domenica 17 febbraio 2013

Dante, i’ vorrei che tu Starry ed io

Dante, i’ vorrei che tu Starry ed io,
Insiem con l’inclita sodal brigata,
Lungi s’andasse al voler vostro e mio

Sì da lasciar esta nazion malnata,
Che sol servaggio pare disiare.
Mite e crudele, vaga e avvelenata

Presta a corsari e guitti incoronare.
Lassa e infelice per una picciol parte,
L’altra metà, pel suo particulare,

Spregia virtù e sol baratta e sparte,
Tronfia e corrotta, prava e smidollata
Degna davver che con tua somma arte

A Malebolge sia tosto confinata
Quando non merti pria già ‘l pozzo oscuro
Ovver la Ghiaccia orrida e gelata.

L’esilio nondimanco pare duro
Quale destin, per quell’incantamento
Che coglie li cultor dell’idiom puro.

Indi repente sorge il sentimento
D’allontanare il calice irritante,
Per sopportar ancor lo turbamento

De la sciagura d’oggi repugnante.
Chè forse passerà come la neve:
Pria l’uragan poi il gocciolare lieve.

domenica 10 febbraio 2013

Master Sceffo

Dalla cucina poetica di Cecco Angiolieri


S'i' fosse cuoco, arderei 'l pollo;
s'i' fosse pentola il cucinerei;
s'i' fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i' fosse pio, piagnere' l’ammollo;

s'i' fosse papa, sare' allor satollo,
ché tutti i capponi i' m'ingollerei;
s'i' fosse 'mperator, sa' che farei?
A tutti mozzerei lo capo e ‘l collo.

S'i' fosse fritto, andarei da mi' padre;
s'i' fosse salsa, fuggirei da lui;
similemente faria da mi' madre.

S'i' fosse Sceffo com'i' sono e fui,
torrei le polle giovani e leggiadre:
le lasse e vecchie lasserei altrui.

domenica 27 gennaio 2013

Un candido dono

Ferraglia e bachelite disanimate, a germirle lasciano la mano attaccaticcia, ancorché l’artiglio di un freddo fiato talvolta ne sprigioni, dischiudendo all’attesa il deserto insostenibile dell’evidenza.
«Dimmi, dimmi ancora dei tuoi falsi amici irlandesi», ma che cosa resta da dire quando la fragranza di un respiro dilegua.
Giornata inutile. Sveglia colazione lavoro casa tivvù. Poi quella voce di miele di fiele.
«Signore buonasera, lei non mi conosce, ma la prego, non riattacchi, non le voglio vendere enciclopedie, beh sì qualcosa vendo, ma non enciclopedie. Allora si chiederà che cosa. Mi creda, qualcosa di davvero speciale, sa? sono alta e magra, bruna e molto attraente. Ho ventottanni, le ciglia spesse e le labbra folte, sì insomma al contrario.»
«Guardi ha sbagliato numero, la prego mi lasci in pace, stavo leggendo, ecco, le do la buonanotte e un buon consiglio: al prossimo cliente dica pure di essere una studentessa, è una trovata formidabile.»
«Ah stava leggendo? Che bello. Che cosa?»
«Le operette morali... contenta? Buonanotte.»
«No, non riattacchi, ho bisogno di soldi e se m’impegno sono molto brava a letto.»
«Ma via la pianti, di soldi tutti abbiamo bisogno. Senta non sono interessato. Punto e basta.»
«La prego mi lasci venire a casa sua, che ci guadagna a restare solo soletto. Io sono carina, la farò divertire. Per sole trecento euro. Perché vuol fare il passero solitario e morire di noia? Tanto lo so che non ha nient’altro da fare.»
Ragioniamo. Vendita aggressiva, ma non professionale. Impertinente, ma il tono non è da imbonitrice esperta. D’altronde trecentomila sono appena il guadagno per una lavatrice. Eppoi, in effetti, che noia dopo una giornataccia di frigoriferi e telefonini, aspirapolveri e televisori, bolle fatture sconti e clienti. Magari. Chissà, forse non è sfatta dal mestiere.
«Senta signorina...»
«Candi, mi chiamo Candi.»
«Che coincidenza. Senta, non ho capito bene, ma quanti anni ha?»
«In che senso coincidenza? Beh sì, non proprio ventotto, quasi ventiquattro. Sì, veramente mi chiamo Candida ma è lunghissimo e così tutti mi chiamano Candi, le piace?»
«Immensamente: originale e fresco di bucato.»
«A settembre sono stata in Irlanda. E lì nessun compagno di classe voleva credere che Candida fosse il mio vero nome. E tutti a chiamarmi Kandy di qua e Kendy di là, con naturalezza e senza burlarmi minimamente. Qui, invece, che tormento. “Lava-trice, lava-trice, lava-trice”: così mi hanno abbaiato dietro per tutti gli anni del liceo.»
Dietro la porta un viluppo di effluvi incoerenti e un respiro corto e faticoso che abitava un’attesa impervia e come sospesa nella vertigine dei fili cedevoli d’una ragnatela. Poi la levità di un ingresso studiato e fiorito di sorrisi ammiccanti e teneri, fuggitivi e ingenui, ghirlande perplesse di una disponibilità solo ostentata e inverosimile. Ma sei una bambina o una donna?
«Si capisce, gli irlandesi sono educati e mitissimi, ma forse dipende anche dalla lingua e dagli elettrodomestici.»
«Sì, però, comunque sia, per me lì è stato bello. Via, mi lasci venire a casa sua. Duecentocinquanta? Vede, non chiedo molto.»
«Signorina...»
«Candi, mi chiamo Candi.»
«Sì va bene Candi, ma le pare modo? Sceglie un numero a caso, chiama nel cuore della notte e mi racconta un bel po’ di frottole per condire la proposta del servizio a domicilio. Ma che cosa le passa per la testa? Perché poi io e non un altro?»
«No, mi scusi, mi ascolti: non l’ho affatto chiamata a caso.»
«Ah no? Gliel’ha detto qualcuno? Ma no! Che sciocco! Come non capirlo! Ha trovato il mio numero sulle Pagine Gialle alla voce Satiri Pigri.»
«No, mi creda, niente di tutto questo. Ho scelto proprio lei perché si chiama Nirvano.»
Pochi fremiti diruparono dal suo seno acerbo, solo una frigida tenerezza dilagava dai suoi occhi, che talora però si annuvolavano in una proterva determinazione di vetro e di roccia. Non alitò mai né gioia, né desiderio, né gemiti mentiti. Anzi. Mani inesperte. Gesti frettolosi. Mi chiese presto di poter prendere un bagno. Passò del tempo. Poi altro tempo.
Aveva ancora fissa nello sguardo la stessa tenerezza stupita e impenetrabile, mentre riposava nel gorgo dell’amnio scarlatto nutrito dai suoi stessi palpiti. E due asole sdrucite nei fragili polsi stillavano veloci nel lavacro d’improvviso divenuto feretro, brumoso e mesto.
«Sì, Nirvano è un nome bellissimo, invita a perdersi e a naufragare in un istante.»
«Ma guarda un po’ che mi tocca sentire. Bene, venga pure. Duecentocinquanta, però. E non un euro di più».

domenica 13 gennaio 2013

Tweettiadi 1/13


Cinguettii ‏a @DanteSommoPoeta

Gennaio 2013


Al di là del pene e del male

Sua Santwità sui gay tuona e saetta
Le donne poi son tempio del demonio
Tal è bontà infin ch’il cor gli detta?

Tra le follie che riempiono lo mondo
v’è che Razinga sprezzi nozze gay
ma con li froci suoi sia tremebondo.

L’aborto sì che turba et alma abbaglia
Non dolor di donna e madre gli ripugna
non obiettor e pur altra canaglia

D’eutanasia in Vatican si taccia
Eluana ancor il nostro cuore stringe
Vostra moral il mal pel bene spaccia

Don Corsi a Lerici
Lasciate ogni speranza o voi ch'enfiate
La patta altrui con vesti invereconde:
Con vostro pel nostra ragion traviate!

  
Il montismo, malattia senile del neuroliberismo

S'un liberista gonfi a tutto spiano
Sì che divien dell'orbe salvatore
Ti porta via perfin lo deretano

RodoMonti che in superbia sale
Berlusconi che spaccia vil cazzate
Del ben comun a niun importa e cale

Sei gennaio 2013
Nel mezzo del cammin quei vaghi Magi
Raccolta sul sentier brutal agenda
Rifecer tosto via per lor palagi

D'in su la vetta della torre antica
Passera solitario omai dispera
Per la sua sorte cruda et inimica.
Tu solingo augellin venuto a sera
Ferito al sol del già lontano Monti
A chi vuoi ora dispacciar tua pera?



La campagna d’ignavia della Mummia

Che Berluscon fia patto con la liga
Sola cagion sarebbe la follia
Ovver l'oblio coatto della f.

Non morimmo alfin democristiani
Ma tra minchiate vaghe et assortite
Finisce che crepiam berlusconiani

Par che cinga il nan ancor la palma
D'eversor dei nemici comunisti,
Dal furor sgominati d'una salma?


Dal giudice a Berlino

Alfin non puote manco la pietade
Con falsità e infamie spudorate
Riuccidon Cucchi e nostra libertade.

Al vil Sallusti bensì la grazia date
Per quei ristretti a guisa d’animali
Crepi pur Marco, son anime dannate.

Al Lapo al Lapo


Furto nella villa uruguayana di Lapo Elkann. I ladri sono stati messi in fuga al grido:
«Al Lapo, al Lapo!»

Dopo il furto, le prime dichiarazioni di Lapo: «Ladri no style, rubare a Goga le collanine is bad, ma lasciare my glasses stilose is very stupid».

Maxi-rapina a Lapo: si sospetta una «talpa», che voleva rubare i Velvet Glasses by Thamarro e per puro errore ha portato via solo quattro collanine da € 3,5 milioni.

Nuove dichiarazioni di Lapo: «I ladvi hanno pveso 3 milioni di gioielli, ma non hanno toccato i miei pveziosi occhiali Tamarrostyle: ah ah ah che cvetini».

«Asini e picciliddi, diu l’aiuta» (proverbio siculo-confuciano)

domenica 16 dicembre 2012

La lupa del serraglio


Frammento del poema cavalleresco

La Mignotteide

di Manfredi di Ratumemi


La rigonfiata e vaga meretrice,
di Messalina allieva in arti rare,
gode d’onori che manco Beatrice.

Già fu maîtresse d’arcòreo lupanare
fido pastor dell’harem del signor
sola guardian delle pudenda care.

Ind’il Sultan d’Italia reggitor,
come Caligol suo caval pugnace,
lei stessa nominò legislator.

Fu gloria tuttavia assai fugace
ché frugar minchie sculettando ignude
giov’alla carne ma allo spirto tace.

S’alza ‘l sipari’ or sopra la palude:
a carne serva fu sì prostituito
il ben d’ognun ch’altri disperde e illude.

Vorrei sol dir a la novella Taide:
resta pur china alle tue opre laide,
compra col tuo danar però le creme
per lo tuo cul ch’un tant’al chilo freme.


mercoledì 12 dicembre 2012

Le Tweettiadi 12/12


Cinguettii ‏a @DanteSommoPoeta

Dicembre 2012


Il ritorno della mummia (Libération)

Regna ‘l servaggio in esto vile mondo
S’ha da temer perciò lo suo ritorno
Purnondimanco con timor giocondo


È del poeta il fin la maraviglia
Ma l'ulteriore e postumo ritorno
Volge ragion ch'il nan merta la striglia


Laido briccone e falso gattopardo
Preci leviam ch’Italia ben ti serva
Come Fulgenzio fe’ con l’Abelardo


Dell'italico bordel anfitrione
Darlo a Louise in pasto o a Thelma
Buona saria over cattiva azione?


Turpe e ruffiano e carco di carogne
L’alma d’altrui hai rotto e pur lo cazzo
Libera nos de le tue crude rogne


Oremus

Or che Razinga twitta 'n cyberspazio
Temer dobbiam scomuniche o anatemi
O che finisca lui qual Bonifazio?


Zichicchirichì

Dolente già impreca la trinacria
Alle cazzate del babbion atomico
Davvero serve una cotale scoria?


Resto o l’arresto: questo è il dilemma

Il grande giustizier guatemalteco
Opina sia ferita l’uguaglianza
Lui solo detta legge senza spreco
E questa non vi pare tracotanza?


Crociverba


Sua Santwità Benedetto XVI apre un account su Twitter, ma si presta ad una doppia lettura
"Bene detto se dicesi molatore"

Refusi
Vince Bersani, Renzi: «Saremo leali», Ferilli e Parietti: «Saremo lecosce», D'Alema e Veltroni: "E noi saremo icoglioni?"

Filastrocca
La vispa Teresa gridava a distesa: "Aho Matteo Renzi là dietro l'hai presa”

Disperato anagramma post primarie
"Giorgio Gori = o giro grigio"

lunedì 10 dicembre 2012

Twitteratura potenziale


Violando la missione di questo solitario blog di trattare solo parerga, ossia quisquilie e pinzillacchere, desidero dare notizia ai miei tre lettori d’una iniziativa brillante e folle e sovversiva e a modo suo stupefacente.
Su Twitter da qualche mese cinguetta @dantesommopoeta, un fantasioso fake come tanti altri, si direbbe. Ebbene, per nulla affatto. @dantesommopoeta, in verità, esercita un alto magistero originale: cinguetta in terzine di endecasillabi. Ancora si potrebbe dire, niente di che, un gioco di terzine di un tardo amante della bella lingua che mostra la sua abilità di rimatore. Solo che per coalescenza e addensamenti progressivi intorno al Sommopoeta si è radunata una comunità che per contagio cinguetta analogamente in rima e metro, ciò che determina una diversa prospettiva di giudizio, oltre che un oggettivo effetto di straniamento. La comunità versificante, infatti, usa una lingua se non culta almeno controllata, mentre sul piano dello stile la misura metrica, vincola ad una piena responsabilità espressiva. Nulla di più lontano dalla lingua dei Social Network drammaticamente sincopata e popolata di borborigmi, neoglifi e faccine, insomma un morto corpus in attesa dell’esame autoptico di qualche sfaccendato linguista anatomopatologo.
Poiché da Parmenide a Vygotsky non si può più dubitare che il pensiero è nella sua essenza pensiero linguisticamente strutturato, ne discende che ad un linguaggio destrutturato in genere corrisponde un pensiero inarticolato ed essiccato, donde i legittimi timori d’una crescita esponenziale del cretinismo peumatico associato all’uso dei cosiddetti Social.
Il canone dei 140 caratteri in terzine di endecasillabi, praticato in partibus infidelium, anziché generare una contraddizione stridente, di contro, si mostra come un vitale gioco linguistico, poiché la versificazione posta al sevizio dell’indignazione e dello sberleffo o dell’arguzia e della polemica, non si limita a produrre un paludato panneggiamento estrinseco. Perfino l’odio più aperto e viscerale, infatti, se misurato in sillabe e accenti, riscatta la sua natura belluina di bassa passione, elevandosi a invettiva civile.
Di qui, non sembri stravagante, la contiguità laterale e l’aria di famiglia, mutatis mutandis, con le pratiche alte di scrittura vincolata di OuLiPo, Ouvroir de Littérature Potentielle, dacché il gioco acquista il valore di un esercizio di stile volto alla sperimentazione del vincolo della retrocessione stilistica e linguistica per rielaborare il presente.
D’altronde la lezione di @dantesommopoeta, intanto, ha il prezioso merito pedagogico di contrastare la sciocca credenza che la versificazione sia tout court poesia, china su palpiti e sospiri, espressione di lagrimevoli sfoghi vitelleschi e di pindarici voli di tacchino.
L’endecasillabo, già architrave della poesia italiana, nel gioco del Sommo conferma la sua inesauribile versatilità e vitalità, al punto che dopo aver sostenuto Dante e tutti i maggiori, imprevedibilmente ora si dimostra altrettanto formidabile quale misura e mezzo per intrecciare messaggi in centoquaranta caratteri. È evidente che l’inclita cerchia del Sommopoeta non mira all’ascesa del Parnaso, e tuttavia l’uso di un canonico strumento letterario nell’ambito di una vivente pratica sociale comunicativa, genera un campo creativo formalizzato che ha una irriducibile qualità estetica: non è ancora letteratura, ma è già twitteratura potenziale.
Scrivere una sorta di commedia aperta e corale, nutrita delle cento voci di una comunità pensante e twittante, del resto, mette in questione la tradizionale relazione letteraria fondata sulla rigida separazione di produzione e consumo che, tolti i poeti laureati dall’industria culturale, rende tutti gli altri meri fruitori passivi. Nondimeno la letteratura come pratica separata, non è né verità di fede né di natura, ma esclusivo frutto della divisione capitalistica del lavoro. Tra l’Alighieri e il contadino che improvvisava in terzine e in ottave tra i filari, la distanza estetica è incommensurabile, ma entrambi muovevano dal medesimo bisogno espressivo radicato nella comune umanità. Questa radice d’umanità totale non è contemplata nella sacra antropologia divisiva e gerarchizzata del neocapitalismo barbarico: tu fai il precario, quello sta all’altoforno, tu vendi scarpe e per le flatulenze letterarie basta Baricco, poi tutti insieme nel passivo ovile televisivo come le pecorelle di Dante «timidette atterrando l'occhio e 'l muso» (Purg. C. III v.81).
Ben al di là delle mie noiose speculazioni sporcocomuniste, da ultimo, la bellezza e la forza dell’iniziativa del @dantesommopoeta consiste tuttavia nella sua nativa qualità di abbagliante intuizione, che sa senza bisogno di conoscere (Faber), illuminata dal saggio proverbio arabo secondo cui: «la via si apre camminando».
È tempo, ora, dell’esoterico saluto. Buona fortuna:
abbi letizia e sicura sapienza: intuisci ancora!

domenica 9 dicembre 2012

La vita breve della verità


Se capitasse di leggere il seguente preteso sillogismo:
la cammorra ha condannato a morte Roberto Saviano
ma la camorra non ha ucciso Roberto Saviano
dunque Roberto Saviano è un camorrista
ogni persona dotata di comune buon senso proverebbe orrore e disgusto, sia per la delirante logica sottesa alla presunta deduzione, sia per il carattere palesemente calunnioso dell’odiosa accusa.
Quando, per contro, il PM Antonio Ingroia sostiene che
la mafia aveva condannato a morte Calogero Mannino
ma la mafia non ha ucciso Calogero Mannino
dunque Calogero Mannino è un mafioso
la pubblica opinione non si ribella ed anzi assiste sgomenta al racconto raccapricciante della presunta trattativa stato-mafia. Certo la differenza intellettuale e morale di Roberto Saviano al cospetto dell’ex democristiano Calogero Mannino, non si misura nemmeno a spanne. Ma basta questo a obnubilare le menti? Certo, Mannino è uomo di quella democrazia cristiana sicuramente collusa con qualunque potere legale e illegale utile ad assicurare, senza scrupoli e con ogni mezzo, la propria egemonia. Da Peppino Impastato a Pio La Torre, da Placido Rizzotto ai martiri di Portella della Ginestra, lo si sapeva bene, già da qualche anno, diciamo sommessamente senza offesa per nessuno.
Ma imbastire un processo nell'anno del Signore 2012, sulla base delle logiche parasillogistiche già dette e con questa doviziosa ricerca dell’evento clamoroso, fino alla recente sentenza della Corte Costituzionale sul conflitto di attribuzioni, desta il sospetto, beninteso un mero sospetto, che si tenti di sostenere l’accusa montando ad arte clamorosi scandali. Si dubita forse della tenuta del castello accusatorio fondato su incerto materiale probatorio e su una logica istruttoria tutt’altro che aristotelica?
Poi però si scopre che, dopo le casuali e fortuite intercettazioni del presidente Napolitano, tra le carte dello stesso PM Ingroia, ancora una volta per puro caso, sono finite anche le intercettazioni del capo del suo ufficio, il procuratore Messineo. Con ogni evidenza due casi accidentali, capita talvolta che la fortuna si accanisca e che cadano due lampi sullo stesso albero. D’altronde due indizi non fanno una prova, né bisogna piegarsi a facili insinuazioni scespiriane, sicché non è da credere che ci sia del metodo in questa casualità. E tuttavia si resta costernati e tornano profetiche queste parole del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.
«In nessun luogo quanto in Sicilia la verità ha vita breve: il fatto è avvenuto da cinque minuti e di già il suo nocciolo genuino è scomparso, camuffato, abbellito, sfigurato, oppresso, annientato dalla fantasia e dagli interessi; il pudore, la paura, la generosità, il malanimo, l’opportunismo, la carità, tutte le passioni le buone quanto le cattive si precipitano sul fatto e lo fanno a brani; in breve è scomparso.»

giovedì 6 dicembre 2012

Le mille e una botta


Frammento del poema cavalleresco

Il caimano innamorato

di Manfredi di Ratumemi


L’ombra bugiarda de le brune chiome
sovra la pelle candida del seno,
avvampando vieppiù mia dolce speme,

svelava leggiadrie e celava meno.
Il lume mio fremente di disio
tosto posai sul guardo suo egizieno,

ma ‘l mio disio nemmen per lei fu rio.
Poi sol carezze e molte e calde furo
d’un’armonia che pur sfidava iddio.

Mai debbe io provar amor più puro,
di senno le nostr’alme furo orbate,
tanta fu gioia che a dirne son securo

paiono morte persin parole alate.
Dubbi d’afrori or Fede laido cenna:
ciancia l’invidia o sue nari malate

sabato 1 dicembre 2012

Malindi, lo svelato mistero

di Manfredi di Ratumemi


La gnocca sollevò dal fiero razzo,
indi fremente la fece ricader,
poi l’agitò su e giù che parea pazzo.

Corse la giostra come gran destrier
quando inusitato urlo e ripetuto
al prode il segno diè di dar quartier.

Ma ebbe gran calor al pube ossuto,
allor fu sol sgomento e maraviglia,
ché la pulzella, ehm, era ita di liuto:

dai zebedei sin sovra la caviglia
copiosa ambra fumante lo lordava,
ricorrer dove' dunque a dura striglia.

Perocché ancor l'uzzolo durava,
fece pensier di darsi picciol tregua
onde di man andava e lesto ritornava.

Ma poi ch’Onan gli rammentò l’avello,
cercò pozion ch’il mal scaccia e dilegua:
per ciò volò al briatoreo bordello.

lunedì 26 novembre 2012

M’illumino d’incenso


La divina provvidenza mi ha reso la grazia di un contatto diretto con il Santo Padre Sixtus 6, @SixtusVI Twittantes, che dal FantaVaticanum dispensa generosamente la sua somma sapienza dogmatica, per sciogliere i dubbi e dissipare i dilemmi che tormentano i poveri fedeli.
Con il Suo alto patrocinio, senza nulla variare, ecco il fedele resoconto dell’ultima udienza.


L. S.: «Santo Padre, le beate olgettine della immacolata prostituzione (mi pagava ma non ho fatto gnente) entreranno nel regno dei cieli?»

Sixtus 6: «Certe. Discintae et Treninum Facentes.»

L. S.: «Fiat voluntas tua, sed Concilium Treninum non imposuit ad nano fellationes facere, in veritas! Ergo immacolatio maculata est.»

Sixtus 6: «Misericordiosa Ecclesia Est. Etiam Cum Eadem Zoccolae Patentatae. Sed Nanus cedemus Diabolo»

L. S.: «Ego recipio auctoritatem vestra, amen»

Sixtus VI: «Benedicimus Fidei Tuae. Oremus pro Tibi.»

domenica 25 novembre 2012

De Mente

da Silvio Pellico


Silvio Pellico è a tutti noto come esemplare patriota e celebrato autore de Le mie prigioni. Meno noto è il suo genio profetico, che siamo oggi in grado di documentare, grazie alla provvidenziale scoperta di una sua poesia ancora inedita dal titolo controverso De mente o Demente: invero il secondo dei due sembra lezione inattendibile, scaturita da una interpolazione apocrifa o da un mero refuso, dacché linguisticamente contraddittoria e anacronistica. Il carme preannuncia, con quasi due secoli d’anticipo, la straordinaria figura e la mirabolante ascesa di S. B.
Questa autentico scoop letterario, effettivamente può suscitare sorpresa, nondimeno recherebbe una grave offesa all’arte e alla verità chi nutrisse arbitrariamente un preventivo sospetto alimentato solo da abbietti pregiudizi ideologici verso il grand’uomo di Arcore. Una scrupolosa analisi filologica del testo, infatti, ha permesso di acclarare ragioni tematiche e valori formali imponenti a suffragio della sua autenticità, dissipando ogni possibile dubbio di spurie manomissioni, ovvero di rimaneggiamenti apocrifi.
Il testo ci è pervenuto in uno stato relativamente precario, onde con ogni cautela si è provveduto ad una fedele ricostruzione, con precipue finalità restaurative, nello spirito e nella lettera del genuino dettato silviopellichiano. Il cattivo stato dell’opera, al suo ritrovamento, ci obbliga a congetturare che essa sia transitata da una o più biblioteche comuniste, dove, calpesta e derisa, è rimasta per lungo tempo ignominiosamente occultata. Finalmente possiamo restituirla alla luce del mondo e ai lettori, per il conforto di tutti coloro che hanno a cuore la libertà, nonché le nobili gesta del Cavaliere che con sagace preveggenza il Pellico, con un magnifico vaticinio, volle celebrare a futura memoria



E che importa ovunque gema
Questa salma sciagurata
S’altra possa Iddio gl’ha data
Che null’uom può vincolar?

Sovrumana è la sua mente,
Vasta rapida e possente;
Più d’un tempo è a lei presente
Cielo abbraccia e terra e mar.

Ei non è solo egre membra
Di poc’alito captive,
Anzi è alma che in Dio vive,
Anzi è liber possessor;

Anzi è ente, che securo
Come aquila sul monte,
Mira intorno, e l'ali ha pronte
Ogni loco a posseder.

Crine al vento e pie’ veloce
Corre l’onde e i canaloni
Gladio in resta e due maroni
Sempre intrepido a brandir

Di lontano tosto infilza,
Di lontano ascolta i detti.
È ‘l terror de’ rei baffetti,
D’ogni etèra ruba il cor.

Sia con seni al silicone,
Saltimbanchi e pannoloni,
Saponette e cortigiani,
Miete telespettator.

Cavatore di danari,
Gabba ogni uomo al mondo,
La sua gloria non ha fondo
Grazie alle television.

Lode etterna al re dei cieli
Che gl’ha dato questa mente,
D’una fantasia fervente
Onde è sempre vincitor:

«Morte invan brandisci ‘l ferro
Di che mai tremar degg’io?
Sono spirto e spirto è Dio
Non son meno del fattor.»

Diss’ei, or che crebbe supicione
Che non cura d’altri fosse
Il tanto romor a Italia alzato,
Poi che il brando sì agitato
Sol suo cul volea serbar impenetrato

sabato 24 novembre 2012

Truciverba

In anagramma veritas


“Elsa Fornero” incatenata
«Se narro fole», «erro nel sofà», voi vile plebe a «solforare, neh».

“Renzi Matteo” svelato
«rottame izen» (pronuncia aizen: iphone oblige) che «tra ozi mente».

Petraeus fottuto
La Cia ci spia, ma gli sfuggì il palindromo di Paula: "Allupata pulla"

martedì 20 novembre 2012

Biblioteca di Parerga

Strane letture


La collana di libri che si presenta è il frutto della partecipazione ad un gioco perverso e virale proposto da Stefano Bartezzaghi su Twitter con l’hashtag #moreambitiousbooks. Esso consiste nel concepire more ambitious books, ossia titoli smargiassi, stravolti e tronfi, secondo il gusto di ciascun giocatore.

Luigi Pirandello, Svestire gli ignudi, (Trad. Elsa ForNeuro)
Margaret Mazzantini, Venuto al Macondo
Franz Kafka, Americanata
Gaio Giulio Cesare, Debello civili
William Shakespeare, Cori o l'ano ... (Trad. Francesco Totti)
Andrea Camilleri, L'odore della botte
adolf hitler, Le mie frattaglie
Silvio Berlusconi, Una scoria italiana
Tucidide, La guerra del peloconnesso (Trad. Cetto Laqualunque)
Elsa Morante, Arapoeli
Grazia Deledda, Canne al vinto
Gérard de Nerval, Le figlie del cuoco
Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la botte
William Golding, Il signore delle cosche
Raymond Queneau, Esercizi di bile
Italo Calvino, Ultimo viene il morbo
Carlo Collodi, Le avventure di Phinocchio
Alessandro Manzoni, Storia della colomba infame
Lev Nikolaevic Tolstoj, Sonate a Kreutzer
Carlo Emilio Gadda, Il castello di ùrine
Carlo Emilio Gadda, L'Analgisa
Leonardo Sciascia, Il coniglio d'Egitto
René Descartes, Meditazioni Pilosofiche (Trad. Cetto Laqualunque)
Italo Calvino, Ultimo viene il torvo
Cormak McCarthy, Figlio di Pio
Carlo Emilio Gadda, La cognizione del torpore
Philip Roth, La racchia umana