lunedì 12 novembre 2012

Daniela d'Arco delle Sante Anke


Sparsa di frecce turgide
sul corazzato petto,
drizza le palme, e rorida
di morte il bianco aspetto,
mostra il diton mediano
bisbetica e furiosa.

Cessi il tormento: unanime
s'innalza una preghiera:
smetti lo strepito
zelante e pernicioso,
sulla pupilla arcigna
cali l'estremo vel.

Sgombra, o gentil, dall'ansia
de’ tuoi pedestri ardori,
leva all'Eterno un rabido
pensier d'offerta, e taci.
O almen corri precipite
a quel paese tosto.

Gli spilli dei tuoi tacchi
sgonfin la cornamusa,
rendi l’oblio al meschino
liberaci dal mal.
Ebbra del nanerottolo
da tue labbra argentee

schiuma arcoreo mestruo,
incontinente e garrula,
presta e fedele al sir,
quanto un carabinier.
Ahi, nelle insonni tenebre,
pei claustri miliardari,

tra il ballo delle vergini
sui supplicati altari,
sempre al pensier tornavano
gl'irrevocati dì.
Quando ancor fresca, improvvida
d'un avvenir mal fido,

vaga spirò le viscide
aure del cuneese lido,
e tra le sgallettate
l’uno se la strappò.
Ma sciolte le sue redini
di nero crin gemmata

all’altro la ridiè riverginata.
Sbandossi collo spione
aiutolla il marpione
rozzo malnato e Ceo
che la condusse a dio.
Il dio vastaso e frale

Lei volle orizzontale,
ma sua alterezza stubida
condusse al gran rifiuto:
sol ritta ella si stava, nevver,
nevver. Nevero?
«Per mero duol di schiena»

Er Pecora chiosò.
Poscia fu dubbio amletico
se darla o se non darla,
ma infin risolse intrepida
che gloria ben valea
dar via la sua ninfea.

Non più donzella alfine,
guldrappa d’oro fino
omai sol era scrigno
di gioie spaiate e trine.
Ma il richiomato sir
seco rivolle tosto

la rifascistata etèra
vieppiù idrofoba e fiera,
latrante e furiosa,
fumante e crepitante,
irrefrenabil veltro
con zanne affilatissime

e labbra sottilissime,
pronta a sbranar nemici,
cieca a ogni evidenza,
sempre a Lui coronare
con furia da comare.
E dietro a lei la muta

de' cortigian schiumanti
e lo sbandarsi, e il rapido
redir da veltri ansanti,
correvano tenaci
al suon della sua voce
di lavandaia truce.

Allor che lo stral colpì
il regio e sovrano cor
la tenera affranta e attonita
a tutti il volto
volgea repente, pallida
d'orribile furor.

Oh gnocca errante! Oh tepidi
lavacri d'Arcoreano!
Ove, deposta l'orrida
maglia, il guerrier sovrano
scendea dal campo a tergere
il nobile sudor.

Per allegrar il cor ai placidi
gaudii di nuovi amor.
Che fé di mal? Che fé il grand'uomo?
Son solo mondani ardori
ricerca del refrigerio
d'una parola amica.

Ovver d’un po’ di f.
Fallace e mostruosa onta:
«Son testimon io stessa
a Lui indarno fidanzata
pel picciol brando gracile,
fresca negli arsi talami

lasciommi et illibata,
manco rugiada al cespite
giungea poi ch’era estinta al fonte.
Né più virtù d'amor potea
resurrezion mostrare».
Ma Er Pecora sibilante,

brutto tracagno e rio,
disse che a letto con su’ nonna,
son tutti padrepio.
Qual vampa paonazza
alle parol del ratto,
l'orror l'anima assale.

Indi vola alla specola
il volto a riguardare, poi
seno, anche e pudenda.
Ma le rispecchiate immagini
reser più acuto il mal:
sol atrii muscosi e fori cadenti,

sol boschi e omai spente fucine stridenti
e solchi ragnati d’orrendo sudor.
E il seno disperso che più non si desta!
Con tremito acceso levò su la testa,
percossa da tanto crescente dolor,
dimenticò il nano e fuggi dal dottor.

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