sabato 20 luglio 2013

Tweettiadi 3/13

Sparse terzine ed errabonde

Luglio 2013



Attonito al nunzio del palagio
Si guarda indietro or il Belpaese
Per tem ch’ombrellincul dicesi saggio


I nemici di Silvio

Ei tuona al vento contro la vil razza
Ch’oscura e nega la vertà evidente:
Ei sol fu vincitor de la gran mazza.

Son nette le mie man d’ogni lordura,
È bella l’alma sol d’inveir satolla
La speme altrui è inver una iattura.

Concedasi ch'è grullo P. Bersani
Ma non minor grullaggine è opinare
Che Rodotà volesser quei caimani.

Letta Enrico distinguer non si puote
Dallo zione ciambellan del nano:
Dorati servi e belle teste vuote.

Or Severgnini opina in rima alata
Ch’Enrico Letta ce la mette tutta,
Di che stupir se ‘l nan è la sua tata?

Additi bene ahimè quel gran fetore:
Lo star nella prigion del nano sfatto
È com'offrir a Ugolin in pasto 'l cuore.


Razza padana

Il Manfredin pon porci nel giardin
A guisa d’islamisti deterrenti.
Così Lega ‘l razzista col cretin?

Son borborigmi ossitoni e silvestri
Nel dir padan del fine dicitore,
Quando non sono sol rutti pedestri.


L’esercito di Silvio

L’esercito di Silvio ‘n campo venne
Col cul armato scorreggiò a trombetta,
Ma lingua e deretan ben ritti tenne.

Non fu giammai né vil né punto nano,
Ma generale eroico e coraggioso,
Pilosofo de vulva e deretano.

La devozion perversa è una iattura,
Come dimostra l’empio Giovanardi,
Del pio malvagio mai v’è stata cura

Lo Fo o non lo Fo, quale dilemma!
Non è nobìl dir a Brunetta nano,
Più giusto lo nomar perduto sperma.

Alfano s’è montato pur la testa:
«Specchio delle mie brame,
son certo io il più bello del lettame?»

Distico penitenziale per la Beata Mariastella.
Giammai marziano ordigno od altr’arcano,
Amo di folle amor sol nano arcoreano.


Fiori immarcescibili

Exit.
«Ah, non credea mirarti sì presto estinto, o divo,
furasti al par d'un clivo ogni vertà e mistero»

Sian celebrate esequie a Notre Dame
Scatola nera pria però si cerchi,
Perché da verità s’alzi ‘l velame.

Diavoli presto via ogni ragnatela,
Garage Olimpo riapra all’occasione,
Bussa a la porta quel boia di Videla.

sabato 13 luglio 2013

Tra pleroma e κένομα

Al fine pensatore celato nelle discrete spoglie di @AsinoMorto

Estasi metafisiche

Sutra d'odio
Oh dio la purezza: il cuore spezza. La noia ostinata della risacca, un'onda uguale che trascina intonsi relitti in una inutile notte illune.

Sutra enoica
Lottò eroicamente tra la vite e la botte: sorso per sorso, come un bacco da sete. L’oro dell’alloro cincinse.

Meditatio cacartesiana
Marco Vyšinskij Travaglio: purgo ergo sum.

Sutra del deliquio post pastum
L'Angelo, in cotonate piume variopinte, declama in canto: «Casto divan, abbi occhi, greve palpebra kalò kai agathos.»


Antinomia gnoseopubica courbetiana
.
L’origine du monde vuole solo épater le bourgeois, è attingimento meramente fenomenico: il vero realismo è pura speculazione.
.
L’origine du monde è monismo euristico, faglia trascendentale dell'essere o dialettica ferita del nulla, noumenico occhio del pazzo di Sinope.

giovedì 11 luglio 2013

Carme presunto in sacri vincoli

Settenari anagrammatici con le lettere di “Osservatore romano”



Or tesse trame vane,

Or santo orror assevera,

Or smessa vertà e morta

Mesto manovra torvo.

E sovra astratta orma,

Vastaso et arretrato,

Mette serto ottomano

Osservator romano.

domenica 7 luglio 2013

Esercizi e refusi

Labil balli. Il tango dell'orango di rango è un fandango di fango.

Sogno o son pesto? "Duce in nuce" anagramma "Cucine nude".

"Maurice Ravel" anagramma "Mai levar cure".

Obtorto pollo.

Chiasmo mingente: il partito liquido o liquido il partito.

Doppia lettura dal fiordo di Ringkøbing, Danimarca:
"Cartha Godelen da est".

Per dire una paroLetta
- Mo' Letta tiene il coltello dalla parte del panico.
- E allora perché ha sempre Silvio nella nuvoLetta?
- Ahimè, zoccoLetta!

Anagramma del franco tiratore: “Rancore rifatto”.

Epifani ah, a chi rechi oro, incenso e mirra?

Mal fieri: calli calli calli, fortissimamente calli.

Italo Calvino, leggerezza in anagramma, "Con alati voli".


Riscrivendo gli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini

Ellenismi
Tricologo per eros d’aletheia anatemizza l’epifania di cinici cani isterici omologati da una barbarica egida capellona
Ossimori
Glabra mente crinita, ricolma di vuoto pneumatico, i cui brevi pensieri fluenti zampillano come lingue di fuochi fatui.

Per tutte le P di Pier Paolo Pasolini.
Puri Peli Pindarici, pria Pravi Pavoni Pelosi poi Proni Parrucconi Pugnaci.

"Sacra rota" terrore dei fedeli, in anagramma: "Castra ora", o per Pier Paolo Pasolini "Castro ara", ma per i melomani "Tosca rara”.

Omoteleuti & onomatopee
Senza memorandum né addendum, fu boom al referendum. Rum e lepidum drum sull’ultimatum dum-dum del tedeum.

Litoti
Non certo a Casarsa vidi i primi capelloni. Tutt’altro che loquaci, non parvero di destra. Poi neppur tanto di sinistra.

I dubbi del nonno

A chi ti vuol percuotere perché al parcheggio hai allungato 20 cent: porgi l'altra mancia?

Lennon sa chi Yoko s’Ono?

Patti chiari e amicizia bungabunga?

Prima respingi e irridi un corteggiatore genuflesso, ma poi t’incazzi perché va a puttane?

«Caro sello Caballero e fuggiamo via dalla pazza folla», lo disse Carmencita?

Nuove serate eleganti. Trucco leggero, tubino nero e v'è Letta?

Lo Fo per la precisione: in stilistica strutturale Brunetta è 'n anacoluto?

Per principio, il mio stile è grave, calcolato e newtoniano: me la tiro?

«Aspettando godo», lo disse Leopold von Sacher-Masoch?

Di solito, se chiami a casa un medico, lo fai per curarti, un idraulico per riparare impianti, ma se inviti a casa 30 escort, poi ci reciti il rosario?

Lia: - Giochi a squash?
Paco: - No, non so nuotare.

martedì 11 giugno 2013

Postilla a Goldberg

A guisa di ringraziamento ad

Hassan Bogdan Pautàs ‏@TorinoAnni10 e Paolo Costa ‏@paolocosta


Ebbe fama inconcussa un calciatore di gran classe che inventava finte complicatissime e raffinate e parimenti del tutto inefficaci. I difensori, infatti, non le capivano e perciò lo fermavano regolarmente.
Era colpa degli ottusi difensori, ovviamente.
Johann Sebastian Bach fra il 1741 e il 1745 compose l’Aria con diverse variazioni, dedicata a Johann Gottlieb Goldberg, il quale, secondo la leggenda, doveva eseguirla per servizio di conforto dell’insonnia del conte Hermann Carl von Keyserlingk.
Sennonché a Bach il genio sfuggì di mano e profuse nelle Variazioni la mathesis del suono, raggiungendo il vertice ineguagliabile del capolavoro.
Il dedicatario clavicembalista ne rimase insonne per l'ammirato stupore, del riposo notturno del conte né punto né poco ce ne cale.
Ora, interrogare nei suoi presupposti critici un’esperienza allo stato nascente, mi pareva una necessità irrinunciabile.
Di qui l’auspicio che Goldberg continuasse a restar desto, malgrado la bellezza delle Variazioni, ossia, malgrado l'appassionato e imprevedibile successo del gioco della letteratura aumentata.

sabato 8 giugno 2013

Il punteruolo e la civetta

Ai #corsari pronti a salpare, in lode del pensiero critico

Leonardo Sciascia era un razionalista visionario. L’ossimoro è solo apparente. Infatti il retto uso della ragione, ribaltando in modo radicale le idées reçues, genera un nuovo sguardo sul mondo, riuscendo talora più sorprendente dei vani parti dell’immaginazione.
La ragione critica, dunque, è profetica.
Nel Giorno della civetta egli concepì la metafora della linea della palma. «Forse tutta l'Italia va diventando Sicilia. A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno.» Per cogliere il valore di queste parole, basta notare che furono scritte intorno al 1960.
Ben lungi da un uso retorico, ch’egli avrebbe senz’altro disprezzato, il senso profondo della metafora della linea della palma si coglie alla luce di un freddo e non autocompiaciuto giudizio che in altra parte dello stesso testo Sciascia formulò.
«La famiglia è l'unico istituto veramente vivo nella coscienza del siciliano: ma vivo più come drammatico nodo contrattuale, giuridico, che come aggregato naturale e sentimentale. La famiglia è lo Stato del siciliano. Lo Stato, quello che per noi è lo Stato, è fuori: entità di fatto realizzata dalla forza; e impone le tasse, il servizio militare, le guerre, il carabiniere. Dentro quell'istituto che è la famiglia, il siciliano valica il confine della propria naturale e tragica solitudine e si adatta, come in una sofisticata contrattualità di rapporti, alla convivenza.»
Insomma, la palma è il simbolo del crescente dominio della famiglia che divora lo stato, la legge, la ragione, ammorbando perfino il conflitto politico, ossia la condizione stessa della democrazia. La famiglia è dunque lo stato degli italiani? 
Scava, vecchio punteruolo rosso, scava.

domenica 26 maggio 2013

Perché Goldberg non dorma

Inquietudine tra Leucò e i Corsari

Ho giocato con gusto al falò di Leucò. Senza alcun pregiudizio e con l’ingenuità e la serietà che ogni gioco richiede, come sanno bene tutti i bambini e qualche filosofo, Wittgenstein, per esempio.
Poi sulle sublimate ceneri dei Dialoghi con Leucò è iniziata una riflessione interessante, sul significato di quel felice sacro macello, certamente utile per l’autocomprensione di una pratica collettiva in qualche modo originale, nonché per lo spazio comunicativo in cui si è costituita.
Non ho potuto leggere tutto, e tuttavia i contributi esaminati recano il segno positivo della ricerca intelligente. Alcune recenti circostanze, però, hanno acuito la mia curiosità, destando rugose perplessità, che ancora non giungono a determinare argomenti critici chiari e distinti, ma certamente fieri dubbi bensì.
L’esperienza della letteratura aumentata mediante pratiche di scrittura collettiva, cumulativa o collaborativa, può generarsi a partire da un qualunque testo? Alla stessa stregua, un testo narrativo e un testo argomentativo sono suscettibili di riscrittura creativa?
Passato in giudicato che il testo narrativo si presti senz’altro, quali ne sono le ragioni profonde?
Per contro, può un testo argomentativo, a dominante funzione referenziale, fondato sul rigore logico e con precipue finalità comunicative, dischiudersi ad una riscrittura creativa?
Un testo narrativo, ed in particolare un testo estetico, a dominante funzione poetica è caratterizzato da una prevalente qualità connotativa rizomatica, quale conditio sine qua non della sua infinita interpretabilità e della sua apertura intertestuale. Senza doverlo dire con la semiotica o la linguistica strutturale, già la tradizione filosofica ne aveva enunciato l’essenza in termini di ambiguità, nescio quid, opacità (Sartre).
Forse è tale struttura testuale profonda la condizione di possibilità della variazione creativa?
Ma un testo argomentativo ne è essenzialmente e deliberatamente privo, perché strumentale alla dimostrazione, alla confutazione o all’informazione, e pertanto costitutivamente caratterizzato da compiti che sono tanto più efficacemente eseguiti quanto più è minimizzata ogni ridondanza connotativa in favore del rigore referenziale, ecco, un testo così fatto può ragionevolmente prestarsi alla traducibilità creativa?  Ora,  in caso di risposta affermativa, dobbiamo inferirne che ciò accada in virtù di condizioni del tutto diverse da quelle individuate per il testo estetico? In tal caso sarebbe lecito chiedersi quali possano essere tali misteriose condizioni?
Il testo è caratterizzato da «ambiguità estetica quando ad una deviazione sul piano dell’espressione corrisponde una qualche alterazione sul piano del contenuto» (Eco). Ne discende che la riscrittura può giocare la variazione creativa di un testo estetico sia sull’asse orizzontale del significante, secondo registri formali, stilistici e combinatori, sia sull’asse verticale del significato, secondo la moltitudine dei rimandi e dei contenuti culturali.
Ma un testo argomentativo aspira ad attingere solo valori di verità e valori di coerenza che ne garantiscano la fondatezza, pertanto esso scongiura necessariamente e intenzionalmente ogni e qualunque ambiguità, tanto sul piano del significato, quanto a fortiori sul piano della sua qualità espressiva, tendente ad una neutralità meramente finalizzata all’efficace mediazione del contenuto asserito. Ne deriva che un testo argomentativo è indisponibile alla riscrittura creativa, poiché si presta solo all’esegesi, al commento o alla confutazione?
Siamo allora forse ad un bivio? Variazione creativa o mera esegesi?
Tali ingenui interrogativi forse sono sospinti solo dai flutti malmostosi della mia incomprensione. In tal caso chiedo venia al lettore. Disponendomi senz’altro a continuare il gioco con qualunque testo. Nondimeno.
Ché se fallibili sono le teorie, figurarsi i dubbi. 

domenica 19 maggio 2013

Palinodia twitterica


Il 15 maggio del corrente anno, fu postato su Twitter un delizioso carme da Silvio quello buono ‏@SilvioKat, eccolo:

A me terra
Risa e guerra
Lu ciavuru di li milinciani ammuttunati
ca s'ammisca cu lu sangu di li morti ammazzati


Fu rapido il favore dei follower, nonché la richiesta di volgerlo in volgare, a beneficio d’una più ampia e retta comprensione. Alla bisogna mi prestai maldestramente, previo generoso consenso di Silvio. Sennonché il tarlo satanico che baca ogni rancoroso siciliano della diaspora, mi spinse a deformare le “milinciani ammuttunati”, rendendole con “melanzane lardellate”. Mio dio che orrore! E di fronte alla mite replica di Silvio, “la traduzione è perfetta tranne che sul lardellate...”, ho avuto la faccia tosta d’insistere, affermando in aperta malafede e con palese falsificazione: «ma come? ammuttunare secondo il Pitré vale per abbottonare, che per le melanzane è artusiano lardellare».
Insomma, la mia è stata  una condotta davvero riprovevole. Tanto più che non contento della lardellatura offensiva e impropria, per furia antiretorica avevo curato di sfregiare spudoratamente la prosodia del carme.
Ora, onde chieder venia a Silvio e agli altri, coprendomi il capo di cenere, cerco di porre rimedio al grave delitto di cui mi sono macchiato, proponendo non una ma ben tre diverse versioni secondo tre diversi registri metrici e stilistici, quale doveroso omaggio a Silvio, offrendo in tal modo, non una, ma ben tre buone ragioni per mandarmi lecitamente a quel noto paese.
Da ultimo, nessuno dubiti che il mio pentimento sia dovuto alla recente scoperta della dimestichezza di Silvio con arti affilate e cruente, ancorché benefiche. Si tratta non già di attrizione opportunistica, quanto piuttosto di autentica contrizione.


In versi

La mia terra
Risa e guerra
Profumo di melanzane abbottonate
Misto a sangue di vittime ammazzate


Preziosa

O natio lito
Ameno e ferito
Gravidi petonciani aulenti
Tra crudi eccidi d’innocenti


Haiku

Aprica piaga:
In riva allo Stige
Luce dei sensi

domenica 28 aprile 2013

Con le migliori intenzioni


Nel doppio paginone di Repubblica di domenica 28 aprile 2013, con profluvio di box esplicativi, sotto il titolo “Il Twitter della porta accanto”, sostiene Emilio Marrese che la roba di cui si occupa è “cazzeggio all’ennesima potenza”, ma soprattutto “satira dal basso”. A conferma di  questo enunciato tematico, egli presenta una rassegna dimostrativa, con pedante e pornografica cura del dettaglio circa la contrada d’origine e la professione delle twittstar intervistate. Donde, il progettista web abruzzese, la tipografa di Olbia, la violoncellista romana, l’economista calabrese, l’ingegnere sardo, il contabile pugliese. Giunto a tal segno, il giornalista di Torrespaccata o Centocelle, mi sfugge il dettaglio, ha compiuto la missione dell’articolessa, consistente nel menare condiscendente e ammirato stupore per i “tanti anonimi di successo”.
Alla soddisfazione per il giusto tributo riservato alle persone passate in rassegna, talune davvero formidabili, sale tuttavia un profondo disgusto per il non detto che costituisce la miserabile premessa implicita del povero giornalista del Tiburtino o del Prenestino, mi sfugge il dettaglio.
Secondo la teologia elementare dominante, infatti, il progettista web progetta, la tipografa tipografa, la receptionist recepisce e la violoncellista violoncella, il resto è loro precluso, massime pensare e anche scrivere. Quando e se ciò accade, si tratta di eccezioni da zoo della società dello spettacolo.
Sfugge al giornalista di Torreangela che la divisione del lavoro in questo angolo di mondo non ha natura tecnica, e pertanto, che il ruolo assegnato a ciascuno non dipende dal talento e dal sapere posseduti ma da ben altri fattori interamente dovuti alle ferree leggi della divisione sociale del lavoro. Con le dovute eccezioni, beninteso.
Siccome non c’è da chieder troppo ad un povero articolista di borgata, nondimeno, sommessamente si vorrebbe ricordargli l’efficace massima scespiriana: "Ci sono più cose in Cielo e in Terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia".
Perché non chiedersi, piuttosto, per quale ragione tanto talento diffuso non trovi ruolo sociale, mentre solenni cretini di squisita ignoranza sono mantenuti da preclare istituzioni culturali?
Ma questo è un altro discorso.
Ebbene, conviene che ci si rassegni: vi sono umili insegnanti capaci di giochi linguistici mirabili, impiegatuzzi che dominano la forma epigrammatica, tipografi capaci di associazioni fulminanti, disoccupati, dio ne scampi, che smontano e rimontano le parole con acutezza raffinata. Proprio così, signora mia, non c'è più religione.

domenica 21 aprile 2013

Sopra la carta la capra campa

SECONDA CRONACHETTA


Prefatio

Dove si narra della passione prima felice, poi dolentissima e funesta, di un consigliere comunale per le fotocopie.
Un innominabile legislatore deliberò, ormai sono tanti anni, una legge sciagurata che assicurava il diritto d’accesso agli atti amministrativi per i cittadini con un interesse giuridicamente rilevante. Poi, al culmine dell’irresponsabilità più efferata, si giunse a varare il famigerato art. 43 comma 2 del Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267 che riconosce ai consiglieri comunali il diritto di accesso a tutti gli atti utili all'espletamento del mandato, senza alcuna limitazione. In realtà qualunque interprete, o parlante italiano dotato di ordinario buon senso, ancorché privo di qualunque rudimento di diritto, comprende che l’espressione “tutti gli atti” significa atti di qualunque genere e tipo, ossia indica una totalità qualitativa. Per contro con perfida dabbenaggine l’espressione “tutti gli atti” è stata interpretata come una totalità quantitativa, con esiti catastrofici inimmaginabili. La giustizia amministrativa in tutti i gradi di giudizio è stata chiamata, con innumerevoli ricorsi, liti, procedimenti e sentenze, a tutelare un simile smisurato diritto. Vi sono stati consiglieri comunali che con fermezza impudente hanno richiesto la copia integrale di un Piano Regolatore Generale, che è un mostruoso atto formato da decine di faldoni alti trenta centimetri ciascuno. Senza tema d’enfasi indebita, si può senz’altro affermare che raramente una legge ha avuto effetti più devastanti.
Infatti, al danno incalcolabile per la giustizia si è aggiunto l’incommensurabile disastro patito dall’ecosistema, per l’immensa quantità di carta consumata: intere foreste sono state rase al suolo e vaste aree del pianeta sono oggi desertificate per soddisfare il diritto ineffabile del consigliere comunale di possedere le fotocopie indispensabili all’esercizio del suo mandato. La dimensione del problema, del resto, non può prestarsi ad alcuna sottovalutazione, sol che si consideri che in Italia vi sono 8.100 comuni che in media eleggono 15 consiglieri ciascuno. Ne risulta una massa di 121.500 eletti con il diritto alla fotocopia di tutte, ma proprio tutte, le carte utili e inutili prodotte dalle loro amministrazione. Un immenso esercito di barbari che inarrestabilmente avanza verso lo sterminio inevitabile d’ogni arbusto o patriarca, insensibile per la bellezza delle foreste equatoriali o di quelle tropicali, dei boschi cedui o delle fustaie.
Sic stantibus rebus ...


Il duello finale del film Per un pugno di dollari di Sergio Leone vede fronteggiarsi Joe-Clint Eastwood e Ramón-Gian Maria Volontè. Al culmine della tensione, Joe ripete le parole che amava dire Ramón: «Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto».
Questa sommaria divisione del mondo tra uomini col fucile e uomini con la pistola era divenuta il fondamento dell’antropologia elementare del Consigliere P. — ovviamente mutatis mutandis. Ossia, le armi erano soppiantate dalle fotocopie, notoriamente strumenti micidiali e terrificanti tali da inquietare perfino Bush, il grande statista notoriamente assai sensibile al tema delle armi di distruzione di massa.
Con passione sperticata e divorante egli le ricercava, accumulava, collezionava, allibrava, archiviava e compulsava, così da far risuonare infine la terribile frase: «Quando un uomo con le fotocopie incontra un uomo senza fotocopie, quello senza fotocopie è un uomo morto».
Ciascuno, è vero, ha le proprie inclinazioni, de gustibus. Non desta più scaldalo ormai alcuna nefandezza, in tempi grami di relativismo etico, come amava ripetere il Santo Padre Emerito.
E a ben guardare le fotocopie, di per sé, sono oggetto apparentemente innocuo: meglio accanirsi su carte imbrattate che su vecchi, donne e bambini. Insomma, c’è di peggio. E però, com’è noto in psichiatria, l’oggetto del disturbo non è rilevante, poiché conta di più la natura della relazione ossessiva, per definire la gravità di una patologia. Ora, il consigliere P. manifestava una bulimia, anzi una libidine, vorace e irrefrenabile per il suo oggetto di passione: le fotocopie.
Come uomo assetato in prossimità illusoria di un’oasi, intuita l’esistenza di carte, strabuzzava, scalpitava, si stropicciava, per catafottersi, infine, su pile babeliche di dissetanti fogliazzi inchiostrati, come se fossero limpida fonte rigeneratrice, tocco di femmina irresistibile, o altri scrigni di piacere. Il suo appetito incontinente e collezionistico del tutto indiscriminato non tralasciava nulla: egli ardeva di possedere ogni foglio, purché debitamente riprodotto. Come il Don Giovanni di Mozart non disdegnava alcuna donna, tanto che Leporello poteva cantare il celeberrimo elenco delle sue conquiste:

In Italia seicento e quaranta,
in Lamagna duecento e trentuna,
cento in Francia, in Turchia novantuna,
ma in Ispagna son già mille e tre.
V'ha fra queste contadine,
cameriere, cittadine,
v'han contesse, baronesse,
marchesane, principesse,
e v'han donne d'ogni grado,
d'ogni forma, d'ogni età.

Così il consigliere P. avanzava eroicamente, con passo ardito e sprezzo del pericolo, all’assalto di ogni fotocopia disponibile. In vista di ogni faldone, egli vedeva un Piave mormorante che ad ogni costo doveva essere "valicato" trionfalmente alla conquista dell’agognata riproduzione. 
Altro che fantasma che s’aggira di qua e di là, in carne e ossa, invero, s’avanzava un homo cartivorus incontinens, tormentato da pulsioni violentissime e primordiali, che con tensione suprema affermava i suoi dogmi:
Fotocopia e moschetto consigliere perfetto
Credere fotocopiare combattere
Fotocopie o Muerte
É l'aratro che traccia il solco, ma è la fotocopia che lo difende
Alimentato da tale diuturno e pervicace impegno, il suo personale Archivio Universale Quattrocani della fotocopia era divenuto smisurato e immenso, ogni riproduzione dello scibile vi aveva posto: la Library of Congress al confronto era uno scantinato, il Beaubourg una cosuccia. L’Archivio Quattrocani conteneva, dunque, di tutto; tanto che era trapelata la voce che vi fosse gelosamente custodito persino il documento del passaggio di Garibaldi in Sicilia, al tempo della spedizione dei Mille. Pare che in una teca di forma ovale, con protezione di cristallo antiproiettile, su fondo di velluto rosso, fosse conservata la carta igienica usata dall’eroe dei due mondi, in fotocopia, si capisce. Alcuni storici avevano dubitato dell’autenticità del documento attribuendolo a Nino Bixio, che notoriamente talora ne faceva le veci. Ma con incontrovertibili argomenti, divenuti bibbia filologica della storiografia garibaldina, il consigliere P. aveva dimostrato l’autenticità eroica della sua riproduzione, affermando che coloro che lo contraddicevano erano in aperta malafede perché storici comunisti.
Un evento imprevedibile, però, giunse a turbare irreversibilmente questo equilibrio riproduziofrenico. Un maledetto giorno il consigliere P. scoprì due faldoni maggiorati ricolmi d’ogni ben di dio. Ne chiese immantinente la riproduzione integrale, anzi integralissima, con copie in A4 perfino della crusca degli interstizi, ma ne ottenne imprevedibilmente un immotivato e disgustoso, ostile e ostruzionistico diniego. Apriti cielo. L’homo cartivorus in preda ad un raptus licantropico, con le narici dilatate fino a smisurate froge, gli occhi iniettati da manzo infuriato, percolante freddi sudori, si scagliò come una mandria impazzita contro i nemici. Ma come? Dopo avergli fatto annusare, vedere e perfino toccare un cosi seducente tesoro, tale da procurare sconvenienti e incontrollabili accessi erettili perfino a un morto, gli si opponeva adesso un rifiuto tanto crudele?
Lo trovarono sopra un ballatoio, afferrato ad una balconata, che ululava, latrava, delirava accuse irripetibili contro i rinnegati e turpi denegatori, infine, urlando imperterrito:
«Vogliooo le fotocopieee!!!»
«Voglioooooo le fotocopieee!!!»
Più o meno come Ciccio in Amarcord che, fuggito su un albero, urlava a squarciagola: «Voglio una doonnaaa!»
Ma vivaddio, meglio Ciccio.

martedì 26 marzo 2013

Tweettiadi 2/13


Cinguettii ‏a @DanteSommoPoeta

Marzo 2013


La voliera della mummia

Or che sei canne son fraterno afflato
Mentre una sola è crimine punito
Esulta il nan sol d’orge appassionato

Non si smentisce mai l’alto statista
Sol fole ciancia a ogni piè sospinto
Or partigiano ed ora neofascista

Sia di stravizi nemesi tremenda,
Ma provvida uveite sopraggiunta
Vuol sol ciecar vertà con vana benda

Oh l’occhio, l’occhio vede doppio ‘oppio
Ora un cocchio e ora un marmocchio
Non son pinocchio, ahimè, ma sol pidocchio

Ma quante volte viene Berlusconi
Lo sa ben a puntin la sua fantesca
Addetta a lui cambiar li pannoloni

Lubrìco e danaroso begolardo
In campo venne sol per sé salvare
Tenendo menti altrui qual vile lardo

Geme Gelmini tirando neutrini
China sul nano ne spaccia le fole
Ne loda ogn’opra, perfin li p.

Il pensiero cosentino dominante
S’Alfano passa il Volturno amato
Dell’acido berrà senza schiamazzi
Poi penserò al Verdin riverginato

Il Minzolini leccator cortese
Con sua lingua di liana tarzanesca
Catturò laticlavio genovese

Alì Bobò conquista il Pirellon
Al grido di battaglia levantino:
"Riaprite 'l Suq, avanti miei ladron"

Vincenzo Monti Omer volgarizzò
Or Mario s'erge a salvatore sommo
Con tal vaghezza ch'ognun s'addormentò

Fole, fandonie, promesse e menzogne.
Parole morte d’esangui artifici
Presto ostinato di tristi zampogne


Il maliardo in Casa Leggio

Con "vaffanculo" e "menefotto" e lazzi,
Pur atellane e ricchi fescennini,
Sedusse cuor ma or son veri cazzi

Urge sciacquar li tuoi ordigni in Arno
Ché già parole grevi abbiam udito
Trivio e subburrra omai titilli indarno

Plaza de Mayo 

Francesco or sale al sacro soglio,
Par ch’umiltà lo guidi nel cammino.
Ma ai desaparecidos dia cordoglio