al lettore che preferisco, il quale coltiva in segreto tutti i vizi dell'intelligenza contro i quali combatte; al lettore ipocrita, mio simile e fratello offro qualcosa su cui meditare.»

Con queste enigmatiche parole, a guisa di presago e provocatorio esergo, inizia la vasta e straordinaria opera di Enzo Melandri, La linea e il circolo.
Pubblicata dal Mulino nel 1968 e ripubblicata meritoriamente da Quodlibet nel 2004, l'opera presenta non già «una meditazione filosofica che approfondisce un unico tema» poiché, di contro, essa costituisce «una disanima, digressiva e tendenzialmente esaustiva di un vastissimo territorio, che finisce col coincidere con l'intero ambito della problematica filosofica» (Giorgio Agamben).
La raffinata cultura filosofica italiana, dall'accademia alla più ampia società dei dotti, ben oberata da gravissimi pensieri deboli e ripensamenti neorealistici da far tremar le vene e i polsi, per non dire di altre cagioni altrettanto esimenti, ha tributato a quest'opera di Enzo Melandri un implacabile e ostinato silenzio.
E insomma, quando è troppo, è troppo!
Come si può pretendere che la Linea possa assumere una curvatura tale da concludersi in un Circolo?
Meglio ruminare perversamente nella propria spettrale geometrica impotenza, signora mia; e che la conventio ad excludendum continui, poiché non abbiamo il giusto spirito per questa ipocrisia di cui ci sfugge il senso.
(Scuseranno i tre lettori ormai avvezzi a concisi parerga se si richiama un'opera che tocca la dismisura di un migliaio di pagine, del resto le più esigue e malcerte zattere servono proprio ad aiutare i naufraghi nel mare sterminato).

domenica 7 giugno 2015

A Senso Perso

Il «cucito scartafaccio» di cui si dà notizia non aveva alcuna buona ragione per venire alla luce, salvo il distopico terrore d'un improbabile disastro catastrofico dei server del gestore della piattaforma che ospita questo Blog. Del resto è giusto rassicurare che nessun danno ecologico s'intende perpetrare poiché la modesta tiratura non potrà minacciare di deforestazione il pianeta e ogni nuova copia sarà stampata solo su richiesta dell'avventurato e improvvido lettore.
In ogni caso le colpe che ne conseguiranno all'autore, potranno essere lecitamente condivise con l'editore che ha profuso nell'impresa i suoi molteplici ingegni per trasformare una cosa da nulla in un libro. Se malgrado tali precauzioni e mea culpa, non sarà ancora sopito il rancore dei miei tre lettori per questo tradimento analogico, aggiungo che essi, d'altronde, potranno tranquillamente ignorarne l'esistenza, dacché già ne conoscono il contenuto.
Certo un conto è vedere le sparse tessere di un mosaico e un altro conto è vedere il mosaico stesso incastrato e finito. Né trascurerei il piacere di gustare l'opera di Franco Chirico stampata in antiporta e la quarta di copertina elaborata come uno stilizzato calligramma che contiene un tautogramma. D'accordo nulla di che, ma insomma, questo è il cammello.
Infine, mi corre l'obbligo di porgere un sentito ringraziamento ai coautori Qwerty Uiopè, Ines Itrè e Manfredi di Ratumemi, mentre a tutte le persone coinvolte a loro insaputa, formulo le mie più sincere e non pentite scuse.
Al fraterno sodale Franco Chirico, causa causante e vero artefice dell'impresa, rendo invece il mio pubblico e sperticato e grato abbraccio.   



Sinossi
L'itinerario del viandante a senso perso, sommariamente, inizia dal fiorito Viale dei Versi riversi, da percorrere lentamente fino alla svolta di Via degli Esercizi che porta al sordido e splendente Piazzale di Arcore e le muse; si prosegue poi lungo il sinistro Vicolo dei Perversi giochi per versi, sdrucciolevole e lastricato di insidie, dal quale si giunge al Corso delle Cronachette, verde di tigli e di oleandri rosavestiti, in fondo al quale si apre la Piazza delle Storie turpi di casti amori, popolata di sogni, inganni e altri misteri.

Data di uscita: Giugno 2015
Pagine: 160
Progetto grafico: Franco Chirico
Editore: Ingegni di Franco Chirico
Collana: La Ninninedda
Editore tecnico: Youcanprint
ISBN: 9788891190352
Tiratura: 31 copie

Disponibile nei bookstore Youcanprint, Amazon, LaFeltrinelli, Ibs, Bol, Wuz, Deastore, Webster, Libreria universitaria, Unilibro, Macrolibrarsi, Il Giardino del libri, e nelle librerie previa ordinazione; ma se vai di fretta clicca sul banner in alto a destra.

domenica 10 maggio 2015

Del cribbio deciduo



















Certame all'improvviso di Albano Franco e me,
d'una fatal caduta, parapunzipunzipè.
Guest stars
Albano Colmo @AlbanoColmo
Franco Chirico @Ninninedda

Caddi pur dal predellin
Proprio come un pivellin
Come fosse lì per terra
Una gnocca di Volterra...

Dall'inciampo fui tradito
Manco avessi l'infradito
Pur boccon finii disteso
Come maggiordom proteso

Opera fu d'infingardo bolscevico
Qui ve lo dico, c'est la guerre
Scatenerò il mio esercito in guêpière.
(Albano)

Ohimè di nuovo caddi in Fallo
Inciampando nel cavallo
Venni giù da pera cotta
Porca, porca la mignotta....
(Franco)

Forza valorose diane
Vendicate quest'oltraggio
Basta vostro gran coraggio
Reggicalze e cerbottane...

Sguaina la baionetta
Il valoroso Brunetta
L'amazzone Santanchè
Comanderà l'ardita truppa, ahimè...
(Albano)

Non può andare mai lontano
Quest'attentator del nano
Abbiam con noi la meglio gioventù
E se non basta c'è Dudù.
(Albano)

Il comizio divenne festa
appena la gamba fu maldestra
meno eroico di Toti
diè la colpa a quei sinistri idioti
(Franco)

Il ruzzolon dai tacchi
Colpa è certo dei cosacchi
Disse Mora a Emilio Fede
Qui la Bindi ha messo il piede
(Albano)

Mormorii di un tentato golpe
Molti han le proprie colpe
Forse quell'infam piedino
Fu di Fini o di Bocchino?
(Albano)

Contrordine signori!
Giammai precipitai,
raccolsi solo un fiore
d'aprico suol d'amore,
staman scrive il Giornale
per mano di Sallusti
smentendo infami fole
di sporchi comunisti.
Eppur l'anca mi duole...
Non so davver perché,
forse che il pennivendolo
è giusto un mio lacchè?
Com'è come non è
Al suol ovver in solio
Son sempre io il Re
Tiè tiè tiè tiè e tiè

domenica 12 aprile 2015

Insonnie

William-Adolphe Bouguereau, La Nuit, 1883






















Quando la notte divampa e dilaga,
I dubbi tra i rovi e le rovine
Sono feroci occhi di faine,
Tormento che dilacerando piaga


L'inconsistenza della buia ora.

Talora poi l'aurora sorge ancora,
Ma pur le bianche brine mattutine
Celano sciare sordide e gravine.


martedì 17 febbraio 2015

Prismi e finzioni


Dio non ha unità,
come potrei averla io?
Fernando Pessoa

Franco Chirico, La stanza dell'artista, matita su cartoncino, 1979

Anche la luce, la più adamantina cosa del mondo, e trasparente e coerente, si spezza nel plurale iride, diviene tanti colori, solo che passi da un prisma; si fa contraddizione, e ciò che reca alle forme i colori è essa stessa un fascio di colori.
Quale orrore della contraddizione può negare perfino l'evidenza della molteplicità, varietà, pluralità degli uomini e delle cose. Solo quell'immondo simulacro del sé, intero, unico e intonso, può vietare di prorompere al divenire della vita che è mutamento, vicenda, contingenza assoluta. Quell'orrido essere, in tronfio trionfo, è ciò che defunge nello stare, pari al nulla. Non sono perché non voglio essere e non voglio non essere, penso di essere solo quando non penso, ma sono pensato dai dogmi dell'ontologia mortifera che imprigiona il divenire nelle panie di inerti costrutti d'essere.
I fermi principi, gli eterni valori, la fondata ragione, le rigide norme, l'immacolata purezza, sono maschere della morte, ché la vita è tumulto, crisi, scorrere lutulento e maculato ricominciamento, infine, solo alba e tramonto, sguardo che muta nel mutare del mondo.
Su un gorgogliante caos definitivo la zattera si disfa e si ricostituisce con i relitti portati dalla marea, e nel vasto mare del possibile ― talvolta diveniente, talaltra mai divenuto e rimasto informe maceria ai piedi dell'Angelus novus di Klee e Benjamin ― solo il farsi e disfarsi delle onde regola il fragile tempo della fuga di sé, della dissipazione e della perdita.
D'altronde, poiché ogni vita è sempre cominciata, la perfetta coerenza sarebbe rifiuto di ogni apertura al diveniente, una continuità autistica simile alla vita del ragno: mera iterazione e autoproduzione.
Poi, però, nell'andante senza moto dell'accadere lineare irrompe il presto con fuoco del desiderio che spalanca le finestre all'esperienza prismatica rivelando la contraddittorietà di tutto, buttando all'aria ogni castello di certezze, dividendo il sé intero e trasparente a se stesso in un plurale pulviscolo di frammenti incoerenti.
Vedi allora d'improvviso la tua ombra ubiqua e mobile, inafferrabile perfino nel solare mezzogiorno, e forse quella stessa ombra è solo una finzione, dalla quale tuttavia non vi è nulla da temere, perché, come sapeva Fernando Pessoa, infine, fingere è conoscersi.

sabato 7 febbraio 2015

Amori difficili

Appresa la felice notizia, lungamente attesa con trepidazione, della pubblicazione del Meridiano che raccoglie tutte le opere di Vincenzo Consolo, l'entusiasmo fu tale che non esitai a cinguettare il lusinghiero giudizio che ne dà nell'introduzione al tomo Cesare Segre, ossia che Vincenzo Consolo è «il maggiore scrittore italiano della sua generazione».
Il mio turgido orgoglio ebbe tuttavia la breve durata di un indugio, poiché a stretto giro di cinguettio, l'amatissimo Apollonio Discolo con garbo perfidissimo, se a guisa di rampogna o di memento resti per ora indeciso, mi postava in risposta un suo serafico testo recante il titolo Scherza coi santi...: Italo e Galileo, in cui egli corrosivamente si faceva beffe d'un giudizio d'analogo turgore che Italo Calvino nel 1967 aveva affidato alle pagine del Corriere della Sera, onde Galileo era da considerarsi senz'altro «Il più grande scrittore della letteratura italiana d'ogni secolo». Eccependo sul metodo più che sul merito, Apollonio persuasivamente vi argomenta che l'espressione «il più grande ...» sia mero feticcio imbonitorio, da bandire per chiunque non voglia cedere ad un gioco linguistico di mera propaganda, ché in verità «il più grande scrittore, non solo della letteratura italiana ma di qualsiasi letteratura, semplicemente non c'è».
Conoscevo bene questo testo, del resto condividendone tono e ragioni pienamente, solo che, non solo esso non mi aveva preservato dall'adesione sperticata al giudizio di Cesare Segre, ma nemmeno mi aveva ispirato la prudenza di evitarne almeno la propalazione.
Se non che l'aspra contraddizione nella quale la scepsi di Apollonio mi sprofondava, come capita sempre quando l'alito dell'intelligenza ci sfiora, anziché gettarmi nella costernazione, piuttosto, fecondamente, m'interrogava, oltre la misura delle mie modeste risorse, beninteso.
Nessuno oserebbe dubitare del primato di Giovanni Verga a fronte di Luigi Capuana, o di Francesco Petrarca a fronte delle multiformi frotte dei petrarchisti; del pari pregevoli cose ha scritto Ottavio Rinuccini, ma Tasso resta Tasso. Ora, al di là della triviale e ovvia distinzione, si vuol chiedere altro; ossia, data l'esistenza di un Canone letterario, storicamente determinato, siamo del tutto certi che considerarlo un mero catalogo senza interna gerarchia non sia solo un espediente per sfuggire al dovere critico di render condo di quella gerarchia, che intanto tacitamente c'è, incontrovertibilmente? Posto pure che l'indagine volta a determinare i fondamenti di tale gerarchia sia destinata al perenne scacco, come ogni indagine sui fondamenti, è più produttivo sottrarsene? O piuttosto è più utile l'azzardo dell'interrogazione, pur nella consapevolezza della precarietà e revocabilità delle risposte? La natura circolare dell'interrogazione non è in ogni caso da preferire alla soddisfatta pigrizia dell'acritico relativismo antigerarchico e alla boria del dogmatismo canonico, del resto parimenti infondati?
La prosa letteraria di Vincenzo Consolo raggiunge un livello di deautomazione linguistica tale da essere norma a se stessa, di qui la capacità di raccontarci il mondo come se fosse un mondo nuovo, sconosciuto, ignoto. Tale esito è raggiunto, peraltro, non già mediante infantili sperimentalismi di arbitraria rottura del codice, quanto in virtù della mobilitazione delle infinite risorse del codice stesso, altro che paludamenti manieristi.
La smisurata ricchezza lessicale ne diviene così tavolozza che sfuma o distingue con il vigore di un atto creativo; il sovrano dominio dell'architettura frastica ne rende la sintassi tessitura ritmica; donde la forma inaudita del suo stile, esercitato con magistrale responsabilità.
Salpato dal Catalogo delle navi, fa scalo presso i maggiori e i più grandi dei minori, penso a Daniello Bartoli, si rituffa nel mare manzoniano, con più complice gioia dei gorghi della colonna infame, e alla lanterna della lezione di malumore plurilinguistico di Carlo Emilio Gadda, longhianamente consapevole dell'uso gnoseologico della metafora, distilla i suoi panni linguistici nell'alambicco magico di Lucio Piccolo: ecco Vincenzo Consolo.
Ora, dice Italo Calvino, «Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia, in entrambi i casi è ricerca di un'espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile».
Nulla di più e nulla di meno può riferirsi alla ricerca letteraria di Consolo.
Detto ciò, letto e sottoscritto, tuttavia, prevedibilmente, mi coglie lo sconforto e comincio a temere che la mia delirante enfasi abbia annoiato Apollonio oltremodo, confermandone il sospetto, certo appena il sospetto, circa il vasto armamentario della non innocente stupidità dei Donnafugaschi (cfr. Nunzio La Fauci, Foglie di cactus, Pisa 2000).
Del resto, all'ironica generosità di Apollonio non può certo sfuggire che l'olivo e l'olivastro, talvolta, si aggrovigliano nello stesso inestricabile cespuglio.


A conforto dei miei tre disperati lettori, onde risarcirne la ferita pazienza, mi pare ora doveroso trascrivere, in calce, una pagina di Vincenzo Consolo che a me pare memorabile.

Seppellimento di Santa Lucia - Michelangelo Merisi da Caravaggio

Effigiò la santa come una luce che s'è spenta, una Lucia mutata in Euskìa, un puro corpo esanime di fanciulla trafitta o annegata, disposto a terra, riversa la testa, un braccio divergente, avanti a donne in lacrime, uomini dolenti, stretti, schiacciati contro la parete alta della latomia, avanti alla corazza bruna del soldato, la mitria biancastra, aperta a becco di cornacchia, del vescovo assolvente, dietro le quinte dei corpi vigorosi e ottusi dei necrofori, cordari delle cave o facchini del porto, che scavano la fossa. La luce su Lucia giunge da fuori il quadro, dalla pietà, dall'amore dei fedeli astanti, da quel corpo riverbera e si spande per la catacomba, a cerchi, a onde, parca come fiammella di cera dietro la pergamena.
Nel sentimento della morte che ormai l'ha invaso e lo possiede, Michelangelo è oltre la violenza, l'assassinio, è alla resa, alla remissione, al ritorno ineluttabile, al cammino verso la notte immota.
Un brusio prima, indi un vocio confuso e concitato si levò nella chiesa di Santa Lucia al Sepolcro al cadere del drappo che copriva il grande quadro. Si scomposero, si mossero tutti di qua, di là, sembrarono le teste creste sopra il mare sferzato all'improvviso dal grecale. Il vescovo, nei solenni paramenti, si levò dal seggio d'oro sopra il presbiterio, l'organo in cantorìa smise di sfiatare. Si levarono dagli scranni i giurati del Senato, si levarono tutti fra le navate. Il Minniti, accanto al Caravaggio, nel corno opposto al vescovo, fra i canonici, i diaconi, i padri provinciali, si mise a tossire secco, a sussultare, premette il muccatore sulla bocca.
Il vescovo lento avanzò nel piviale bianco, nella mitria, nel pastorale d'argento, si fermo avanti all'altare sfavillante di lampade, di miriade di ceri. Parlò gravemente.
̶  La Santa nostra Lucia ci perdoni, perdoni la nostra stoltezza e il nostro inganno. Noi non possiamo ora celebrare avanti a questo scempio, a quei brutali ignudi incombenti sull'altare, al cadavere reale della donna, a una santa priva di nimbo, a quello squarcio sanguinoso sul suo collo, ai fedeli impiccioliti, al vescovo nascosto …, non possiamo celebrare il santo sacrificio della Messa, non possiamo benedire questo quadro. L'artista capisca e si studi d'aggiustare …
Michelangelo, il cappellaccio in mano, si portò avanti al vescovo, lo fissò muto, il ghigno sulle labbra, s'inchinò, discese dal presbiterio, afferrò per il braccio Martino e, percorsa insieme al paggio la navata, sortì nella piazza vasta, nella luce del mattino.

Vincenzo Consolo, L'olivo e l'olivastro, Milano 1994.

sabato 31 gennaio 2015

Per Fidia. Esercizi

Compongo ad una certa foggia mia,
che, se volete pur ch'io ve lo dica,
me l'ha insegnato la poltroneria.
Francesco Berni


I conflitti perversi sono un regolamento di canti



Se questo è un gatto























Anagrammi

Walter Siti = travestili, slitteravi, levi strati
Tempesta solare = esplosa: tremate!
Angelino Alfano = annegalo in fola
Meteora = rotea me, ora teme, ero metà: è omertà



Tmesi e crasi

Lontano l'ontano, l'onta no
Son di marmo: m'armo
Chi ama chiama chi ama
Me tapino, metà pino
Così Bian ci ardi
A Ravasi: ara vasi, aravasi
A farfalle, a far falle
Grecismi freudiani: Oral éta, Anal fa beta
Sol chi non lascia solchi non lascia
Contesto a fronte
Rimbaudolino = Rimbaud, Baudo, Baudolino, Lino



Afèresi e altro

Anni al sole
Ph. Robert Doisneau



















Con lustrissima pistola strologò levando stremo sbergo al talico onor
La lingua batte? E allora? È un mestiere come un altro
L'articolo diciotto è sciagurato ma non si tocca, perché teme di diventare cieco
Poiché da un solo amore ne abbiamo dedotti molti (Dionigi Aeropagita*)
*Da non confondere, si capisce, con Dionigi Areopagita o Pseudo Areopagita, Zeus ne scampi.