domenica 28 aprile 2013

Con le migliori intenzioni


Nel doppio paginone di Repubblica di domenica 28 aprile 2013, con profluvio di box esplicativi, sotto il titolo “Il Twitter della porta accanto”, sostiene Emilio Marrese che la roba di cui si occupa è “cazzeggio all’ennesima potenza”, ma soprattutto “satira dal basso”. A conferma di  questo enunciato tematico, egli presenta una rassegna dimostrativa, con pedante e pornografica cura del dettaglio circa la contrada d’origine e la professione delle twittstar intervistate. Donde, il progettista web abruzzese, la tipografa di Olbia, la violoncellista romana, l’economista calabrese, l’ingegnere sardo, il contabile pugliese. Giunto a tal segno, il giornalista di Torrespaccata o Centocelle, mi sfugge il dettaglio, ha compiuto la missione dell’articolessa, consistente nel menare condiscendente e ammirato stupore per i “tanti anonimi di successo”.
Alla soddisfazione per il giusto tributo riservato alle persone passate in rassegna, talune davvero formidabili, sale tuttavia un profondo disgusto per il non detto che costituisce la miserabile premessa implicita del povero giornalista del Tiburtino o del Prenestino, mi sfugge il dettaglio.
Secondo la teologia elementare dominante, infatti, il progettista web progetta, la tipografa tipografa, la receptionist recepisce e la violoncellista violoncella, il resto è loro precluso, massime pensare e anche scrivere. Quando e se ciò accade, si tratta di eccezioni da zoo della società dello spettacolo.
Sfugge al giornalista di Torreangela che la divisione del lavoro in questo angolo di mondo non ha natura tecnica, e pertanto, che il ruolo assegnato a ciascuno non dipende dal talento e dal sapere posseduti ma da ben altri fattori interamente dovuti alle ferree leggi della divisione sociale del lavoro. Con le dovute eccezioni, beninteso.
Siccome non c’è da chieder troppo ad un povero articolista di borgata, nondimeno, sommessamente si vorrebbe ricordargli l’efficace massima scespiriana: "Ci sono più cose in Cielo e in Terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia".
Perché non chiedersi, piuttosto, per quale ragione tanto talento diffuso non trovi ruolo sociale, mentre solenni cretini di squisita ignoranza sono mantenuti da preclare istituzioni culturali?
Ma questo è un altro discorso.
Ebbene, conviene che ci si rassegni: vi sono umili insegnanti capaci di giochi linguistici mirabili, impiegatuzzi che dominano la forma epigrammatica, tipografi capaci di associazioni fulminanti, disoccupati, dio ne scampi, che smontano e rimontano le parole con acutezza raffinata. Proprio così, signora mia, non c'è più religione.

domenica 21 aprile 2013

Sopra la carta la capra campa

SECONDA CRONACHETTA


Prefatio

Dove si narra della passione prima felice, poi dolentissima e funesta, di un consigliere comunale per le fotocopie.
Un innominabile legislatore deliberò, ormai sono tanti anni, una legge sciagurata che assicurava il diritto d’accesso agli atti amministrativi per i cittadini con un interesse giuridicamente rilevante. Poi, al culmine dell’irresponsabilità più efferata, si giunse a varare il famigerato art. 43 comma 2 del Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267 che riconosce ai consiglieri comunali il diritto di accesso a tutti gli atti utili all'espletamento del mandato, senza alcuna limitazione. In realtà qualunque interprete, o parlante italiano dotato di ordinario buon senso, ancorché privo di qualunque rudimento di diritto, comprende che l’espressione “tutti gli atti” significa atti di qualunque genere e tipo, ossia indica una totalità qualitativa. Per contro con perfida dabbenaggine l’espressione “tutti gli atti” è stata interpretata come una totalità quantitativa, con esiti catastrofici inimmaginabili. La giustizia amministrativa in tutti i gradi di giudizio è stata chiamata, con innumerevoli ricorsi, liti, procedimenti e sentenze, a tutelare un simile smisurato diritto. Vi sono stati consiglieri comunali che con fermezza impudente hanno richiesto la copia integrale di un Piano Regolatore Generale, che è un mostruoso atto formato da decine di faldoni alti trenta centimetri ciascuno. Senza tema d’enfasi indebita, si può senz’altro affermare che raramente una legge ha avuto effetti più devastanti.
Infatti, al danno incalcolabile per la giustizia si è aggiunto l’incommensurabile disastro patito dall’ecosistema, per l’immensa quantità di carta consumata: intere foreste sono state rase al suolo e vaste aree del pianeta sono oggi desertificate per soddisfare il diritto ineffabile del consigliere comunale di possedere le fotocopie indispensabili all’esercizio del suo mandato. La dimensione del problema, del resto, non può prestarsi ad alcuna sottovalutazione, sol che si consideri che in Italia vi sono 8.100 comuni che in media eleggono 15 consiglieri ciascuno. Ne risulta una massa di 121.500 eletti con il diritto alla fotocopia di tutte, ma proprio tutte, le carte utili e inutili prodotte dalle loro amministrazione. Un immenso esercito di barbari che inarrestabilmente avanza verso lo sterminio inevitabile d’ogni arbusto o patriarca, insensibile per la bellezza delle foreste equatoriali o di quelle tropicali, dei boschi cedui o delle fustaie.
Sic stantibus rebus ...


Il duello finale del film Per un pugno di dollari di Sergio Leone vede fronteggiarsi Joe-Clint Eastwood e Ramón-Gian Maria Volontè. Al culmine della tensione, Joe ripete le parole che amava dire Ramón: «Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto».
Questa sommaria divisione del mondo tra uomini col fucile e uomini con la pistola era divenuta il fondamento dell’antropologia elementare del Consigliere P. — ovviamente mutatis mutandis. Ossia, le armi erano soppiantate dalle fotocopie, notoriamente strumenti micidiali e terrificanti tali da inquietare perfino Bush, il grande statista notoriamente assai sensibile al tema delle armi di distruzione di massa.
Con passione sperticata e divorante egli le ricercava, accumulava, collezionava, allibrava, archiviava e compulsava, così da far risuonare infine la terribile frase: «Quando un uomo con le fotocopie incontra un uomo senza fotocopie, quello senza fotocopie è un uomo morto».
Ciascuno, è vero, ha le proprie inclinazioni, de gustibus. Non desta più scaldalo ormai alcuna nefandezza, in tempi grami di relativismo etico, come amava ripetere il Santo Padre Emerito.
E a ben guardare le fotocopie, di per sé, sono oggetto apparentemente innocuo: meglio accanirsi su carte imbrattate che su vecchi, donne e bambini. Insomma, c’è di peggio. E però, com’è noto in psichiatria, l’oggetto del disturbo non è rilevante, poiché conta di più la natura della relazione ossessiva, per definire la gravità di una patologia. Ora, il consigliere P. manifestava una bulimia, anzi una libidine, vorace e irrefrenabile per il suo oggetto di passione: le fotocopie.
Come uomo assetato in prossimità illusoria di un’oasi, intuita l’esistenza di carte, strabuzzava, scalpitava, si stropicciava, per catafottersi, infine, su pile babeliche di dissetanti fogliazzi inchiostrati, come se fossero limpida fonte rigeneratrice, tocco di femmina irresistibile, o altri scrigni di piacere. Il suo appetito incontinente e collezionistico del tutto indiscriminato non tralasciava nulla: egli ardeva di possedere ogni foglio, purché debitamente riprodotto. Come il Don Giovanni di Mozart non disdegnava alcuna donna, tanto che Leporello poteva cantare il celeberrimo elenco delle sue conquiste:

In Italia seicento e quaranta,
in Lamagna duecento e trentuna,
cento in Francia, in Turchia novantuna,
ma in Ispagna son già mille e tre.
V'ha fra queste contadine,
cameriere, cittadine,
v'han contesse, baronesse,
marchesane, principesse,
e v'han donne d'ogni grado,
d'ogni forma, d'ogni età.

Così il consigliere P. avanzava eroicamente, con passo ardito e sprezzo del pericolo, all’assalto di ogni fotocopia disponibile. In vista di ogni faldone, egli vedeva un Piave mormorante che ad ogni costo doveva essere "valicato" trionfalmente alla conquista dell’agognata riproduzione. 
Altro che fantasma che s’aggira di qua e di là, in carne e ossa, invero, s’avanzava un homo cartivorus incontinens, tormentato da pulsioni violentissime e primordiali, che con tensione suprema affermava i suoi dogmi:
Fotocopia e moschetto consigliere perfetto
Credere fotocopiare combattere
Fotocopie o Muerte
É l'aratro che traccia il solco, ma è la fotocopia che lo difende
Alimentato da tale diuturno e pervicace impegno, il suo personale Archivio Universale Quattrocani della fotocopia era divenuto smisurato e immenso, ogni riproduzione dello scibile vi aveva posto: la Library of Congress al confronto era uno scantinato, il Beaubourg una cosuccia. L’Archivio Quattrocani conteneva, dunque, di tutto; tanto che era trapelata la voce che vi fosse gelosamente custodito persino il documento del passaggio di Garibaldi in Sicilia, al tempo della spedizione dei Mille. Pare che in una teca di forma ovale, con protezione di cristallo antiproiettile, su fondo di velluto rosso, fosse conservata la carta igienica usata dall’eroe dei due mondi, in fotocopia, si capisce. Alcuni storici avevano dubitato dell’autenticità del documento attribuendolo a Nino Bixio, che notoriamente talora ne faceva le veci. Ma con incontrovertibili argomenti, divenuti bibbia filologica della storiografia garibaldina, il consigliere P. aveva dimostrato l’autenticità eroica della sua riproduzione, affermando che coloro che lo contraddicevano erano in aperta malafede perché storici comunisti.
Un evento imprevedibile, però, giunse a turbare irreversibilmente questo equilibrio riproduziofrenico. Un maledetto giorno il consigliere P. scoprì due faldoni maggiorati ricolmi d’ogni ben di dio. Ne chiese immantinente la riproduzione integrale, anzi integralissima, con copie in A4 perfino della crusca degli interstizi, ma ne ottenne imprevedibilmente un immotivato e disgustoso, ostile e ostruzionistico diniego. Apriti cielo. L’homo cartivorus in preda ad un raptus licantropico, con le narici dilatate fino a smisurate froge, gli occhi iniettati da manzo infuriato, percolante freddi sudori, si scagliò come una mandria impazzita contro i nemici. Ma come? Dopo avergli fatto annusare, vedere e perfino toccare un cosi seducente tesoro, tale da procurare sconvenienti e incontrollabili accessi erettili perfino a un morto, gli si opponeva adesso un rifiuto tanto crudele?
Lo trovarono sopra un ballatoio, afferrato ad una balconata, che ululava, latrava, delirava accuse irripetibili contro i rinnegati e turpi denegatori, infine, urlando imperterrito:
«Vogliooo le fotocopieee!!!»
«Voglioooooo le fotocopieee!!!»
Più o meno come Ciccio in Amarcord che, fuggito su un albero, urlava a squarciagola: «Voglio una doonnaaa!»
Ma vivaddio, meglio Ciccio.

martedì 26 marzo 2013

Tweettiadi 2/13


Cinguettii ‏a @DanteSommoPoeta

Marzo 2013


La voliera della mummia

Or che sei canne son fraterno afflato
Mentre una sola è crimine punito
Esulta il nan sol d’orge appassionato

Non si smentisce mai l’alto statista
Sol fole ciancia a ogni piè sospinto
Or partigiano ed ora neofascista

Sia di stravizi nemesi tremenda,
Ma provvida uveite sopraggiunta
Vuol sol ciecar vertà con vana benda

Oh l’occhio, l’occhio vede doppio ‘oppio
Ora un cocchio e ora un marmocchio
Non son pinocchio, ahimè, ma sol pidocchio

Ma quante volte viene Berlusconi
Lo sa ben a puntin la sua fantesca
Addetta a lui cambiar li pannoloni

Lubrìco e danaroso begolardo
In campo venne sol per sé salvare
Tenendo menti altrui qual vile lardo

Geme Gelmini tirando neutrini
China sul nano ne spaccia le fole
Ne loda ogn’opra, perfin li p.

Il pensiero cosentino dominante
S’Alfano passa il Volturno amato
Dell’acido berrà senza schiamazzi
Poi penserò al Verdin riverginato

Il Minzolini leccator cortese
Con sua lingua di liana tarzanesca
Catturò laticlavio genovese

Alì Bobò conquista il Pirellon
Al grido di battaglia levantino:
"Riaprite 'l Suq, avanti miei ladron"

Vincenzo Monti Omer volgarizzò
Or Mario s'erge a salvatore sommo
Con tal vaghezza ch'ognun s'addormentò

Fole, fandonie, promesse e menzogne.
Parole morte d’esangui artifici
Presto ostinato di tristi zampogne


Il maliardo in Casa Leggio

Con "vaffanculo" e "menefotto" e lazzi,
Pur atellane e ricchi fescennini,
Sedusse cuor ma or son veri cazzi

Urge sciacquar li tuoi ordigni in Arno
Ché già parole grevi abbiam udito
Trivio e subburrra omai titilli indarno

Plaza de Mayo 

Francesco or sale al sacro soglio,
Par ch’umiltà lo guidi nel cammino.
Ma ai desaparecidos dia cordoglio


Esercizi di bile


Latrati

Memento: Imago Montis

Povero Silvio, ogni volta o vince le elezioni o sale nel regno dei peli

Silvio e l’uveite. “È tutta colpa di Ilda, perché vietando le cene eleganti, mi ha condannato ad un perenne onanismo, tanto che ora son quasi cieco”

Processo Unipol
Dall’arringa di un difensore: «Non sia offesa la giustizia: la bobina Unipol non può essere supposta deretanea berlusconicida. Ma va' là, non de retro.»

Androide berlusconide: il paggio laser

Libero Beldietro: a posteriore ha sempre ragione

La rivincita degli irsuti: il pil sommerso non è superfluo

Agguato di mignottocrati assatanate ad un ex PM che fugge ad Aosta urlando in forbito italiano: "Fimmini infernali, che vi ho scippato la mutanna?"

La Russa dixit: “Quando incontro Alex Drastico gli stringo sempre la minchia, e lui la stringe a me: noi siamo per una virile amicizia inferiore.”

Da Castelgandolfo a Piazza del popolo
Sacre coniugazioni: io papa, tu papa, egli papi

Notturno nietzschiano
Coltre uomo


Nuovi proverbi

Travaglio d'asino non sale al cielo

Il buongiorno si vede dalmatino

Non tutti i mali vengono, qualcuno fa cilecca


Anagrammi

Angelino Alfano: "Nega falli 'o nano"

Irene Tinagli: "Le trine in agi".

Mara Carfagna: "Far magra rana"

Michele Santoro: "Latore schemino"


 Esercizi

Omoteleuti Giovani
Giovanardo testardo et codardo, vegliardo sguardo da tardo balordo, dardo bugiardo et begolardo

Omoteleuti ortotteri
Zillo da caudillo brillo

Paronomasia panvocalica
Half Hano, al phon alfine fende e farfuglia 

Tmesi alpina
Lo sci a callo

Tmesi po’ litica
Il Centro è “l’ago della bilancia”, “Là gode labil ancia”

Tmesi grulla
Obbedir col capo: movi mento o olio grillicino

Tmesi sibillina
Bene detto fu XVI: abdico, ma non deduco, né abduco. Indico.

Epigramma intimo
Silvio, l'uomo che non yamamay

martedì 12 marzo 2013

Dai «Dialoghi con Leucò» di Cesare Pavese


Ad @atrapurpurea rosavestita e a @Ninninedda virtuoso


In famiglia, frammento del dialogo di Castore e Polideute

Lipogramma in o

C.: Lascia fare agli Atridi, l'avvenire li riguarda.
P.: Ma Elena è nata dalla stessa madre che nutrì anche te e me.
C.: Si sapeva che sarebbe scappata via da Sparta. È femmina da vivere perduta in una reggia?
P.: E che desidera?
C: Niente. Lei ha questa sfuggente e inquieta natura. È la stessa bambina di sempre. Ed è incapace di prender seriamente legami e imenei. Né serve inseguirla. Vedrai che in avvenire sarà insieme a te e a me.
P.: Chissà quale vendetta spietata prepara la famiglia degli Atridi, furente e assetata di sangue. È gente terribile che sprezza le ingiurie, per hybris pari agli dèi.

domenica 17 febbraio 2013

Dante, i’ vorrei che tu Starry ed io

Dante, i’ vorrei che tu Starry ed io,
Insiem con l’inclita sodal brigata,
Lungi s’andasse al voler vostro e mio

Sì da lasciar esta nazion malnata,
Che sol servaggio pare disiare.
Mite e crudele, vaga e avvelenata

Presta a corsari e guitti incoronare.
Lassa e infelice per una picciol parte,
L’altra metà, pel suo particulare,

Spregia virtù e sol baratta e sparte,
Tronfia e corrotta, prava e smidollata
Degna davver che con tua somma arte

A Malebolge sia tosto confinata
Quando non merti pria già ‘l pozzo oscuro
Ovver la Ghiaccia orrida e gelata.

L’esilio nondimanco pare duro
Quale destin, per quell’incantamento
Che coglie li cultor dell’idiom puro.

Indi repente sorge il sentimento
D’allontanare il calice irritante,
Per sopportar ancor lo turbamento

De la sciagura d’oggi repugnante.
Chè forse passerà come la neve:
Pria l’uragan poi il gocciolare lieve.

domenica 10 febbraio 2013

Master Sceffo

Dalla cucina poetica di Cecco Angiolieri


S'i' fosse cuoco, arderei 'l pollo;
s'i' fosse pentola il cucinerei;
s'i' fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i' fosse pio, piagnere' l’ammollo;

s'i' fosse papa, sare' allor satollo,
ché tutti i capponi i' m'ingollerei;
s'i' fosse 'mperator, sa' che farei?
A tutti mozzerei lo capo e ‘l collo.

S'i' fosse fritto, andarei da mi' padre;
s'i' fosse salsa, fuggirei da lui;
similemente faria da mi' madre.

S'i' fosse Sceffo com'i' sono e fui,
torrei le polle giovani e leggiadre:
le lasse e vecchie lasserei altrui.

domenica 27 gennaio 2013

Un candido dono

Ferraglia e bachelite disanimate, a germirle lasciano la mano attaccaticcia, ancorché l’artiglio di un freddo fiato talvolta ne sprigioni, dischiudendo all’attesa il deserto insostenibile dell’evidenza.
«Dimmi, dimmi ancora dei tuoi falsi amici irlandesi», ma che cosa resta da dire quando la fragranza di un respiro dilegua.
Giornata inutile. Sveglia colazione lavoro casa tivvù. Poi quella voce di miele di fiele.
«Signore buonasera, lei non mi conosce, ma la prego, non riattacchi, non le voglio vendere enciclopedie, beh sì qualcosa vendo, ma non enciclopedie. Allora si chiederà che cosa. Mi creda, qualcosa di davvero speciale, sa? sono alta e magra, bruna e molto attraente. Ho ventottanni, le ciglia spesse e le labbra folte, sì insomma al contrario.»
«Guardi ha sbagliato numero, la prego mi lasci in pace, stavo leggendo, ecco, le do la buonanotte e un buon consiglio: al prossimo cliente dica pure di essere una studentessa, è una trovata formidabile.»
«Ah stava leggendo? Che bello. Che cosa?»
«Le operette morali... contenta? Buonanotte.»
«No, non riattacchi, ho bisogno di soldi e se m’impegno sono molto brava a letto.»
«Ma via la pianti, di soldi tutti abbiamo bisogno. Senta non sono interessato. Punto e basta.»
«La prego mi lasci venire a casa sua, che ci guadagna a restare solo soletto. Io sono carina, la farò divertire. Per sole trecento euro. Perché vuol fare il passero solitario e morire di noia? Tanto lo so che non ha nient’altro da fare.»
Ragioniamo. Vendita aggressiva, ma non professionale. Impertinente, ma il tono non è da imbonitrice esperta. D’altronde trecentomila sono appena il guadagno per una lavatrice. Eppoi, in effetti, che noia dopo una giornataccia di frigoriferi e telefonini, aspirapolveri e televisori, bolle fatture sconti e clienti. Magari. Chissà, forse non è sfatta dal mestiere.
«Senta signorina...»
«Candi, mi chiamo Candi.»
«Che coincidenza. Senta, non ho capito bene, ma quanti anni ha?»
«In che senso coincidenza? Beh sì, non proprio ventotto, quasi ventiquattro. Sì, veramente mi chiamo Candida ma è lunghissimo e così tutti mi chiamano Candi, le piace?»
«Immensamente: originale e fresco di bucato.»
«A settembre sono stata in Irlanda. E lì nessun compagno di classe voleva credere che Candida fosse il mio vero nome. E tutti a chiamarmi Kandy di qua e Kendy di là, con naturalezza e senza burlarmi minimamente. Qui, invece, che tormento. “Lava-trice, lava-trice, lava-trice”: così mi hanno abbaiato dietro per tutti gli anni del liceo.»
Dietro la porta un viluppo di effluvi incoerenti e un respiro corto e faticoso che abitava un’attesa impervia e come sospesa nella vertigine dei fili cedevoli d’una ragnatela. Poi la levità di un ingresso studiato e fiorito di sorrisi ammiccanti e teneri, fuggitivi e ingenui, ghirlande perplesse di una disponibilità solo ostentata e inverosimile. Ma sei una bambina o una donna?
«Si capisce, gli irlandesi sono educati e mitissimi, ma forse dipende anche dalla lingua e dagli elettrodomestici.»
«Sì, però, comunque sia, per me lì è stato bello. Via, mi lasci venire a casa sua. Duecentocinquanta? Vede, non chiedo molto.»
«Signorina...»
«Candi, mi chiamo Candi.»
«Sì va bene Candi, ma le pare modo? Sceglie un numero a caso, chiama nel cuore della notte e mi racconta un bel po’ di frottole per condire la proposta del servizio a domicilio. Ma che cosa le passa per la testa? Perché poi io e non un altro?»
«No, mi scusi, mi ascolti: non l’ho affatto chiamata a caso.»
«Ah no? Gliel’ha detto qualcuno? Ma no! Che sciocco! Come non capirlo! Ha trovato il mio numero sulle Pagine Gialle alla voce Satiri Pigri.»
«No, mi creda, niente di tutto questo. Ho scelto proprio lei perché si chiama Nirvano.»
Pochi fremiti diruparono dal suo seno acerbo, solo una frigida tenerezza dilagava dai suoi occhi, che talora però si annuvolavano in una proterva determinazione di vetro e di roccia. Non alitò mai né gioia, né desiderio, né gemiti mentiti. Anzi. Mani inesperte. Gesti frettolosi. Mi chiese presto di poter prendere un bagno. Passò del tempo. Poi altro tempo.
Aveva ancora fissa nello sguardo la stessa tenerezza stupita e impenetrabile, mentre riposava nel gorgo dell’amnio scarlatto nutrito dai suoi stessi palpiti. E due asole sdrucite nei fragili polsi stillavano veloci nel lavacro d’improvviso divenuto feretro, brumoso e mesto.
«Sì, Nirvano è un nome bellissimo, invita a perdersi e a naufragare in un istante.»
«Ma guarda un po’ che mi tocca sentire. Bene, venga pure. Duecentocinquanta, però. E non un euro di più».

domenica 13 gennaio 2013

Tweettiadi 1/13


Cinguettii ‏a @DanteSommoPoeta

Gennaio 2013


Al di là del pene e del male

Sua Santwità sui gay tuona e saetta
Le donne poi son tempio del demonio
Tal è bontà infin ch’il cor gli detta?

Tra le follie che riempiono lo mondo
v’è che Razinga sprezzi nozze gay
ma con li froci suoi sia tremebondo.

L’aborto sì che turba et alma abbaglia
Non dolor di donna e madre gli ripugna
non obiettor e pur altra canaglia

D’eutanasia in Vatican si taccia
Eluana ancor il nostro cuore stringe
Vostra moral il mal pel bene spaccia

Don Corsi a Lerici
Lasciate ogni speranza o voi ch'enfiate
La patta altrui con vesti invereconde:
Con vostro pel nostra ragion traviate!

  
Il montismo, malattia senile del neuroliberismo

S'un liberista gonfi a tutto spiano
Sì che divien dell'orbe salvatore
Ti porta via perfin lo deretano

RodoMonti che in superbia sale
Berlusconi che spaccia vil cazzate
Del ben comun a niun importa e cale

Sei gennaio 2013
Nel mezzo del cammin quei vaghi Magi
Raccolta sul sentier brutal agenda
Rifecer tosto via per lor palagi

D'in su la vetta della torre antica
Passera solitario omai dispera
Per la sua sorte cruda et inimica.
Tu solingo augellin venuto a sera
Ferito al sol del già lontano Monti
A chi vuoi ora dispacciar tua pera?



La campagna d’ignavia della Mummia

Che Berluscon fia patto con la liga
Sola cagion sarebbe la follia
Ovver l'oblio coatto della f.

Non morimmo alfin democristiani
Ma tra minchiate vaghe et assortite
Finisce che crepiam berlusconiani

Par che cinga il nan ancor la palma
D'eversor dei nemici comunisti,
Dal furor sgominati d'una salma?


Dal giudice a Berlino

Alfin non puote manco la pietade
Con falsità e infamie spudorate
Riuccidon Cucchi e nostra libertade.

Al vil Sallusti bensì la grazia date
Per quei ristretti a guisa d’animali
Crepi pur Marco, son anime dannate.

Al Lapo al Lapo


Furto nella villa uruguayana di Lapo Elkann. I ladri sono stati messi in fuga al grido:
«Al Lapo, al Lapo!»

Dopo il furto, le prime dichiarazioni di Lapo: «Ladri no style, rubare a Goga le collanine is bad, ma lasciare my glasses stilose is very stupid».

Maxi-rapina a Lapo: si sospetta una «talpa», che voleva rubare i Velvet Glasses by Thamarro e per puro errore ha portato via solo quattro collanine da € 3,5 milioni.

Nuove dichiarazioni di Lapo: «I ladvi hanno pveso 3 milioni di gioielli, ma non hanno toccato i miei pveziosi occhiali Tamarrostyle: ah ah ah che cvetini».

«Asini e picciliddi, diu l’aiuta» (proverbio siculo-confuciano)

domenica 16 dicembre 2012

La lupa del serraglio


Frammento del poema cavalleresco

La Mignotteide

di Manfredi di Ratumemi


La rigonfiata e vaga meretrice,
di Messalina allieva in arti rare,
gode d’onori che manco Beatrice.

Già fu maîtresse d’arcòreo lupanare
fido pastor dell’harem del signor
sola guardian delle pudenda care.

Ind’il Sultan d’Italia reggitor,
come Caligol suo caval pugnace,
lei stessa nominò legislator.

Fu gloria tuttavia assai fugace
ché frugar minchie sculettando ignude
giov’alla carne ma allo spirto tace.

S’alza ‘l sipari’ or sopra la palude:
a carne serva fu sì prostituito
il ben d’ognun ch’altri disperde e illude.

Vorrei sol dir a la novella Taide:
resta pur china alle tue opre laide,
compra col tuo danar però le creme
per lo tuo cul ch’un tant’al chilo freme.